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Titanic
Ballando mentre la nave affonda
CULTURA
7 gennaio 2016
Le parole ci ingannano
           

Le parole ed il cervello ci ingannano“, dicevo a chiusura del post precedente “La felpa di Boncinelli“. E’ un inganno sottile del quale non ci rendiamo conto. Attraverso le parole esprimiamo i nostri pensieri che, però, non nascono come parole. I pensieri somigliano, piuttosto, a delle immagini in movimento che la mente trasforma in parole. Ma le parole non riescono mai ad esprimere completamente il pensiero. Ci provano, tentano di trasformare un pensiero complesso in forma intelligibile attraverso quella specie di codice che chiamiamo linguaggio,  ma con tanti limiti ed inesattezze che, talvolta, ciò che esprimiamo a parole risulta molto diverso da ciò che pensiamo.
La prima alterazione del pensiero avviene proprio nel momento in cui esso si traduce in parola. Questo passaggio da pensiero a parola è fortemente condizionato, inoltre, da altri fattori determinanti al fine della chiarezza espressiva. Non tutti usiamo lo stesso linguaggio, né possediamo la stessa padronanza lessicale, né abbiamo la stessa chiarezza di esposizione. Il linguaggio è frutto di educazione, cultura, esperienze personali, e, perfino, della personalità individuale. E, come se non bastasse, varia nel tempo e da luogo a luogo; ha una sua precisa collocazione spazio-temporale. Se non si ha una buona cultura umanistica, e pratica di testi antichi,  si avrebbe difficoltà a comprendere esattamente un testo scritto in volgare del ’300.

Ma non basta, purtroppo. Non solo abbiamo difficoltà ad esprimere esattamente il nostro pensiero, ma quando, attraverso il linguaggio, comunichiamo con altre persone avviene la seconda alterazione del pensiero. Colui che ascolta, infatti, recepisce il messaggio da noi comunicato, in maniera diversa da quello originario. Il motivo è semplice; il nostro interlocutore ha un suo preciso codice linguistico ed espressivo che è diverso dal nostro ed è la conseguenza diretta di quei fattori educativi e culturali ai quali abbiamo accennato, che sono una prerogativa specifica, esclusiva, di ciascun individuo e, quindi, del tutto personali. Se davanti alla finestra ho un pino e scrivo che vedo  un “albero“, generico senza specificare, chi legge in Val di Fassa pensa che sia un abete, in Puglia pensano che sia un ulivo. Il concetto di albero è lo stesso, ma abbiamo in mente alberi diversi. Una persona analfabeta avrà molta difficoltà a capire il linguaggio di una persona colta. Così come per un profano sarà del tutto impossibile afferrare il significato di un discorso altamente specialistico, come una conferenza sulla teoria quantistica.  Da queste differenze scaturisce la grande incertezza del linguaggio usato comunemente come mezzo di comunicazione e le frequenti incomprensioni, le ambiguità, gli equivoci, i fraintendimenti che possiamo verificare quotidianamente nei rapporti interpersonali e nel mondo dell’informazione e della comunicazione in genere.

Già Leibnitz e, successivamente, Wittgenstein, si posero il problema di trovare un linguaggio, riferito in particolare al campo filosofico e scientifico, che fosse chiaro e non si prestasse ad interpretazioni personali; un linguaggio universale. Purtroppo, sembra quasi un’impresa impossibile. Solo i matematici sembrare godere di questo privilegio: 2+2 fa 4, ovunque e sempre, ed il codice binario, basato sulla successione di due sole cifre, 0-1 (aperto/chiuso, acceso/spento, vero/falso) non lascia spazio a vie di mezzo, interpretazioni e fraintendimenti. Non così per il nostro comune linguaggio quotidiano ed ancora meno quando ci avventuriamo in discorsi su argomenti che, già di per sé, non essendo esplicabili attraverso formule matematiche, si prestano ad interpretazione personale. Pensiamo all’etica, l’estetica, la politica; tutti sono autorizzati ad avere i propri criteri di giudizio, in un trionfo di relativismo lessicale che tutto giustifica e legittima. In assenza di criteri matematici che non lascino spazio a fraintendimenti, chiunque si sente autorizzato a ritenere valida la propria opinione e ritenere sbagliate le opinioni altrui. Anzi, le nostre opinioni personali assurgono a valori universali ed acquistano quasi il crisma di assioma, mentre quelle degli altri, specie se in contrasto con le nostre, sono solo ipotesi e supposizioni del tutto insignificanti. In breve: “Le nostre opinioni sono idee, le idee degli altri sono solo opinioni.”

CULTURA
6 gennaio 2016
La felpa di Boncinelli
           

Ieri notte, mentre la Befana post moderna, gettata via la vecchia ed usurata scopa, a bordo del suo nuovissimo aspirapolvere turbo supertecnologico ultimo modello con navigatore satellitare di serie, volava per città e borghi di campagna impegnata a distribuire regali a bambini e adulti, su La7 andava in onda, intorno alla mezzanotte, una replica del programma di Floris “Di martedì”.

Ospiti d’eccezione in studio: il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti scopritore dei neuroni specchio, il fisico Carlo Rovelli ed il genetista Edoardo Boncinelli.  Se in televisione si desse più spazio a questi studiosi e meno ai salotti di oche starnazzanti, forse il mondo sarebbe migliore. Il prof.  Boncinelli, fra tante osservazioni interessanti sul funzionamento del cervello e sulle cause del comportamento umano, per dimostrare  che il cervello non sempre ragiona in maniera corretta, ma spesso ci fa compiere errori di valutazione, ha posto questo quesito: “Un tifoso va in un negozio e compra una felpa ed un distintivo con i colori della sua squadra, e spende in tutto 110 euro. Posto che la felpa costa 100 euro più del distintivo, quanto costa il distintivo?”.

Dieci euro”, è stata la risposta istintiva di Floris. Sbagliato, dice Boncinelli, costa 5 euro. Di fronte alla sorpresa di Floris, ripete con calma la domanda e Floris un po’ titubante risponde ancora “Dieci euro”. No, insiste Boncinelli, ecco come la mente ci inganna e ci fa compiere degli errori; costa solo 5 euro. Floris appare in difficoltà, non capisce dove sia l’errore e chiede al pubblico: “Qualcuno l’ha capita”? Silenzio in studio. Non so se in studio al momento l’abbiano capita. Credo, però,  che ripensandoci dopo con calma, sia Floris, sia gli ospiti in studio o i telespettatori, abbiano capito quale fosse l’inganno ed abbiano trovato la spiegazione giusta. Aveva ragione Boncinelli, ovviamente, ma istintivamente, se non si riflette, si è portati a rispondere proprio come ha fatto Floris.

Mi ricorda un altro vecchio indovinello simile che circolava molti anni fa, quando eravamo ragazzi: l’indovinello del mattone. Credo che sia tuttora in voga; l’ho visto citato, fra gli indovinelli più facili, in siti che propongono indovinelli e quiz. L’indovinello è semplice e facilmente risolvibile, se ci si riflette un attimo. Ma se si risponde d’impeto, istintivamente, il più delle volte si sbaglia. Eccolo: “Un mattone pesa un chilo più mezzo mattone. Quanto pesa il mattone?”. Di solito la prima risposta è “Un chilo e mezzo”. Ovviamente la risposta è sbagliata, perché in realtà il mattone pesa 2 chili. Facile rispondere se mentalmente si immagina una bilancia che abbia su un piatto un mattone intero e sull’altro piatto mezzo mattone più un peso di un chilo. Appare subito chiaro che, per equilibrare il peso del mattone intero su un piatto, sull’altro piatto occorrono due mezzi mattoni. E se ad un mezzo mattone sostituiamo il peso di 1 chilo, quello è esattamente il peso di un mezzo mattone. Quindi due mezzi mattoni da un chilo fanno un mattone intero da 2 chili: 1 chilo (peso) + 1 chilo (mezzo mattone) = 2 chili (mattone intero).

Spiegare un indovinello è un po’ come spiegare le barzellette o le battute di spirito, ma bisogna farlo per capire il meccanismo mentale che può condurci in errore. L’indovinello di Boncinelli è molto simile a quello del mattone: è solo una versione più recente, ma il meccanismo mentale che induce in errore è lo stesso, e la risposta istintiva, quella che darebbero in molti, è quella di Floris. Ma basta riflettere un po’ per rendersi conto che la risposta giusta è un’altra, esattamente quella data da Boncinelli. Infatti si dice che la felpa costa 100 euro “più” del distintivo. Quindi, se il distintivo costasse 10 euro, la felpa dovrebbe costare 10 euro + 100, ovvero 110 euro, che sommati ai dieci euro del distintivo, farebbe 120 euro, e non 110. L’inganno è dare per scontato che  i 100 euro siano il costo della felpa, e considerare il costo del distintivo come differenza fra 110 e 100, ovvero 10 euro. Questa è l’operazione mentale che viene spontanea, e che ci inganna; mentre la prima cosa da tenere ben chiara è che il costo della felpa è dato dal “costo del distintivo più 100”. E’ quel “più” che ci sfugge e ci inganna. Quindi se il distintivo costasse 1 euro, la felpa costerebbe 1 + 100 = 101; così il costo totale, felpa più distintivo, sarebbe 101 + 1 = 102.  Se il distintivo costasse 9 euro la felpa costerebbe 9 + 100 = 109: ed il costo totale sarebbe 109 + 9 = 118. E non 110 euro. La risposta giusta, quindi, non può che essere 5 + 105 = 110. Quindi il distintivo costa 5 euro; ha ragione Boncinelli.

Abbastanza facile risolverlo, anche istintivamente, se si ragiona per immagini, come nell’indovinello del mattone. Un po’ più difficile è dare subito la risposta giusta se si ragiona con le parole, perché restiamo ingannati da quel “100” che identifichiamo come costo della felpa. C’è una differenza sostanziale nei due modi di procedere; ragionare per immagini (ma non è da tutti) è un procedimento molto più veloce e, quasi sempre (diciamo “quasi”, giusto per scrupolo e per lasciare un minimo spazio al dubbio), anche più corretto. Questo è il vero mistero e la bellezza di indovinelli e quiz; scoprire i meccanismi del pensiero umano ed i tranelli insiti nei nostri sensi e nella elaborazione delle informazioni che arrivano al cervello; un esempio classico sono le illusioni ottiche. Che poi è lo stesso meccanismo che può trarre in inganno anche in merito a problemi ben più seri e complessi. Basta saperlo e regolarsi.

SCIENZA
2 dicembre 2015
Cervelli unisex
           

Ovvero: come si fanno i titoli a capocchia. Non è che io ce l’ho in particolare con la stampa, è che certi cronisti sono proprio dei “peracottari“, come diceva un ingegnere romano che insegnava fisica.

Prendiamo, per esempio, questo titolo comparso sul Giornale.it di qualche giorno fa: “Il cervello è unisex“. Non c’è possibilità di equivocare, significa che il cervello umano non ha differenziazioni di genere maschile e femminile; i cervelli di uomini e donne sono perfettamente identici. Ma siccome la baggianata è talmente grossa che si stenta a credere che in questa affermazione ci sia qualcosa di anche lontanamente scientifico, non resta che leggere l’articolo per verificare. Ed infatti il pezzo dice qualcosa di completamente diverso dal titolo.

Inizia citando l’autorevole fonte “United States National Academy of Sciences” che avrebbe pubblicato il risultato di una ricerca dalla quale si scopre che il cervello è “unisex“. E se già nelle prime righe conferma la notizia, significa che deve essere vero. E, proseguendo nella lettura, si ha la conferma che “Non esisterebbe un vero e proprio dimorfismo sessuale del cervello“, e che “uomini e donne sono cerebralmente uguali.”. Chiarissimo, non c’è alcuna differenza, sono perfettamente uguali.

Ma subito dopo dice: “ Esistono però regioni più comuni tra i maschi e regioni più comuni tra le donne.”. Quindi si sostiene che esistono alcune “regioni del cervello” che sono più o meno presenti nel cervello maschile o femminile e che, quindi, esiste già una differenza. Infatti, prosegue: “Inoltre, se si prende il cervello di un uomo, è altamente probabile che al suo interno ci siano anche tante, se non tantissime, regioni neurali di tipo “femminile” (la cui forma è statisticamente più diffusa nel cervello di donne), oltre che regioni neurali di tipo “maschile” (la cui forma è invece statisticamente più diffusa nel cervello di maschi).”.

Ovvero, esistono regioni e forme cerebrali che possono essere presenti in diversa misura sia nel cervello maschile che in quello femminile, ma che, essendo fortemente caratterizzate, le forme femminili sono più presenti nel cervello femminile, e quelle maschili nel cervello maschile. Quindi, esiste una chiara differenza fra regioni e forme maschili e femminili e, per conseguenza, tra cervelli maschili e femminili. Il che è esattamente il contrario dell’affermare che il cervello non ha differenze di genere ed è “unisex“. Ora, però, sorge una curiosità. Viene il dubbio che esista anche un tipo di cervello speciale: quello in dotazione a certi giornalisti.

In verità una certa vaga idea che i cervelli maschili e femminili siano diversi l’abbiamo sempre avuta. Non ci vogliono grandi ricerche scientifiche per saperlo; basta un minimo di buon senso e di capacità di osservazione. Ma siccome oggi il verbo del politicamente corretto dice che bisogna annullare le differenze di genere a favore di un genere indefinito, neutro, che può essere indifferentemente maschile e femminile, o vie intermedie, e può variare nel tempo (una specie di applicazione sessuale della fisica quantistica), allora ecco che, nonostante si affermi chiaramente che esistono forme cerebrali  prettamente maschili o femminili, si annuncia che il cervello non ha un genere specifico, ma è “unisex“. Come se dicessero che esistono il bianco ed il nero, ma che c’è solo il grigio. Come se dicessero che al mondo ci sono uomini e donne, ma sono tutti come Luxuria. Se poi gli andate a dire che questo non è giornalismo, non è scienza, né divulgazione scientifica, ma è pura confusione mentale, per non dire di peggio, magari si offendono. E’ pura psicopatologia monomaniacale di tipo sessista. Magari, fra non molto, ci informeranno che una nuova ricerca ha accertato che il cervello  non è maschile o femminile, e nemmeno unisex, è ‘ “Transgender“. E la chiamano informazione.

SOCIETA'
28 ottobre 2015
Carne, tumori e insetti fritti
           

Sta facendo scalpore la notizia che la carne rossa è cancerogena. Lo dice l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’ Oms, scatenando polemiche e commenti di opposto tenore. Periodicamente si lanciano allarmi di ogni tipo, dal riscaldamento globale alla deforestazione, dall’inquinamento ambientale alla nocività di alimenti e bevande. A dar retta agli esperti siamo così in pericolo, minacciati da veleni di ogni tipo,  che è già una fortuna essere ancora vivi. L’ultimo allarme è questo: “Carni rosse e lavorate causano il cancro.”.

Molte delle notizie che vengono sparate ogni giorno in prima pagina, spesso in maniera allarmistica, servono solo a riempire le pagine, come ho ripetuto spesso a proposito dell’informazione.  Ieri, per fare un esempio di falso allarme, ci hanno comunicato che una stella cometa ci sta cadendo addosso e potrebbe colpirci anche subito. Ecco il titolo catastrofico: “Scoperta la cometa dell’Apocalisse: potrebbe colpirci anche adesso.”. Così allarmante che si è presi dal panico e si corre alla finestra con la paura di vederla cadere in giardino. Poi si legge il pezzo e si scopre che il pericolo c’è (niente di nuovo), ma l’evento è previsto fra circa 15 milioni di anni. Ecco, questa è la linea editoriale che ormai domina la stampa e l’informazione in genere: sparare in prima pagina titoloni ad effetto per attirare l’attenzione dei lettori ed incrementare il numero delle visite che poi, al momento di stipulare i contratti pubblicitari, hanno il loro peso. La serietà è un optional., ed il rispetto per i lettori anche.

Le notizie che riguardano la salute dei cittadini sono sempre di grande richiamo. Ecco perché quest’ultima denuncia dell’Oms sulla pericolosità del consumo di carne suscita reazioni contrastanti. Visti i frequenti allarmi sull’effetto cancerogeno di molti alimenti, comincio a pensare che la vera causa dell’incremento dei casi di tumori vari, siano altre e ben più pericolose. Ma evitano di dirlo chiaramente, per difendere chissà quali segreti e interessi economici (ormai niente è ciò che sembra, specie sulla stampa: diffidare è d’obbligo), e sviano l’attenzione mettendo sotto accusa altri fattori e prodotti di largo consumo come alimenti e bevande. Magari sbaglio, ma il sospetto è forte.

Il recente scandalo delle emissioni truccate delle auto Volkswagen dovrebbe essere ben più allarmante del mangiare una salsiccia; specie per milioni di persone che vivono in quelle specie di camere a gas che sono diventate le metropoli. Perché tanto clamore per una piccola differenza nelle emissioni di gas di scarico? Non sarà che i dati che ci propinano sulla pericolosità di queste emissioni delle auto siano inattendibili ed i gas di scarico siano  molto più pericolosi di quanto lascino intendere? Studi scientifici hanno dimostrato che le polveri sottili, lo smog e gli scarichi auto non solo procurano affezioni broncopolmonari, ma alterano addirittura i neuroni cerebrali (Lo smog danneggia il cervello). Il che significa che, giorno per giorno e senza rendercene conto, stiamo impazzendo (come ripeto da anni e come ci conferma la cronaca quotidiana, visti i continui casi di persone che per “futili motivi” si ammazzano; proprio ieri un ragazzo di 18 anni è stato accoltellato a morte per un debito di 10 euro. Vi sembra normale?).  Allora sarà più pericoloso mangiare una braciola di maiale, oppure essere immersi ogni giorno in una specie di ciminiera a respirare veleni che ci stanno mandando in pappa il cervello? Aspettiamo risposta dall’Oms.

Il vero pericolo è l’inquinamento globale a causa del quale tutti gli alimenti sono inquinati; la carne, il pesce, frutta e verdura, perfino l’acqua, l’aria ed i mari, a causa degli scarichi fognari, rifiuti tossici e scarti di lavorazione industriale riversati direttamente in mare, o lungo i fiumi diventati cloache a cielo aperto. Qualche anno fa Greenpeace lanciò l’allarme sulla presenza di mercurio e piombo nel pesce del Tirreno (sogliole al mercurio): non credo che ultimamente la situazione sia migliorata; è molto probabile che sia peggiorata. Un altro articolo riferiva dei risultati di esami di campioni di acqua marina del Mediterraneo, da cui risulta che il Mare nostrum è una specie di “Zuppa di plastica tossica“. Sull’inquinamento terrestre è meglio tacere, ormai siamo a livelli irrimediabili: la Terra dei fuochi in Campania è solo un esempio, quello che ha suscitato più scalpore e denunce, ma ormai le terre dei fuochi sono sparse su tutta la penisola e solo di una parte si conosce l’esistenza. E tutto ciò che cresce, si alimenta e vive in un territorio inquinato è a sua volta inquinato; siano prodotti vegetali o siano animali di cui ci nutriamo.  Aggiungete l’inquinamento atmosferico e quello elettromagnetico ed il quadro è completo; da Day after.

Ma è meglio non dare troppo spazio al pericolo derivante da questo inquinamento globale. Basta dare piccoli segnali, denunce saltuarie, fare qualche titolo sulla stampa, qualche dichiarazione del politico di turno, giusto per riempire i giornali, mettere insieme quattro opinionisti ed esperti in uno dei tanti inutili talk show o realizzare qualche servizio televisivo.  Così facciamo finta di occuparci del problema, ma senza esagerare, altrimenti si manda in crisi l’intero sistema produttivo e commerciale. Mercurio e piombo nei pesci possono mandare in crisi l’intero comparto della pesca. L’inquinamento della campagna mette in crisi l’agricoltura. L’uso di ormoni e antibiotici usati per accelerare la crescita degli animali, mette in crisi gli allevatori. La reale tossicità dei veleni scaricati dalle auto metterebbe in crisi le aziende automobilistiche. Se si decidesse di  vietare tutto ciò che è dannoso per la salute umana o per la salvaguardia dell’ambiente, si bloccherebbe di colpo gran parte dell’intera produzione industriale; sarebbe una catastrofe economica. Allora denunciare sì, ma con calma, senza sollevare troppi polveroni. Un giorno ce la prendiamo con le sogliole al mercurio, il giorno dopo con gli scarichi delle auto, poi con i vitelli allevati con gli ormoni, poi con le piogge acide e la deforestazione, infine con l’olio di palma e le merendine, e così via; intanto le notizie si dimenticano presto e sembra che l’unico pericolo per l’uomo sia quello della denuncia del giorno, il resto è già dimenticato. La settimana scorsa sotto accusa era l’olio di palma, oggi il pericolo è la carne cancerogena; domani chissà.

Di recente il Parlamento europeo, accogliendo il suggerimento della FAO e dell’ONU,  ha finanziato una campagna pubblicitaria per convincere la gente a mangiare meno carne e sostituirla con insetti, vermi e larve;  alimenti sani, altamente proteici, basso costo di produzione e minor impatto ambientale, rispetto alla quantità di mangimi  e acqua occorrente per l’allevamento animale (Insetti, il cibo del futuro). Per divulgare l’entomofagia i cervelloni di Bruxelles hanno stabilito di erogare 3 milioni di euro ad ogni Paese che si impegni a diffondere e sostenere l’utilizzo degli insetti per uso alimentare (milioni di euro per farci mangiare ragni). Se tutti aderiscono, e non c’è motivo di dubitarne, 3 milioni per 27 paesi vuol più di 80 milioni di euro; per farci mangiare insetti.  Adesso è chiaro perché ultimamente su stampa e televisione si parla sempre più spesso di insetti e del loro utilizzo alimentare. Poi c’è ancora gente convinta che quelli del Parlamento europeo siano persone normali.

La giustificazione di questa iniziativa bislacca è collegata all’annoso problema della fame nel mondo. Dicono gli esperti ONU che noi, in Occidente, consumiamo troppa carne, mentre nel terzo mondo soffrono di carenze alimentari, proprio a causa del nostro eccessivo consumo di risorse. Questa strana relazione di causa/effetto fra il nostro benessere e la scarsità di risorse dei paesi poveri è tutta da dimostrare, ma è un’invenzione che fa comodo a tutte le associazioni che  campano sulla vera o presunta attività di intervento umanitario a favore del terzo mondo. Se si ha qualche dubbio in proposito, sarebbe il caso di leggere attentamente questo articolo: “Insetti, Fao, Onu e sprechi“.

Non sarà che anche questa sparata dell’Oms sulla pericolosità del consumo di carne è funzionale a quella campagna insettivora? Inculcandoci la paura che la carne sia cancerogena, vogliono convincerci a rinunciare alla salsiccia per mangiare fritto misto di grilli e spiedini di cavallette. Così si raggiunge un equilibrio dei consumi alimentari fra occidente ricco e paesi poveri; noi mangiamo più insetti ed i poveri del terzo mondo ogni tanto possono farsi una braciola, che evidentemente è cancerogena solo per noi, a loro fa bene (sono stranezze degli esperti ONU).  Resta il sospetto che ci sia qualcosa di poco chiaro in queste campagne a favore del terzo mondo, specie quando vogliono convincerci a mangiare insetti per dare le bistecche ai poveri. E tanto per cambiare ho l’impressione che dietro questa novità alimentare ci siano già aziende specializzate che hanno scoperto un nuovo business (Insetti, partono i primi allevamenti); guarda caso tra i primi interessati alla novità c’è la Coop, chissà perché. Sì, c’è qualcosa che non mi convince. Sarò troppo diffidente, ma il dubbio me lo tengo.

Vedi:Nouvelle cuisine

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