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Titanic
Ballando mentre la nave affonda
POLITICA
19 maggio 2016
Pannella, Lincoln e la politica
Pannella da morto vale più che da vivo. Ma non è il solo, è una regola generale. Quando sei vivo sei un pezzo di merda. Ma appena crepi, di colpo diventi un grande, un genio, un benefattore dell’umanità, un santo.

Succede anche a quei pazzi assassini che fanno stragi in famiglia o ammazzano i vicini perché i panni gocciolano sul balcone, o per un parcheggio, un sorpasso, uno sguardo provocatorio, per una sigaretta o per pochi spiccioli. Il giorno dopo la strage c’è sempre qualcuno che li descrive come bravi ragazzi, grandi lavoratori, persone tranquille, normali. Meno male, figuriamoci cosa farebbero se fossero aggressivi e malvagi.  Succede anche ai politici, compreso Pannella. Da vivo gliene hanno detto e fatto di tutti i colori, ma oggi sono tutti in prima linea a decantarne le grandi doti politiche e umane; perfino il Vaticano contro cui Marco ed Emma scendevano in piazza, in prima fila con grandi cartelli “No Vat“, per contestare le ingerenze della Chiesa e rivendicare la laicità dello Stato. Se dovessi indicare una caratteristica di questa nostra società, la prima che mi viene più spesso in mente è l’ipocrisia. Specie il mondo della politica, della comunicazione, dell’arte, della cultura, delle relazioni sociali, della morale ballerina che si applica secondo le circostanze, il mondo delle apparenze, delle convenzioni, del buonismo di facciata, dei discorsi di circostanza, delle rapporti familiari di facciata, specialmente tutta la società: un mondo falso che si fonda e si regge sull’ipocrisia.  

Molti anni fa, il 29 dicembre 1999, Pannella fece un annuncio a pagamento sul giornale Il Foglio, per fare gli auguri di buon anno 2000 alla classe politica. E come augurio pubblicò un brano di Abramo Lincoln, Il credo degli uomini liberi, risalente al 1854. Lo dedicava alla classe dirigente italiana di allora con queste parole: “Confrontino, lor signori, confrontino Berlusconi e D’ Alema, Fossa e Cofferati, ben più della metà dei 20 referendum liberali e liberisti sostenuti con 16 milioni di firme dagli elettori italiani con questo testo. Sarà loro facile constatare che erano stati letteralmente pre-visti e pre-scritti, sin dal 1854, da Abramo Lincoln.”.

Il credo degli uomini liberi

«Non si può arrivare alla prosperità scoraggiando l’impresa. Non si può rafforzare il debole indebolendo il più forte. Non si può aiutare chi è piccolo abbattendo chi è grande. Non si può aiutare il povero distruggendo il ricco. Non si possono aumentare le paghe rovinando i datori di lavoro. Non si può progredire serenamente spendendo più del guadagno. Non si può promuovere la fratellanza umana predicando l’odio di classe. Non si può instaurare la sicurezza sociale adoperando denaro imprestato. Non si può formare carattere e coraggio togliendo iniziativa e sicurezza. Non si può aiutare continuamente la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola». (Abramo Lincoln)

Sono passati 16 anni da allora. Vi risulta che abbiano apprezzato quell’augurio e fatto tesoro di quei saggi consigli? Non direi proprio; anzi. Bene, salvo qualche piccola ed insignificante variazione, il matrimonio contro natura fra cattolici e comunisti confluiti in un unico partito, il Partito democratico, dopo decenni di scontri e battaglie (“Abbiamo le stesse radici, vogliamo le stesse cose“, dissero), i voltafaccia ormai istituzionalizzati di molti politici sempre in crisi d’identità che cambiano casacca e partito secondo il vento e le convenienze,  e la comparsa del Movimento 5 stelle, la classe dirigente dell’Italia è sempre la stessa. Quella stessa classe dirigente che fino ad oggi se ne è fregata altamente di Pannella, di Abramo Lincoln e delle sue parole. La stessa (destra, sinistra, centro, ambidestri, comunisti pentiti e cattolici confusi) che oggi rende omaggio a  Pannella. Ennesima prova dell’ipocrisia elevata a sistema. Auguri.

televisione
18 maggio 2016
Piazza (quasi) pulita
Come fare pubblicità a un macellaio e farla passare come inchiesta sugli allevamenti intensivi di animali.

Lunedì sera (9 maggio), facendo zapping sul tardi, capito su La7 dove è in corso Piazza pulita di Corrado Formigli (programma che di solito evito perché il conduttore, degno allievo di Santoro, è leggermente indisponente, come tutti i conduttori sinistrorsi), quello che ha sempre la penna stretta in mano e la agita continuamente davanti alla telecamera per ricordarvi che è un giornalista  e sa leggere e scrivere. Forse si porta la penna anche in bagno, seduto sul water; non si sa mai che gli venga l’ispirazione per un pezzo giornalistico, una grande inchiesta, o una battuta su Berlusconi, che ci sta sempre bene. Una volta in televisione i conduttori, presentatori e moderatori, si presentavano sempre in giacca e cravatta, rasati e in ordine. Ora va di moda lo stile trasandato, da centro sociale o bar dello sport;  si presentano in jeans, camicia, meglio se con le maniche arrotolate (fa più proletario), possibilmente con barba lunga e capigliatura incolta (anche questo fa molto anticonformismo). Bene, stava per lanciare un servizio sull’allevamento di animali da carne destinati al consumo umano. Vediamolo, qualche informazione su ciò che portiamo in tavola è sempre utile.

Il servizio è stato realizzato dalla giornalista Sara Giudici che, nottetempo e con l’aiuto di alcuni attivisti dell’associazione Essere animali, ha visitato e filmato alcuni allevamenti intensivi di polli, maiali, conigli e bovini. 

Com’era prevedibile, le scene sono da inorridire. Animali costretti in spazi angusti, spesso (come nel caso dei maiali e dei conigli) in gabbie così strette da impedire perfino di girarsi. Locali sporchi, escrementi ammucchiati, animali malati o con vistose infezioni. Insomma, le solite scene già viste che, più che ad un allevamento, fanno pensare ad un lager per animali. Questo a lato è un capannone di una grande azienda nazionale. Quando si sente dire che i polli sono allevati a terra,  i consumatori immaginano che pulcini e galline razzolino allegramente in grandi spazi aperti, beccando granaglie nel verde della Vecchia fattoria, ia-ia-o. Invece nascono in incubatrici e  crescono fino alla macellazione in grandi capannoni come quello nella foto, alla luce artificiale, non vedono mai la luce del sole, né un prato, alimentati con mangimi spesso integrati con farmaci e ormoni per accelerarne la crescita e antibiotici per prevenire infezioni e malattie.

Finito il breve servizio, si torna in studio dove sono ospiti Giuliano Marchesin, presidente dell’associazione allevatori di bovini, Paola Maugeri vegana dichiarata, e Vittorio Zucconi, giornalista. Di recente facevo notare come un esponente della nuova scuola di giornalismo (Vedi “Giornalismo d’inchiesta“), per scoprire se a Cagliari tra gli immigrati musulmani ci fossero dei fondamentalisti islamici potenzialmente pericolosi, lo ha chiesto, indovinate un po’, al rappresentante della comunità musulmana! Ecco, Formigli, per sapere se gli animali subiscono maltrattamenti o sono trattati bene, lo chiede al presidente degli allevatori; come chiedere all’oste se il vino è buono.  E questo lo spacciano per giornalismo e informazione. Il primo ad intervenire nel dibattito è proprio Marchesin che contesta subito il servizio dicendo che non rende giustizia a quegli allevamenti, che le riprese notturne, la musichetta di sottofondo ed il tono di voce ansimante, come se dovesse succedere una catastrofe da un momento all’altro,  danno un’idea falsata, e che di giorno l’effetto sarebbe diverso. Stranamente nessuno fa a Marchesin la domanda più spontanea e naturale: “Marchesin, vuol dire che le gabbie dei maiali e conigli, che impediscono qualunque movimento agli animali, di notte sono strette, ma di giorno si allargano?”. Ma queste domande non si fanno, sono scortesi e provocatorie; sarebbe come dire “Marchesin, ma lei è scemo?”.

In TV c’è un sacco di gente che spara cazzate madornali e insulti reciproci da mattina a sera (li chiamano Talk show), ma siccome nessuno glielo fa notare., continuano imperterriti a spararle; tanto nessuno gli fa domande scomode. Gli risponde la vegana Maugeri, ricordando i danni provocati all’ambiente dallo sfruttamento della terra allo scopo di produrre mangimi per animali. Zucconi si dice subito inorridito dalla vista dei maltrattamenti subiti dagli animali. Ma, subito dopo, attacca la Maugeri, e le posizioni estremiste dei vegani e vegetariani. Afferma la necessità di mangiare carne e confessa che da emiliano di Modena, per lui il maiale è sacro e che senza prosciutto…è da suicidio. Così, invece che parlare degli allevamenti intensivi il dibattito diventa la solita contrapposizione fra carnivori e vegetariani.

E per sviare ancor più il discorso e farci dimenticare le immagini dei lager animali, Formigli lancia un altro servizio, un collegamento esterno con l’inviato Antonino Monteleone che si trova, lo specifica bene, nella “Antica macelleria Cecchini” a Panzano in Chianti, Firenze, che non è solo macelleria; ci sono anche due ristoranti ed una sala dove si organizzano convegni e lezioni sull’allevamento di bovini da carne di qualità. Ed ecco che entra nel ristorante dove, accanto ad una grande tavolata di clienti, intervista il titolare Dario Cecchini che indossa un grembiule che riporta in bella evidenza il logo della sua macelleria e mostra con orgoglio un classico taglio da “fiorentina” che si appresta a mettere sulla brace. Già questo farebbe scattare il sospetto che si tratti di pubblicità gratuita a Cecchini ed alla sua macelleria/ristorante.

Più che sospetto è una certezza. Non si tratta della cosiddetta “Pubblicità occulta”, questa è pubblicità vera e propria. Ancor più evidente quando, col pretesto di inquadrare la “fiorentina“, la telecamera stringe e riprende in primo piano proprio il logo della macelleria. Un simile servizio “giornalistico” è molto più efficace di un qualunque spot pubblicitario; ed è gratuito (ma su questo non scommetterei). Ora bisognerebbe tener presente che in TV la pubblicità occulta è vietata. Tanto è vero che gli spot vanno in onda in appositi spazi ben individuati, regolati da precise norme, e che, quando si propongono prodotti all’interno di un programma, appare la dicitura “messaggio promozionale” o l’avvertimento che nel corso del programma vanno in onda messaggi pubblicitari. A conferma di questo, notiamo che quando in televisione si fanno dei servizi su prodotti commerciali per chiarirne composizione, qualità, componenti, uso corretto, ed altre informazioni utili, i prodotti usati sono presentati in confezioni anonime o hanno sempre il logo dell’azienda coperto o mascherato.

A proposito di pubblicità più o meno occulta, e delle possibili conseguenze anche gravi,  sarà il caso di ricordare almeno due casi, verificatisi alla RAI e che hanno comportato pesanti sanzioni per gli interessati: Alessandro Di Pietro, che conduceva un programma mattutino di informazione su prodotti alimentari “Occhio alla spesa“  (La RAI licenzia in tronco Alessandro Di Pietro: pubblicità occulta nella sua trasmissione) e Gianfranco Agus ed il regista Pietro Pellittieri per dei servizi, nei quali si prefigurava l’ipotesi di pubblicità occulta,  all’interno di “La vita in diretta” programma condotto da Michele Cucuzza (Pubblicità occulta alla RAI; via regista e inviato).  Giusto per ricordare che la pubblicità occulta è vietata. Ma, come tante altre cose in Italia, anche questa è a discrezione. C’è chi paga e chi no: dipende.

Ora, questo servizio di Monteleone sull’Antica macelleria Cecchini non è simile a quello fatto dall’inviato di Cucuzza? Non solo è simile, ma è anche peggio, è molto più evidente, perché in quello di Cucuzza, l’inviato faceva un servizio su un evento che vi si svolgeva all’interno del ristorante, ed il logo appariva di sfuggita durante le riprese. In questo caso, invece, si fa il servizio proprio sul ristorante, citandolo più volte, intervistando il titolare e mostrando in primo piano il logo. Allora, la domanda, ancora una volta, viene spontanea: perché i casi di Di Pietro e Cucuzza sono “pubblicità occulta” e questo servizio, sulla macelleria Cecchini non lo è?  Forse questo non rientra tra i casi in cui chi sbaglia paga; questo rientra fra quelli che “dipende“.  E l’Agcom, sempre così attenta a vigliare su tutto quello che passa in TV non lo ha visto, non ha niente da dire? Oppure anche l’Agcom controlla sì, ma “dipende“?  (Vedi alcuni post su “Pubblicità occulta“)

Ma poi questo servizio avrà fornito indicazioni utili? Vediamo. Marchesin, nonostante continui a fornire garanzie sugli allevamenti italiani, conferma che il 50% della carne che consumiamo arriva dall’estero. Ma allora che garanzia abbiamo? Oppure pensa che tutti gli italiani, quando devono prendere bistecche e fettine, vadano a prenderla in Toscana, alla Macelleria Cecchini? Così la casalinga calabrese al mattino saluta il marito (bracciante disoccupato; altrimenti non fa notizia) e siccome non si fida della macelleria sotto casa,  va a fare la spesa in Toscana: “Faccio un salto da Cecchini, prendo due bistecche e torno per il pranzo”. Funziona così? Ma siete proprio scemi o fate finta di esserlo? In fondo, però, non è necessario andare in Toscana per comprare la carne buona, basta saperla riconoscere. E come si fa? Lo chiedono all’Antico macellaio  Cecchini. Risposta. “Bisogna guardare il macellaio negli occhi“. Chiaro, ora abbiamo capito. Ma non guardatelo troppo intensamente, potrebbe scambiare quello sguardo per un tentativo di approccio.

Oppure. se volete essere sicuri, andate a mangiare direttamente da Cecchini. Ma tenete presente che la bistecca costa 24 euro al chilo e che, per averla, dovete prenotare due giorni prima. Del resto, la qualità ha un costo,  e non è per tutti.  Lo dice anche Formigli che, già in apertura, da buon toscano si era detto grande mangiatore di carne, in particolare di “fiorentina” che deve essere esclusivamente  della pregiata razza “Chianina“: “Non possiamo avere tutta la carne del mondo a un prezzo sempre più basso. Non possiamo avere la bistecca Chianina per tutti, sempre e comunque.”. Chiaro, è per pochi.  Solo un dubbio. Ma questo Formigli non è di quelli che pendono a sinistra, quelli che hanno sempre in bocca l’uguaglianza e che qualunque diversità di trattamento è “discriminazione“? Sì, è di quella razza, ma anche in questo caso, certi principi di uguaglianza, per alcuni si applicano, per altri “dipende“. Formigli si mangia la Chianina (che è riservata a pochi privilegiati, specie toscani, che possono pagarla a 24 euro al chilo), voi dovete accontentarvi della bistecca gonfiata con ormoni e antibiotici che appena la mettete in padella si restringe e si riduce a metà. Sì, perché l’uguaglianza è bella, però “Io so’ io e voi non siete un cazzo“, diceva il marchese Del Grillo.

A proposito, ma perché le bistecche si restringono in cottura? Il motivo è che sono gonfiate da farmaci vari, ormoni e antibiotici. Ma questi antibiotici, negli allevamenti intensivi, vengono usati o no? Nessuno risponde. Pare che li usino a scopo preventivo, ma non è obbligatorio riportarlo nelle etichette. Insomma, li usano, ma non bisogna dirlo. Formigli prova a chiederlo direttamente a Cecchini, sempre in collegamento, mentre segue attentamente la cottura della Fiorentina sulla brace: “Come si distingue una bistecca buona da una meno buona?”. Domanda precisa alla quale ci si aspetta una risposta semplice e chiara.  Ed ecco la risposta dell’esperto, antico macellaio e ristoratore Cecchini: “Faccio questo lavoro da 41 anni e non sopporto che tutto sia formatizzato.  C’è un umano dietro a un animale, c’è qualcuno che deve essere responsabile…”.  Ci gira intorno, blatera alcune frasi sul rapporto fra uomo e animale, sull’occhio dell’allevatore, ma non risponde alla domanda. Questa abitudine di chiacchierare a vuoto e girare intorno al problema,  senza affrontarlo e senza dare risposte concrete, insomma da “supercazzola” alla Amici miei, deve essere tipico dei toscani. Ne abbiamo un esempio dalle parti di Palazzo Chigi.

Ma visto che non ha risposto alla domanda, ci riprova l’intervistatore Antonino (Cecchini lo chiama per nome e gli dà del tu, forse si conoscono bene) chiedendo: “La bistecca che si stringe quando la metti sulla brace…”. Non finisce nemmeno la frase, ecco la risposta: “Ma mangiate una patata…”. Non c’è verso di riuscire ad avere una risposta. Chiuso, lasciate perdere la carne (a meno che non andiate da Cecchini a 24 euro al chilo e prenotando due giorni prima); mangiate patate.  Nessuno ha risposto  sull’uso degli antibiotici, su come si riconosce la carne buona e sul perché la bistecca da 300 grammi in padella si riduce alla metà. Dopo aver visto la puntata ne sapete quanto prima. L’unica cosa che si è capita è che, col pretesto di parlare degli allevamenti intensivi si è fatto un grande spot pubblicitario, e gratuito,  a Cecchini (Ma l’Agcom non lo ha visto, era tardi, a quell’ora dormono; si svegliano solo quando devono richiamare Vespa che intervista Riina o Del Debbio perché non corregge gli ospiti che usano la parola “zingari” invece che Rom: beh, mica possono vedere tutto). Fine della puntata. Ragazzi, questo è grande giornalismo, è informazione, è inchiesta seria, è…(censura).

Vedi

- Prodi e la pubblicità progresso…pardon, occulta (2006)

- Facebook e i numeri ambigui (2009)

- Fazio e la pubblicità occulta a L’Unità (2011)

- RAI3, Kennedy e L’Unità (2013)

- L’asparago col trucco (2014)

- Cena a Istanbul (2014)

- Blog, frati e misticanza (2014)

televisione
4 maggio 2016
Donne , tacchi e sgabelli

I tacchi a spillo delle donne più che tacchi alti sembrano trampoli bassi. Così, se cadono, rischiano  guai seri; finiscono dritte dritte in ortopedia. Infatti sono frequenti le cadute, specie fra le modelle che sfilano in passerella, e talvolta anche con conseguenze serie. Tutto per sembrare più alte di quello che sono? Anche, ma non solo. Dicono che il tacco alto slancia la figura, dona eleganza e sensualità nella camminata, è una questione estetica; dicono.

Sarà. Ma allora, perché li usano anche quando stanno ferme, sedute e magari con le gambe sotto il tavolo? Ecco un caso esemplare: Lilly Gruber. Sta seduta, con le gambe sotto il tavolo, non si alza mai da quella sedia dove siede sempre pericolosamente sul bordo; tanto che si resta sempre con l’ansia che da un momento all’altro scivoli e cada, oppure che la sedia si ribalti. Ma se quella sedia è troppo grande o scomoda per lei, perché non gliene procurano una più adatta? Ma soprattutto, che bisogno c’è di avere quelle scarpe con tacco 12, appuntite come frecce (che obbligano il piede ad assumere una posizione innaturale), che sembrano armi improprie e per indossarle bisognerebbe avere il porto d’armi? Slancia la figura nella camminata? No, perché sta ferma. La fa più alta? No, perché sta seduta, quindi non la alza di un centimetro. Allora? Allora niente, prendere o lasciare; quando si parla di donne e del loro comportamento  non bisogna mai cercare una spiegazione logica e razionale. Le donne e la logica vivono in universi paralleli; non si incontrano mai. E poi, perché la inquadrano sempre di lato e dal basso, come se intenzionalmente vogliano mettere in evidenza proprio quelle scarpe e quei tacchi? Chi segue Otto e mezzo può constatare facilmente che spesso, nel corso del programma, l’inquadratura parte con un campo lungo sul tavolo degli ospiti, e “stringe” proprio sulle gambe ed i tacchi della Gruber. E’ una inquadratura che, dal punto di vista della regia televisiva, non ha alcuna giustificazione “logica e razionale”.  Allora, o hanno i calzaturifici come sponsor, o il regista è una donna, oppure è un feticista con una passione speciale per i tacchi alti. Misteri mediatici.

La cosa buffa, però, è che usano tacchi altissimi anche quelle donne che sui tacchi non ci sanno andare e devono fare faticosi esercizi di equilibrismo per non cadere. Un esempio per tutte: Antonella Clerici. Queste scarpette a lato, molto fini ed eleganti (?), con tacco 15 e plateau, sono sue; roba che non si vede nemmeno nei viali di periferia (Guarda qui il video: I tacchi della Clerici). Quella che quando parte la sigletta delle “Tagliatelle di nonna Pina“, si agita, scodinzola, ancheggia, ride, sgrana gli occhi e fa le smorfiette come una bambina. Sì, ma lei ha 50 anni! E allora ti chiedi “Ma questa ci è o ci fa ?”.  Quella che sembra un tortellone gigante, che nelle serate speciali, tipo Sanremo e simili, si veste come un uovo di Pasqua (Bonolis, la fatina bionda e du’ palle!). Quella che non perde occasione per mostrare le tette in primo piano ed in bella evidenza (Le tette di Antonella). Quella che si ostina ad indossare scarpe col tacco 12 anche se fa una fatica enorme per muoversi e stare in equilibrio. Ecco, quella. Lei sui tacchi proprio non ci sa camminare; si muove a piccoli passettini per paura di cadere. Così ha sempre l’aria di chi sta correndo in bagno perché le scappa la pipì. Benedetta ragazza, se fai fatica a camminare sui tacchi alti perché ti ostini ad usare quei trampoli, facendo la figura della paperella? Usa le ciabatte, almeno vai tranquilla.

Ma la nostra conduttrice esperta di tagliatelle non è la sola a fare sacrifici e correre anche qualche rischio (le cadute dai tacchi sono all’ordine del giorno) pur di guadagnare qualche centimetro ed essere più slanciata (così pensa lei). Ecco perché anche le ditte produttrici, sfruttando questa tendenza masochista delle donne, offrono tacchi sempre più alti. Per esempio questi mostrati nella pubblicità a lato; sembrano armi improprie o strumenti di tortura più che normali scarpe. Ma se questa è la moda, costi quel che costi, bisogna usarle, anche rischiando fratture multiple.

Ecco un’altra conduttrice televisiva che ha la passione dei tacchi altissimi. E’ Tiziana Panella; conduce Tagadà il pomeriggio su La7,  l’ennesimo talk show (se ne sentiva proprio il bisogno) con i soliti ospiti tuttologi della compagnia di giro dei salotti televisivi che discutono di tutto lo scibile umano. Anche lei rinuncia ad una sedia normale per stare arrampicata pericolosamente (ricorda la temeraria Gruber) su una specie di trespolo più adatto ai pappagalli che agli umani. Ma ormai questa sembra essere la nuova moda degli arredamenti degli studi televisivi; non più normali sedia o poltrone, sorpassate, anacronistiche e sostituite da più moderni sgabelli (quelli che una volta si vedevano solo negli american bar). Con l’effetto ridicolo di vedere certi personaggi anzianotti e grassotelli, che se ne stanno in equilibrio precario su questi alti sgabelli, impacciati ed a rischio caduta. Danno un tono di suspense al programma; la gente li guarda e pensa “Ora cade…ora cade…”. Anche Panella, così come Gruber,  viene inquadrata spesso di lato, mettendo in evidenza in primo piano, come si vede dalla foto, proprio i tacchi altissimi. Anche questo regista avrà la passione per i tacchi? Tutti feticisti i registi televisivi? Mistero.

Sembra che in televisione questa sia la norma; sgabelli per equilibristi, trespoli e tacchi 12, meglio se 14. E inquadrature di lato che valorizzino  tacchi e sgabelli. E’ la nuova tendenza, forse per motivi di inquadratura, o per lanciare la moda degli sgabelli al posto delle normali sedie; o più semplicemente perché la gente non si rende conto di quello che fa. Ma perché le conduttrici televisive portano quei tacchi? Per aumentare l’altezza? No, visto che stanno sedute. Per ingentilire e rendere sensuale l’andatura? No, perché stanno ferme. Il mistero continua. E non cercate una logica in tutto questo; non c’è. 

CULTURA
1 maggio 2016
Santi e sfilate

Il 1° maggio è la festa dei lavoratori. La festa dei disoccupati la devono ancora inventare, poi faranno la festa degli esodati, la festa dei precari, ed infine faranno la festa ai pensionati che vivono troppo a lungo, così l’INPS risparmierà sulle pensioni.  Ma in Sardegna il 1° maggio  è anche la festa di Sant’Efisio, che si celebra a Cagliari per sciogliere un voto che risale al 1656, per ringraziare il santo che avrebbe salvato la città dalla peste.  Niente a che vedere con “peste e corna“; infatti salvò Cagliari dalla peste, ma non dalle corna che proliferano ancora oggi. Secondo Wikipedia, Efisio nacque ad Antiochia, in Siria, nel 250, (oggi sarebbe considerato profugo ed ospitato in hotel, vitto e alloggio garantiti).  Secondo l’ufficio stampa del Comune di Cagliari, invece, sarebbe nato a Gerusalemme.  Quando queste fonti autorevoli si metteranno d’accordo vi faremo sapere. 

Nasce come festa religiosa e così è stata celebrata per secoli. Fino a quando, a partire dagli anni ’60, è diventata l’occasione per far partecipare numerosi “gruppi folk” che in quegli anni cominciavano a nascere come funghi. Si era in piena riscoperta delle tradizioni sarde; costumi, usanze, feste, rilancio della lingua, malloreddus, pabassinus, vernaccia  e cannonau. Infatti, per dimostrare l’attaccamento alla lingua, i gruppi che indossano i classici costumi sardi si chiamano “folk“, classico termine sardo della Barbagia. No? Beh, non stiamo a sottilizzare. Il fatto è che, anno dopo anno, i gruppi partecipanti alla processione che accompagnava Sant’Efisio, sono diventati sempre più numerosi (partecipare era motivo di orgoglio, specie da quando a fine anni ’70, le televisioni locali cominciarono a fare la cronaca in diretta della festa) e la processione religiosa è diventata più propriamente una sfilata di gruppi in costume, a beneficio di autorità, turisti, fotografi e TV.

Intanto, sempre più numeroso era anche il pubblico che, pur non partecipando alla processione, assisteva al passaggio delle confraternite, dei miliziani a cavallo e del cocchio col simulacro del santo. La festa, grazie anche ad una campagna pubblicitaria di agenzie ed Enti turistici regionali, oltre ai numerosi sardi provenienti da tutta l’isola, richiamò anche turisti dall’Italia e perfino dall’estero. Si allestirono tribune lungo il percorso, in modo che potessero assistere alla processione comodamente seduti e, giusto per onorare la proverbiale ospitalità sarda, i vari gruppi “Folk” (sempre il termine barbaricino) cominciarono ad offrire dolciumi e bevande. E così la festa di Sant’Efisio, più che una processione religiosa che accompagnava il santo dalla città a Nora (il luogo dove venne martirizzato), divenne una sfilata di costumi a favore di telecamere e fotografi, con gentile offerta di specialità locali. Insomma, finì a tarallucci e vino.

La conferma viene da questo articolo pubblicato di recente sul quotidiano locale L’Unione sarda (In vendita i biglietti per Sant’Efisio), nel quale, circa un mese fa,  si annunciava la vendita dei biglietti per i posti nelle diverse tribune sistemate lungo il percorso della processione. I prezzi variano da 15 a 25 euro, secondo l’ubicazione delle tribune, coperte o meno, per un totale di 1.730 posti a sedere. E’ l’unico caso, per quanto ne sappia, in cui si paga un biglietto per assistere ad una processione religiosa. Come si fa al Circo o in un qualunque spettacolo pubblico all’aperto. Il fatto che siano in vendita i biglietti conferma quanto dicevo, ovvero che non è più una processione religiosa; è uno spettacolo a cui assiste un pubblico pagante. E’ diventato una rappresentazione, una passerella di costumi sardi, gruppi folk e belle ragazze che, in atteggiamento da sfilata di moda più che da processione religiosa, sorridono indossando ricchi costumi e  preziosi monili a beneficio di turisti, fotografi e telecamere. Ma allora non chiamatela Festa di S. Efisio, chiamatela rassegna di gruppi folk e traccas addobbate. Una ulteriore conferma è che, come si vede, la foto che accompagna l’articolo non mostra Sant’Efisio, ma una bella ragazza in costume.  Anche le feste religiose si sono evolute, sono diventate mediatiche. Strano che non abbiano ancora messo sul cocchio del santo il logo di uno sponsor. Ma magari ci stanno pensando.  Eh, signora mia, non ci sono più le processioni di una volta.

POLITICA
28 aprile 2016
Migranti e tarocchi

Le bufale in rete si sprecano. Sono così tante che quasi non fanno più notizia. Pochi giorni fa abbiamo appreso che il premio Pulitzer 2016 per la fotografia è stato vinto dall’agenzia Reuters e dal New York Times per  un servizio fotografico sui migranti che tentano di attraversare l’Europa.  Una  delle foto mostra un uomo ed una donna con un bambino tra le braccia, a terra sui binari di una stazione di confine in Ungheria, e dei poliziotti a lato che sembrano minacciarli con dei manganelli. Questo si lasciava intendere; che l’uomo cercasse di proteggere la donna a terra dalla violenza dei poliziotti. Ottima foto che serve a provocare sdegno e denuncia nei confronti di chi, con la violenza, cerca di impedire ai profughi “che scappano dalla guerra e dalla fame” di giungere in Europa. Poi, pochi giorni fa ecco la sorpresa.

La foto è vera, ma il messaggio che si lascia intendere è falso (La foto taroccata che vince il Pulitzer). Infatti non sono i poliziotti ad aver buttato a terra la donna, ma è stato lo stesso uomo a farlo. Lo si scopre grazie ad un video pubblicato da Euronews (Guarda qui il video) nel quale si vede l’uomo che scaraventa a terra la donna, gettandosi poi addosso e rischiando di far male a lei ed al bambino; i poliziotti intervengono per fermarlo. Non è la prima volta che si usano immagini tagliate, modificate o false per sostenere tesi di comodo. Oggi questa è l’informazione; un unico, grande, globale taroccamento.

Passano due giorni ed ecco un’altra scoperta. Questa volta ad opera del COISP, sindacato di polizia, che su Twitter pubblica un’altra foto che da tempo circola in rete e che fa discutere.  Anche in questo caso la foto è vera, ma il messaggio che se ne ricava lascia molti dubbi sull’attendibilità di questi servizi e sulla buona fede di chi li usa strumentalmente (Sui migranti ci prendono in giro).

 

La foto sembrerebbe, a prima vista, riprendere una scena già vista spesso; dei naufraghi che indossano i giubbini salvagente, in attesa di essere imbarcati sulle navi che li hanno soccorsi. Sarà così?. Ma allora quell’uomo in alto a destra nella foto perché sta in piedi sull’acqua e sembra toccare il fondo? Più che legittima la risposta prospettata: o quell’uomo è alto 7 metri e, quindi, tocca il fondo, oppure galleggia naturalmente sull’acqua per qualche miracoloso evento, oppure…oppure quella foto è stata scattata praticamente quasi a riva e quelli che usano queste foto per intenerire il cuore delle anime belle nostrane a favore dell’accoglienza degli immigrati ci prendono per il culo. Secondo me è buona la terza.

Niente di nuovo e sconvolgente. Che le foto che circolano sui media molto spesso siano taroccate lo sappiamo da tempo. Fin da quando si scoprì, dieci anni fa, che l’agenzia Reuters taroccava con Photoshop le foto del conflitto israelo-libanese per ingigantire gli effetti dei bombardamenti che non rispettavano nemmeno le scuole e gli asili, e dimostrare quanto fossero “cattivoni” gli israeliani che sparavano ai poveri Hezbollah che erano buoni, pacifici, disarmati e indifesi. Poi si scoprì che i polveroni e le nuvole di fumo che uscivano da quelle scuole non erano effetto delle bombe israeliane, ma erano causati dagli stessi hezbollah che si rifugiavano proprio nelle scuole che usavano come deposito di armi e da dove sparavano missili. Ma questo Reuters non lo mostrava. E, guarda caso, anche questa foto che ha vinto il Pulitzer 2016 è della Reuters. Sarà un caso? Eccheccasoooo…direbbe Greggio. Non è la prima volta che riporto notizie di taroccamenti mediatici, di bufale e di manipolazione delle notizie. Ma c’è ancora qualcuno che crede a quello che si vede e si legge sui  giornali, in rete, sui social network, in televisione, nei telegiornali di regime  omologati al pensiero unico?

Vedi

- Bufale di giornata (2014)

- E questa la chiamano informazione (2006)

- Osservatori ONU e il guardiano della mucca. (2006)

- Cosa osservano gli osservatori? (2006)

- L’informazione “fai da te” (2006)

- La pace impossibile (2006)

- Vertice UE (e anche questa è fatta) (2006)

- Tutto secondo copione (2006)

- RAI: di tutto, di più…di peggio (2006)

- Quiz libanese e “Leoton mission show” (2006)

- Prodi ha una missione storica: andare a quel paese… (2006)

- Stampa e amnesie (2006)

- Dall’orgoglio alla vergogna il passo è breve (2006)

- Passeggiate libanesi (2008)

- L’equivicinanza secondo D’Alemhamas (2006)

- D’Alema è preoccupato: gli altri, invece, sono incazzati (2006)

- Amenità libanesi (2008)

- Orgoglio e vergogna (2008)

- Gaza vista dall’Ansa (2009)

- Taroc News from Gaza (2011)

- Il trucco c’è, e si vede (2013)

CULTURA
8 aprile 2016
TG (TeleGay) 4

E’ partita lunedì la nuova edizione del TG4 delle ore 19 condotta da Alessandro Cecchi Paone. Ho la netta sensazione che finirà per suscitare molte polemiche. Cecchi Paone, dopo aver apertamente dichiarato molti anni fa di essere omosessuale, è diventato il testimonial più in vista della causa gay e tutti se lo contendono. Negli ultimi tempi sembrava avere il dono dell’ubiquità. Mattino, pomeriggio, sera, in qualche canale TV lo si vedeva come opinionista tuttologo, a discutere di tutto, polemizzare e, soprattutto, difendere tutto ciò che direttamente o indirettamente giova alla causa gay, trans, lesbo, e varie campagne laiciste. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, non per le sue capacità e conoscenze enciclopediche, ma perché è gay e, come tale,  è un personaggio che crea polemiche, contrapposizioni e suscita curiosità morbosa (in questo senso se la gioca a pari merito con Luxuria). E’ pensabile che uno così apertamente schierato, possa poi essere imparziale e fare informazione obiettiva? No, non è pensabile e non è possibile. Questa è la prima considerazione che lascia molti dubbi sulla sua attendibilità come conduttore di un telegiornale e sulla scelta operata dall’azienda.

La seconda considerazione arriva dopo aver visto le prime due edizioni del suo TG4. Lunedì ha fatto almeno due affermazioni che hanno confermato tutte le mie perplessità. Durante un servizio sullo scandalo delle trivelle in Basilicata, in collegamento esterno con un inviato in Basilicata, si è espresso chiaramente a favore delle trivellazioni perché, secondo lui, portano occupazione e ricchezza alla Regione, in contrasto con le affermazioni di chi esprimeva qualche perplessità sui reali benefici.  E per giustificare la sua posizione favorevole all’innovazione, la tecnologia ed il progresso,  ha chiuso affermando che lui è da sempre favorevole alla Tav ed all’alta velocità (non c’entra niente con il servizio, ma serve a dimostrare che lui ci tiene a far sapere qual è la sua opinione sugli argomenti che tratta). Ma un conduttore di un telegiornale è lì per riportare le notizie, non per esprimere la sua opinione personale su fatti, eventi e personaggi. Avete mai sentito un conduttore di un qualunque TG, anche regionale, anche di Tele Pompu libera, schierarsi chiaramente e apertamente durante il TG a favore o contro la Tav, o su uno dei tanti argomenti di attualità? No, non si è mai sentito. Il conduttore deve riferire le notizie ed i fatti, non commentarle secondo i suoi gusti personali. Questo atteggiamento, più da commentatore e “opinionista” che da giornalista, è quello che assumono (sbagliando anch’essi) quasi tutti i conduttori di talk show; ma non i giornalisti che conducono un telegiornale.

Oggi apre con un servizio sulle primarie americane parlando di Donald Trump e del fatto che è molto contestato, non solo dagli avversari democratici, ma anche da quelli repubblicani, per le sue affermazioni spesso esagerate, arroganti, minacciose, sopra le righe; cosa che scatena polemiche ed accuse di machisno, intolleranza e razzismo. La bella e giovane moglie di Trump, l’ex modella Melania, ha deciso di partecipare più attivamente alla campagna elettorale del marito, difendendolo dalle accuse e descrivendolo come una persona che, in privato, è tranquillo e diverso da come appare in pubblico e nei comizi. E Cecchi Paone riferisce la notizia dicendo che questa donna scende in campo per difendere Trump che “ogni volta che apre bocca fa guai“. Una affermazione come questa  basta e avanza per capire quale sarà la linea editoriale del TG di Cecchi Paone, uno che in quanto ad autostima non è secondo a nessuno. Sarà il suo TG personalizzato: il mondo visto da PaVone. Mancano solo le didascalie per classificare i fatti in “Buono – No buono” e la lavagnetta, come si faceva a scuola, per segnare  ogni giorno i nomi dei personaggi “Buoni e cattivi“.

Vi risulta, per ripetere quanto già detto prima, che qualche conduttore di TG, nel corso del telegiornale, abbia mai commentato le notizie esprimendo un giudizio personale sui fatti di cronaca o sulle dichiarazioni di un capo di Stato estero o di un semplice esponente di rilievo della politica nazionale e internazionale? Che abbia detto di essere d’accordo o meno con le dichiarazioni di Bush, Obama, Clinton, Berlusconi, Prodi, Napolitano, Renzi o Papa Bergoglio? No, non si è mai visto. Non commentano nemmeno le sciocchezze di Belen Rodríguez o di Pupo, perché un giornalista deve riferire i fatti, non commentarli (cosa che in molti dimenticano spesso e volentieri.) E’ talmente fuori dalle regole del giornalismo che non è neppure immaginabile. Cecchi Paone è il primo conduttore di un TG a farlo; manda in onda un servizio su un personaggio politico USA, Trump, e su di lui esprime un suo giudizio personale, contravvenendo in tal modo al codice deontologico del giornalismo. Chiunque avesse fatto una cosa simile alla RAI, almeno fino a qualche anno fa, non avrebbe finito neppure la puntata del TG; lo avrebbero buttato fuori a calci nel culo subito, al momento, nel giro di 10 secondi. Ma forse oggi le regole sono cambiate ed al TG4 hanno particolari norme deontologiche.

Per intenderci, non significa che un giornalista non possa esprimere la sua opinione su fatti e personaggi, ma che deve farlo a tempo e luogo e negli spazi opportuni. Può farlo come ospite in un programma, non può farlo se conduce un telegiornale. Montanelli insisteva spesso sulla necessità di tenere ben separati i fatti dai commenti. Ecco perché anche nella carta stampata ci sono gli articoli che riferiscono i fatti di cronaca e ci sono gli editoriali che esprimono il parere dell’editorialista sui fatti. Anche se ultimamente questo confine è sempre più labile e molti cronisti sembrano convinti che il compito del giornalista sia quello di commentare i fatti, invece che limitarsi a riferire cosa è successo, dove, quando e perché. Oggi sono tutti editorialisti “Grandi firme”, anche l’apprendista aspirante cronista precario in prova che scrive dieci righe dieci sulla partitella fra scapoli e ammogliati sul Corrierino della parrocchia di Trescagheras.

Bene, Cecchi Paone, tanto per capire dove andrà a parare e quale sarà il tenore del suo TG, lo dice chiaramente  fin dalla presentazione del nuovo TG; non semplicemente notizie, ma commenti ed approfondimenti (secondo il suo punto di vista; non lo dice chiaramente, ma lo si capisce). Altro che imparzialità dell’informazione, altro che separare i fatti dai commenti. E poi dicevano che Emilio Fede era troppo fazioso e apertamente a favore di Berlusconi. Magari lo era, ma non si sarebbe mai sognato di dire, mandando un servizio su Romano Prodi che “Ogni volta che Prodi parla fa danni“. Magari lo pensava, o lo lasciava intendere con smorfie e atteggiamenti molto espressivi, ma non lo diceva. In confronto a Cecchi PaVone il buon Emilio Fede era il massimo dell’obiettività. E siamo solo all’inizio.

Se queste sono le premesse, temo che questo nuovo TeleGay4 sarà inguardabile. Forse pensano di recuperare ascolti contando sul richiamo dei gusti sessuali del conduttore. Pensano di farne il TG ufficiale di gay, lesbo e trans? Ma allora, le previsioni del tempo le affideranno a Luxuria? Oppure a Malgioglio? E all’interno ci sarà una rubrichetta riservata “Arcigay News“? Non so con quale logica abbiano operato questa scelta, ma temo che abbiano commesso un grosso errore di valutazione. E mi sembra strano che il direttore Mario Giordano abbia accettato una scelta simile. Il difetto peggiore di questo TG gay, credo che sia proprio l’evidente e dichiarata faziosità del conduttore. Il che è un pessimo biglietto da visita. Non avevamo certo bisogno di qualcuno che fornisca il suo particolare punto di vista personale sui fatti del mondo. Ne abbiamo già abbastanza, anche troppi. Per quanto mi riguarda questo Tg4, edizione Gay friendly, potrebbero anche cancellarlo dal telecomando.

CULTURA
2 aprile 2016
Giornalismo d'inchiesta

Come si riconosce un terrorista? Semplice, basta fermare chi arriva in Italia e chiedergli “Scusi, lei è terrorista?”.  Se risponde “” lo avete beccato; altrimenti riprovate, sarete più fortunati. Avete qualche dubbio sulla serietà del metodo? Strano, eppure è lo stesso metodo utilizzato per realizzare un servizio, con tanto di video intervista, apparso sul quotidiano L’Unione sarda:A Cagliari non ci sono integralisti“. Ovvero, come imbastire un articoletto per tranquillizzare i sardi, dimostrare che gli immigrati sono tutti brave persone e che fra terrorismo e islam non c’è nessuna relazione; in perfetto stile politicamente corretto.

Per sapere se tra i musulmani presenti a Cagliari ci fossero integralisti e, quindi, pericoli di attentati terroristici, cosa ha fatto il cronista? Ha fatto un’indagine cercando testimonianze, prove, documenti e informazioni dei servizi più o meno segreti? Ma no, troppo complicato. Ha fatto una cosa più facile: è andato a chiederlo direttamente al portavoce della comunità musulmana, il quale, com’era prevedibile, ha tranquillizzato il cronista (ed i sardi), affermando che nella comunità musulmana (sono circa 3.500 nella provincia) non ci sono integralisti, sono tutti tranquilli e mansueti come agnellini. Ecco un buon esempio di giornalismo d’inchiesta.  E tanto basta per fare un titolone in prima pagina ed affermare che a Cagliari non ci sono pericolosi integralisti musulmani. Chi lo dice? Ovvio, i musulmani. Come chiedere all’oste se il vino è buono.

Nemmeno a Olbia c’erano integralisti. Finché, lo scorso anno, è stata scoperta una cellula di Al Qaeda e sono stati fermate 18 persone per “associazione a delinquere finalizzata al terrorismo“: “Terrorismo islamico, scoperta cellula di Al Qaeda a Olbia“. Chissà, forse anche in questo caso qualche solerte cronista aveva fatto un servizio per tranquillizzare la gente; e per scoprire se ci fosse pericolo di terrorismo magari lo aveva chiesto al portavoce della comunità musulmana di Olbia. E non si trattava mica di quattro sfigati fanatici; era una ”base operativa dalla quale partivano uomini, mezzi e programmi per commettere azioni terroristiche” in varie località del mondo, dal Vaticano al Pakistan.  Ma fino alla scoperta della cellula, erano persone del tutto insospettabili, con normali attività commerciali.

Ecco a lato come veniva riportata la notizia.  Sgomento,  incredulità, mai un sospetto, anzi “Una persona educata, un grande lavoratore“, dicono di uno degli arrestati. La solita sorpresa del giorno dopo la strage, quando di qualcuno che ammazza moglie, figli e pure qualche vicino di passaggio, i testimoni parlano di “una persona educata, gran lavoratore“. Sono tutte brave persone. Meno male; figuriamoci cosa farebbero se fossero delinquenti! Anche i terroristi sono “brave persone”, finché non compiono le stragi. Ma la stampa cerca sempre di tranquillizzarci, sminuendo il pericolo e mostrandoci il volto buono degli immigrati. E se vogliono scoprire la presenza di possibili terroristi, vanno a chiederlo ai musulmani. E con queste notizie riempiono le pagine dei giornali. La cosa grave è che questa passi per informazione seria. Ma ancora più grave è che nessuno ci faccia caso e che per tutti questo tipo di informazione sia “normale”.

Chissà, forse oggi è questa la nuova scuola di giornalismo. Magari si impara a fare i giornalisti per corrispondenza, a fascicoli settimanali, come al Cepu o com’era una volta Radio Elettra. Pratico, ma c’è un inconveniente. Può succedere che, per un disguido, perdi un fascicolo, salti una lezione, e ti resta qualche lacuna. E così può succedere che, se hai perso proprio la lezione su come si fanno le inchieste, per scoprire se in Sicilia c’è la mafia o a Napoli c’è la camorra, vai a chiederlo a don Vito Corleone o a Gennaro ‘o fetente, il boss del quartiere. Ironia a parte, questo ci dà la misura di quale sia oggi il livello di serietà e attendibilità dell’informazione. Ciò che conta non è fornire un’informazione seria, documentata ed utile per i cittadini. Conta riempire le pagine, attirare l’attenzione dei lettori, vendere. Ma siccome siamo in tempi di taroccamenti facili, di falsi spacciati per originali, di sofisticazioni alimentari, di cianfrusaglie vendute come monili pregiati, allora ci si può aspettare di tutto. Così come siamo invasi da prodotti taroccati di ogni genere, spesso di provenienza cinese, vuoi vedere che abbiamo anche giornalisti taroccati made in China?  Per accertarlo bisognerebbe fare un’inchiesta. Magari chiedendo al primo cinese di passaggio: “Scusi, i cinesi vendono prodotti taroccati?”.  Se vi risponde “Sì” avete fatto lo scoop. Altrimenti riprovate con un altro cinese; tanto non mancano. Oppure, per essere ancora più sicuri e seguire le regole del moderno giornalismo d’inchiesta, chiedete direttamente al portavoce della comunità cinese.

SOCIETA'
1 aprile 2016
Misteri d'Egitto

La morte di Giulio Regeni continua ad essere in primo piano su stampa, televisione, internet. Sono due mesi che il caso è sempre all’attenzione dei media. Si sono mosse le diplomazie di Italia, Egitto ed USA (gli americani c’entrano sempre, chissà perché), i servizi segreti, la magistratura.  Se ne sono occupati il premier Matteo Renzi, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni e perfino il presidente Mattarella; oltre, naturalmente, al solito contorno di  opinionisti, fiaccolate, bandiere, cartelli, associazioni, da Amnesty international ad Articolo 21; tutti chiedono a gran voce di conoscere la verità sulla morte del ragazzo. Come se non bastasse, ieri i genitori hanno tenuto  una conferenza stampa al Senato (Video). Presente anche Luigi Manconi, presidente della Commissione per i diritti umani, il quale ha  accusato l’Egitto di rispondere solo con menzogne e oscenità ed ha chiesto che, in assenza di risposte da parte dell’Egitto, il governo richiami l’ambasciatore. 

Dicono che il ragazzo si trovasse in Egitto come “ricercatore”. Già, oggi ci sono in giro più ricercatori che idraulici; è l’evoluzione, il progresso. Nessuno fa più mestieri normali. Fare il ricercatore è una delle occupazioni più ambite dai giovani. Meglio se si va a ricercare all’estero; pare che in località esotiche la ricerca venga molto meglio. Cosa ricerchino, poi, è del tutto secondario. In molti casi vanno a ricercare la maniera di cacciarsi nei guai. E molto spesso ci riescono. La cosa curiosa, però, è che per questo ragazzo ammazzato in Egitto si muovono governanti, diplomazie, associazioni. Ho la sensazione che finisca come il caso Giuliani; magari gli dedicano una sala della Camera o del senato e qualche familiare finisce in Parlamento. Allora viene spontaneo chiedersi perché in altri casi non c’è questa attenzione mediatica ed istituzionale. Di recente la cronaca ha riferito di altri due tecnici italiani ammazzati in Libia, Fausto Piano e Salvatore Failla (Uccisi due italiani). E di altri due italiani, Claudio e Massimiliano Chiarelli,  ammazzati nello Zimbabwe (Safari e lavapiedi). Ma nessuno ne parla; argomento chiuso. Regeni vale da solo più degli altri quattro morti? E perché? Ci sono morti di prima scelta, di seconda, e morti di scarto? Perché una volta per tutte non ci spiegano la diversità di trattamento riservata ai morti.

Perché solo su Giulio Regeni tutto questo clamore mediatico? Se lo chiede anche Peter Gomez, il direttore del Fatto quotidiano.it, uno che non può essere accusato di essere prevenuto o di essere schierato  per qualche ragione. Eppure in un articolo molto chiaro, dice che sarebbe ora di smetterla di chiedere di conoscere una verità che non conosciamo e non conosceremo mai; anche perché troppi interessi economici ci legano all’Egitto e non possiamo permetterci di mettere a rischio accordi fondamentali per la nostra economia e per le nostre aziende (Giulio Regeni, una verità che l’Italia non può permettersi).

Ma i nostri tenaci esponenti del governo non demordono. Anzi, anche a seguito della precisa richiesta dei genitori di Giulio e di Luigi Manconi, rinnovano l’impegno a fare di tutto per scoprire la verità. E se non riceveranno risposte adeguate arrivano anche a minacciare chissà quali rappresaglie. Lo dice oggi il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, uno molto sveglio che si fa notare per la grinta, il piglio deciso, l’intraprendenza. Quando lo si vede in TV, con l’aria costantemente assonnata, si ha un dubbio:  non è chiaro se è appena caduto dal letto e quindi non è ancora molto sveglio, oppure se è in piedi da tre giorni e quindi casca dal sonno. Il fatto è che dorme in piedi, come i cavalli. Ecco, questo ministro oggi chiede con forza all’Egitto di conoscere la verità: altrimenti, dice, “siamo pronti a trarre le conseguenze“. Brrr, che paura. Immagino che dopo queste dichiarazioni, gli egiziani se la stiano facendo sotto; con un tizio come Gentiloni, se si incazza, c’è da aver paura. No? Che vorrà dire? Dichiariamo guerra all’Egitto? Mandiamo una squadra di guastatori e nottetempo gli smontiamo le piramidi e gliele lasciamo sparse per Giza?  Mah, misteri d’Egitto.

Non tutti i morti sono uguali. Vedi…

- Funerali di Stato (2015)

- Quanto vale la vita umana? (2004)

- Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

- Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

- Hiroshima mon amour (2007)

- Morti che non fanno notizia (2008)

- Morti bianche e “quasi morti” (2008)

- Funerale show (2009)

- Orrore siberiano e dintorni (2015)

POLITICA
25 marzo 2016
Siamo in guerra, ma non si può dire.

Siamo in guerra, ma non possiamo dirlo, altrimenti passiamo per sciacalli che speculano sulla paura e creano inutili allarmismi per scopi elettorali: lo dicono quelli della sinistra; anche se siete ziu Paddori di Guamaggiore o la cugina anziana della casalinga di Voghera, non avete alcuno scopo elettorale e magari da decenni non andate nemmeno a votare. Siamo sotto attacco del terrorismo islamico, ma non dobbiamo dirlo, altrimenti dicono che alimentiamo l’islamofobia e l’odio per il “diverso”. Nelle nostre città si nascondono migliaia di centri culturali musulmani, incontrollati e incontrollabili, che fungono da centri di indottrinamento, reclutamento e finanziamento del terrorismo, ma non possiamo dirlo, altrimenti ci accusano di discriminazione per motivi etnici e religiosi.  Ci sono migliaia di bislacchi personaggi autoproclamatisi imam,  non si sa a che titolo, che in scantinati e garage spacciati per moschee, predicano l’odio per l’Occidente e la guerra santa, ma non possiamo dirlo perché altrimenti andiamo contro la Costituzione che garantisce la libertà di culto.  Siamo invasi da centinaia di migliaia di africani, arabi, musulmani,  indottrinati dai fanatici predicatori dell’odio, che sotto sotto covano antichi rancori verso l’Occidente e sono una polveriera pronta ad esplodere. Siamo in guerra ed abbiamo il nemico in casa. E quel nemico può essere dappertutto, anche il nostro vicino di casa (come dimostra la cronaca), ed ognuno di questi immigrati potrebbe essere il prossimo kamikaze che ci mette una bomba sotto il culo; ma non possiamo dirlo, altrimenti (dicono sempre le anime belle della sinistra) alimentiamo l’odio, il razzismo e la xenofobia. Allora, per evitare polemiche e ritorsioni (e pure qualche minaccia), dobbiamo tacere, altrimenti ci accusano di vittimismo, di populismo, di allarmismo e di speculare sulla paura per raccogliere qualche voto in più.

Poi senti qualcuno dire che gli immigrati sono pochi e che ne dovremmo accogliere almeno altri 400.000. Pensi che sia scemo, oppure che faccia parte delle Coop di Buzzi, quello di Mafia Capitale che guadagnava più con gli immigrati che con la droga. Ma poi scopri che a dirlo è stata Laura Boldrini, presidente della Camera. E allora devi stare zitto, perché non si può mettere in dubbio la lucidità mentale della terza carica dello Stato. Poi senti qualcuno affermare che per combattere il terrorismo e le bombe bisogna investire grandi risorse economiche per risanare le periferie  dove mandare “maestri” e avviare attività culturali. Pensi che anche questo sia scemo, oppure che sia un maestro precario o un palazzinaro che spera di speculare sull’edilizia popolare. Ma scopri che a dirlo è stato Matteo Renzi, presidente del Consiglio. E allora devi tacere perché, in questo momento di gravissima crisi ed il Paese sotto attacco,  non si può sollevare il sospetto che il capo del Governo non sia in possesso di tutte le facoltà mentali. Poi senti ancora un altro affermare che è vero che è in atto un’invasione araba dell’Europa, ma non è detto che sia un male. Pensi che questo sia il più scemo di tutti, oppure che sia uno dei tanti imam di borgata che ha interesse a rassicurare gli animi. Ma poi scopri che a dire queste parole non è stato un fanatico islamico, ma Papa Bergoglio in persona. E ancora una volta devi tacere, perché non si può insultare il capo spirituale della Chiesa, dicendo che è fuori di testa; sarebbe un un’offesa gravissima, vilipendio a capo di Stato estero, e passeresti guai seri. Il Re è nudo, ma non si può dire; nemmeno i bambini. Siamo in guerra, ci mettono le bombe sotto il culo, siamo governati da idioti che non si rendono conto della gravità della situazione, ma non possiamo nemmeno lamentarci. Moriremo in silenzio. Ssss… altrimenti diranno che facciamo le vittime.

POLITICA
23 marzo 2016
Terrorismo e immigrazione

Quando accadono tragedie come quella di oggi (attentati, scontri violenti, ribellioni nelle periferie, aggressioni e violenze sulle donne come quelle avvenute a Colonia), oltre ai primi resoconti fatti da stampa e TV e le prime dichiarazioni di circostanza delle autorità, le prime riflessioni a scattare sono quelle di chi teme che queste violenze possano incrementare l’odio verso gli immigrati e alimentare xenofobia e razzismo. La cronaca è cronaca, nuda e cruda, e ci racconta di 34 morti ed un centinaio di feriti: “Bombe in aeroporto e metro. Isis attacca Bruxelles“.  Le dichiarazioni delle autorità sono talmente scontate e inutili che sarebbe  meglio tacere e sorvolare. Ma non possiamo evitarle perché riempiono stampa e televisione.

Oggi l’ex lupetto boy scout Renzi, dopo una riunione urgente del Cdm, ha riferito in diretta TV, che non è il caso di dividersi o di fare sciacallaggio, è il momento di essere tutti uniti (ogni volta che si sente sotto attacco, si appella all’unità nazionale, così pensa di evitare le critiche dell’opposizione) per combattere il terrorismo e che l’Europa deve avere una strategia comune. Poi ha detto di voler parlare ai nonni che hanno lottato contro il nazismo (quello ci sta sempre bene), poi ha detto di voler parlare ai padri che hanno superato gli anni di piombo e le Brigate rosse (per evitare di chiamarle per nome, invece che Brigate rosse, ha parlato genericamente di “brigatismo”), ed infine parla a quelli della sua generazione. E cosa propone? Impegno, interventi nelle periferie dove portare non solo strutture per accogliere i migranti, ma anche maestri. e progetti culturali.  Solo così, dice, si può creare una nuova generazione di immigrati che siano perfettamente integrati e così si combatte la formazione del terrorismo.  Chiude con Viva il Belgio, Viva l’Europa e Viva l’Italia. E via, il discorsetto l’abbiamo fatto, ora siamo tutti tranquilli. Questo ragazzo non è scemo, come sembra. E’ molto peggio, è convinto che siano scemi gli italiani e si bevano tutte le sue cazzate. Infatti non dice mai niente di concreto, pratico, attuabile, mai una soluzione al problema, solo parole e concetti generici e vaghi. Non dice niente, ma lo dice bene e convinto.

Ma non è il solo. La Boldrini lo segue a ruota ed in quanto a dichiarazioni fuori di testa non è seconda a nessuno. Appena pochi giorni fa ha detto che in Italia abbiamo pochi immigrati e che dovremmo accoglierne almeno altri 400.000. E vai, qualcuno offre di più? Ora cosa vai a dire ad una così. Niente, semplicemente che “dice cazzate“. Esattamente quello che ha detto Daniela Santanché pochi giorni fa intervistata a Radio 24, dove ha criticato la Boldrini per i suoi interventi e dichiarazioni non sempre in linea con il suo ruolo istituzionale. “Secondo te parla troppo la Boldrini?”, le chiede l’intervistatore. “Non è che parla troppo, dice cazzate, parla a sproposito.”, risponde Santanchè.  Ma guai a dirlo, in rete già c’era un box, con l’audio dell’intervista,  che titolava “Santanché insulta la Boldrini“. Già, perché non è la Boldrini che insulta gli italiani con le sue cazzate; l’insulto è farle notare che dice cazzate.  E’ la strana logica sinistra. Se hai la tessera PD la capisci, altrimenti no.

Oggi in Romania, davanti all’assemblea plenaria dei deputati, ha rilanciato la proposta di far entrare la Romania nell’area Schengen. Ora un’osservazione bisogna farla. La Boldrini è Presidente della Camera e, come tale, il suo compito istituzionale è quello di convocare e presiedere l’Assemblea, stabilire l’ordine dei lavori e garantire che si svolgano nel pieno rispetto delle norme. Punto. Pochi giorni fa è stata prima a Scampia, poi allo Zen di Palermo, per verificare la presenza in quei quartieri di strutture sociali. Oggi è in Romania per proporre il suo ingresso in area Schengen. I piani urbanistici delle periferie di Napoli e Palermo rientrano fra le competenze del presidente della Camera? No. E l’ingresso o meno della Romania in area Schengen è competenza della Boldrini? No. Allora cosa c’entrano col suo mandato e le sue competenze queste visite ufficiali? Nulla; ma questa gente, appena ha qualche incarico lo sfrutta al massimo, anche andando spesso e volentieri oltre le proprie competenze, per avere visibilità, coltivare la propria immagine, aggiungere nomi illustri alle sue relazioni, ed intrattenere rapporti internazionali che fanno sempre comodo. Ecco perché è sempre in giro per il mondo (ricordate i suoi viaggi in America?) e non manca di intervenire ogni giorno su tutti i temi possibili (in questo degna allieva di Napolitano), specie sull’immigrazione. Ma guai a ricordarle di non andare oltre i limiti delle competenze; sarebbe un insulto.

Ora, bisognerebbe ricordare alla nostra Boldrini in trasferta che i romeni, Schengen o non Schengen, già da parecchio scorrazzano per l’Europa.  In Italia sono già più di un milione perché, contrariamente ad altri paesi europei che al momento dell’ingresso della Romania nell’Unione europea (ma non nell’area Schengen), hanno mantenuto delle clausole di riserva sul libero transito, frenando gli ingressi, noi, grazie al lungimirante Prodi, non abbiamo attuato nessuna riserva, col risultato che, già nel giro di un anno, un milione di romeni si sono riversati come cavallette sul nostro territorio. E non erano proprio il fior fiore della cultura, dell’arte e della scienza romena; anzi. Sarà un caso, ma la maggior parte dei furti in case, appartamenti e villette, come riportano le cronache degli ultimi anni, sono opera di bande di ladri romeni specializzati proprio in furti in appartamenti. E nei casi di omicidio stradale (non azzardiamo numeri, ma la percentuale è molto alta), si tratta molto spesso di stranieri (quasi sempre romeni o rom) ubriachi o drogati, spesso entrambe le cose in combinazione risparmio. Un caso? E lei va in Romania a sostenere la libera circolazione? Bene, vada per la Romania in area Schengen. Ma poi chiediamo la Boldini in area Romania (e che ci resti), Bergoglio in Argentina, e Renzi a Rignano; insomma, a quel paese.

Invece la Mogherini, alto Commissario europeo per gli affari esteri, era in visita ufficiale ad Amman e, appena ha saputo della tragedia di Bruxelles, in lacrime ha detto “E’ un giorno molto triste per l’Europa“. Questo è tutto, basta il pensiero, andiamo oltre, linea alla regia, pubblicità. Anche il giorno che la Mogherini è stata nominata responsabile della politica estera europea è stato “un giorno molto triste“. Non abbiamo pianto, ma ci siamo toccati le palle. Invece monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, è più loquace e azzarda anche una soluzione: “Questa guerra si argina soltanto con l’integrazione“. Ecco, basta integrarsi. Peccato che i terroristi di Bruxelles, e prima ancora quelli di Parigi, e quelli che ancora verranno (perché siamo appena all’inizio), non abbiano capito questo particolare, o forse non hanno una particolare predisposizione ad integrarsi.  Pochi giorni fa il cardinale Bagnasco ha accusato i media di alimentare ansie e paure, a proposito dell’immigrazione, e di fare un’informazione ideologica, mentre si tratta di un fenomeno che “porta con sé un contributo di ricchezza per tutto il Paese e, quindi, un reciproco vantaggio.”. Già, la solita litania che i migranti sono “preziose risorse“. Lo dice anche la Kyenge. Del resto l’esempio viene dall’alto, dal Papa, che un giorno sì e l’altro pure non manca di ricordare che non bisogna erigere muri, ma ponti, che bisogna accogliere tutti, buoni e cattivi, che sono tutti fratelli, e che “E’ in atto un’invasione araba dell’Europa, ma non è per forza un male.”. Chiaro? Ci invadono, ci massacrano, ci terrorizzano, ci mettono le bombe sotto il culo, ma il Papa dice che non è un male; anzi fa molto bene alla salute.

Ora bisognerebbe chiedere alla Santanchè, come hanno fatto a proposito della Boldrini: ”Il Papa parla troppo?”. E non ci sarebbe niente di strano nel  sentirsi rispondere “Non è che parla troppo, dice cazzate.”. Ma anche questo, ovvio, sarebbe considerato un grave insulto. Già perché il Papa può dire cazzate, ma se glielo fai notare è un insulto, anzi vilipendio.

Bene, dicevo all’inizio che i primi a farsi sentire sono quelli che temono che questi attentati possano incrinare l’atteggiamento di favore nei confronti degli immigrati. E corrono subito ai ripari, rilasciando dichiarazioni che invitano a non generalizzare, e soprattutto non identificare il terrorismo con gli immigrati. Tanto per cominciare precisano subito che i terroristi non sono stranieri, ma sono cittadini francesi o belgi, già di seconda o terza generazione. E già questo, a loro giudizio, chiuderebbe il discorso dell’equiparazione immigrati-terrorismo, perché non sono “immigrati”, ma sono cittadini europei. Ovviamente fanno i finti tonti, fingono di non sapere, oppure pensano che i tonti siano gli altri. Già, perché saranno anche di seconda o terza generazione, ma sempre figli di immigrati sono. E se i padri erano immigrati è da lì che bisogna partire, perché quello è il problema, quella è la radice della questione immigrazione e del fallimento dell’integrazione. Se i figli di immigrati si sentono esclusi, discriminati, emarginati, non integrati nella società, e per reazione covano odio verso l’occidente e diventano terroristi o scatenano guerriglie urbane nelle banlieue, l’origine del problema è sempre nell’immigrazione dei padri. Quindi dire che sono cittadini europei è una scusa che non regge, ma loro ci provano sempre. Come quando, parlando degli stranieri che delinquono, si accenna ai rom che rubano, scippano e praticano l’accattonaggio anche usando i bambini. C’è sempre il solito difensore d’ufficio che pensa di fare chissà quale rivelazione dicendo che molti rom non sono stranieri, sono italiani. Saranno pure italiani, ma sempre zingari sono, anzi rom, e  molti di loro delinquono. E per chi viene derubato, che il rom sia italiano o straniero non fa alcuna differenza. Chiaro?

Ecco, quindi, l’immancabile articolo di Giovanni Maria Bellu sulla Home Tiscali. Sembra che dorma, assente, ma il nostro attento osservatore si sveglia ogni volta che un fatto tragico, un atto di violenza, un attentato, compiuto da immigrati, può gettare una luce poco simpatica sul fenomeno dell’immigrazione. E trova sempre qualche spunto per rimescolare le carte, guardare il fatto sotto una luce diversa e, soprattutto, fare di tutto per evitare che la gente accomuni l’immigrazione con il pericolo di terrorismo o l’aumento della violenza e della criminalità. La sua visione del problema è sempre dalla parte dei migranti. Chissà perché. E lo sa fare bene. Qualche tempo fa, giocando con i numeri ed usandoli in maniera fantasiosa, annunciò come uno scoop che gli immigrati delinquono meno degli italiani; cosa che anche un bambino darebbe per scontato, visto che gli italiani sono 60 milioni e gli stranieri sono circa 6 milioni. Ma se consideriamo la percentuale di delinquenti fra italiani e stranieri, i numeri dicono un’altra verità; i delinquenti sono una minima parte degli italiani, ma un’alta percentuale fra gli stranieri. Del resto, se un terzo dei detenuti in carcere sono stranieri, ci sarà una ragione, o no?  Leggete questo articolo del 30 ottobre 2014 per capire di cosa sto parlando e quale sia l’affidabilità e l’onestà deontologica di Bellu e come riesca a manipolare i dati a suo uso e consumo (ma non è il solo, è una pratica molto diffusa da quelle parti): “Gli immigrati commettono meno reati degli italiani, un dossier demolisce i luoghi comuni xenofobi.”.  

E sembrava pure convinto. Del resto, è quasi un suo preciso dovere,  non per niente è presidente dell’associazione Carta di Roma, nata nel 2011 ”per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno del 2008“.  Avete capito bene? Ordine dei giornalisti e sindacato della stampa, hanno fondato l’associazione per attuare i principi deontologici che stabiliscono come trattare il problema dell’immigrazione. Tutto quello che leggiamo sulla stampa nazionale in relazione all’immigrazione ed ai problemi collegati, viene scritto e pubblicato attenendosi a questo protocollo, stabilito dalla Carta di Roma di cui è presidente Bellu. Chiaro? Per avere un’idea dell’aria che tira nell’associazione basta vedere che, oltre ai fondatori (Ordine giornalisti e sindacato stampa) ne fanno parte le seguenti associazioni: “Arci, Acli, Amnesty Internazional Italia, Cospe, Lunaria, Cestim, A buon diritto, Asgi, Federazione chiese evangeliche italiana, Centro Astalli, Redattore Sociale, Associazione 21 luglio, Articolo 21, Il Pettirosso. Sono invitati permanenti: l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)”. Praticamente sembra un’associazione a tutela dei migranti. Non c’è una sola associazione che rappresenti e tuteli i diritti dei cittadini italiani. Nessuno che si occupi e si preoccupi  dei gravi problemi causati dal flusso migratorio incontrollato e che possono generare attriti e conflitti sociali, squilibri economici, oneri insostenibili a carico dello Stato o problemi di sicurezza pubblica. Tutti si preoccupano degli immigrati, nessuno degli italiani. Buffo, vero?

E non è detto che questo “protocollo” non condizioni pesantemente l’intera informazione in Italia. E se anche lo facesse noi dovremmo apprenderlo dai media. Ma non lo sapremmo mai perché la stampa, ovviamente, non rivelerebbe mai le proprie colpe e magagne. Noi sappiamo solo ciò che vogliono che si sappia. E non è una battuta. Forse per questo la stampa nazionale appare omologata ad un pensiero unico dominante, quello che solitamente uso definire di sinistra. Ma forse adesso alla luce del “protocollo” di Roma appare chiaro che questa omologazione non è casuale e non è molto diversa dal pensiero unico della sinistra. Lo stesso Bellu viene dall’Unità dove è stato anche condirettore; sarà un caso?  Ma per fare un esempio pratico basta ricordare che Giorgia Meloni lo scorso anno ricevette una specie di censura in merito ad un’affermazione proprio sulla necessità di regolare il flusso migratorio. Ricevette una lettera con la quale le si intimava di moderare i toni sull’immigrazione. E chi era il mittente di quella lettera quasi minacciosa? Era l’UNAR, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Guarda che combinazione, proprio una di quelle associazioni che fanno parte della Carta di Roma. Curioso, vero? Qui la notizia: “Censura di Stato sugli immigrati.”.

Non c’è bisogno di essere grandi conoscitori dell’universo delle associazioni per capire che ci troviamo di fronte ad un organismo che, in tutto e per tutto, opera chiaramente a favore dei migranti, intervenendo sulla stampa per evitare che il problema dell’immigrazione possa essere trattato in maniera non rispettosa del protocollo approvato;  suggerendo perfino il tipo di linguaggio e la terminologia da usare (pensate quanto sono sensibili), secondo quanto “suggerito” anche dalla presidente Boldrini. Ecco perché non li chiamiamo più immigrati clandestini, ma solo genericamente migranti. Anche se Boldrini suggerisce che sarebbe ancora più corretto chiamarli rifugiati o richiedenti asilo. Sembra lo stesso, ma non lo è; e loro sanno bene che anche queste differenze linguistiche hanno il loro peso. Si comincia col chiamare le cose con un altro nome e piano piano quella cosa cambia completamente di significato. E’ un trucco semantico subdolo che gli addetti ai lavori conoscono molto bene. Come se non bastasse, lo scorso anno una “direttiva politica” suggeriva alle Questure  di evitare di passare alla stampa notizie su piccoli reati commessi da stranieri, per evitare di alimentare sentimenti di xenofobia e reazioni negative nei loro confronti (Vedi qui: “I crimini dei richiedenti asilo? Censurati per la pace sociale“). Ecco, così funziona l’informazione in Italia. E’ chiaro, oppure, come dice qualcuno, bisogna farvi il disegnino? A questo punto voi vi fidate di quello che scrive la stampa sull’immigrazione? Vi fidate sui dati sulla criminalità forniti da Alfano? Vi fidate sugli studi sull’impatto dell’immigrazione sulla società e sulla sicurezza dei cittadini? Io no.

Ed ecco che, per commentare i fatti di Bruxelles,  Bellu intervista un personaggio che conosce benissimo le problematiche dei migranti e che darà una visione onesta, corretta ed obiettiva dei fatti (?). Si tratta di Christopher Hein, portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati. Ora, volete che il portavoce del Consiglio per i rifugiati parli male dei rifugiati e degli immigrati e dei possibili pericoli che comporta l’immigrazione? O che possa avere una visione del fenomeno non dico distaccata, ma appena appena passabile di un minimo di obiettività? Ma nemmeno per sogno, non esiste. Sarebbe come sentire l’oste che parla male del proprio vino. Ovvio che difenda i rifugiati e tutto ciò che li riguarda. Ma allora come si fa a pensare che Bellu faccia del giornalismo obiettivo e affidabile? Non lo fa, non vuole farlo e non può farlo. Ecco perché oggi, per mettere le mani avanti e parare il colpo dell’attentato a Bruxelles, spara quel box in Home col titolo “E’ una sciocchezza associare il terrorismo islamico all’immigrazione“.

E così fa ogni volta che, come dicevo, fatti di cronaca possono mettere in cattiva luce gli immigrati.  Ed il fine è quello di negare che l’immigrazione sia un problema, che possa creare conflitti sociali, che possa essere causa di aumento della criminalità, che possa essere un pericolo per i cittadini, che l’accoglienza indiscriminata di migliaia di migranti possa favorire l’arrivo e la nascita di cellule terroristiche, che le moschee possano essere centri di indottrinamento. Negare tutto questo, negare ogni legame tra immigrati, terrorismo e violenza. Ecco il loro compito. Con grande gioia di Coop, associazioni, Caritas, imprenditori privati, albergatori, che con gli immigrati incassano milioni di euro, come Buzzi e Mafia Capitale ci hanno spiegato molto bene. Forse associare il terrorismo all’immigrazione è esagerato ed è una sciocchezza, perché non tutti gli immigrati sono delinquenti o terroristi e nessuno ha mai affermato questo. Ma negare che esista una relazione fra l’immigrazione e l’aumento delle violenze e della criminalità nelle città è da idioti. Oppure da sciacalli che speculano sui disperati e intascano profitti con l’accoglienza.

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