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Titanic
Ballando mentre la nave affonda
CULTURA
6 gennaio 2016
La felpa di Boncinelli
           

Ieri notte, mentre la Befana post moderna, gettata via la vecchia ed usurata scopa, a bordo del suo nuovissimo aspirapolvere turbo supertecnologico ultimo modello con navigatore satellitare di serie, volava per città e borghi di campagna impegnata a distribuire regali a bambini e adulti, su La7 andava in onda, intorno alla mezzanotte, una replica del programma di Floris “Di martedì”.

Ospiti d’eccezione in studio: il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti scopritore dei neuroni specchio, il fisico Carlo Rovelli ed il genetista Edoardo Boncinelli.  Se in televisione si desse più spazio a questi studiosi e meno ai salotti di oche starnazzanti, forse il mondo sarebbe migliore. Il prof.  Boncinelli, fra tante osservazioni interessanti sul funzionamento del cervello e sulle cause del comportamento umano, per dimostrare  che il cervello non sempre ragiona in maniera corretta, ma spesso ci fa compiere errori di valutazione, ha posto questo quesito: “Un tifoso va in un negozio e compra una felpa ed un distintivo con i colori della sua squadra, e spende in tutto 110 euro. Posto che la felpa costa 100 euro più del distintivo, quanto costa il distintivo?”.

Dieci euro”, è stata la risposta istintiva di Floris. Sbagliato, dice Boncinelli, costa 5 euro. Di fronte alla sorpresa di Floris, ripete con calma la domanda e Floris un po’ titubante risponde ancora “Dieci euro”. No, insiste Boncinelli, ecco come la mente ci inganna e ci fa compiere degli errori; costa solo 5 euro. Floris appare in difficoltà, non capisce dove sia l’errore e chiede al pubblico: “Qualcuno l’ha capita”? Silenzio in studio. Non so se in studio al momento l’abbiano capita. Credo, però,  che ripensandoci dopo con calma, sia Floris, sia gli ospiti in studio o i telespettatori, abbiano capito quale fosse l’inganno ed abbiano trovato la spiegazione giusta. Aveva ragione Boncinelli, ovviamente, ma istintivamente, se non si riflette, si è portati a rispondere proprio come ha fatto Floris.

Mi ricorda un altro vecchio indovinello simile che circolava molti anni fa, quando eravamo ragazzi: l’indovinello del mattone. Credo che sia tuttora in voga; l’ho visto citato, fra gli indovinelli più facili, in siti che propongono indovinelli e quiz. L’indovinello è semplice e facilmente risolvibile, se ci si riflette un attimo. Ma se si risponde d’impeto, istintivamente, il più delle volte si sbaglia. Eccolo: “Un mattone pesa un chilo più mezzo mattone. Quanto pesa il mattone?”. Di solito la prima risposta è “Un chilo e mezzo”. Ovviamente la risposta è sbagliata, perché in realtà il mattone pesa 2 chili. Facile rispondere se mentalmente si immagina una bilancia che abbia su un piatto un mattone intero e sull’altro piatto mezzo mattone più un peso di un chilo. Appare subito chiaro che, per equilibrare il peso del mattone intero su un piatto, sull’altro piatto occorrono due mezzi mattoni. E se ad un mezzo mattone sostituiamo il peso di 1 chilo, quello è esattamente il peso di un mezzo mattone. Quindi due mezzi mattoni da un chilo fanno un mattone intero da 2 chili: 1 chilo (peso) + 1 chilo (mezzo mattone) = 2 chili (mattone intero).

Spiegare un indovinello è un po’ come spiegare le barzellette o le battute di spirito, ma bisogna farlo per capire il meccanismo mentale che può condurci in errore. L’indovinello di Boncinelli è molto simile a quello del mattone: è solo una versione più recente, ma il meccanismo mentale che induce in errore è lo stesso, e la risposta istintiva, quella che darebbero in molti, è quella di Floris. Ma basta riflettere un po’ per rendersi conto che la risposta giusta è un’altra, esattamente quella data da Boncinelli. Infatti si dice che la felpa costa 100 euro “più” del distintivo. Quindi, se il distintivo costasse 10 euro, la felpa dovrebbe costare 10 euro + 100, ovvero 110 euro, che sommati ai dieci euro del distintivo, farebbe 120 euro, e non 110. L’inganno è dare per scontato che  i 100 euro siano il costo della felpa, e considerare il costo del distintivo come differenza fra 110 e 100, ovvero 10 euro. Questa è l’operazione mentale che viene spontanea, e che ci inganna; mentre la prima cosa da tenere ben chiara è che il costo della felpa è dato dal “costo del distintivo più 100”. E’ quel “più” che ci sfugge e ci inganna. Quindi se il distintivo costasse 1 euro, la felpa costerebbe 1 + 100 = 101; così il costo totale, felpa più distintivo, sarebbe 101 + 1 = 102.  Se il distintivo costasse 9 euro la felpa costerebbe 9 + 100 = 109: ed il costo totale sarebbe 109 + 9 = 118. E non 110 euro. La risposta giusta, quindi, non può che essere 5 + 105 = 110. Quindi il distintivo costa 5 euro; ha ragione Boncinelli.

Abbastanza facile risolverlo, anche istintivamente, se si ragiona per immagini, come nell’indovinello del mattone. Un po’ più difficile è dare subito la risposta giusta se si ragiona con le parole, perché restiamo ingannati da quel “100” che identifichiamo come costo della felpa. C’è una differenza sostanziale nei due modi di procedere; ragionare per immagini (ma non è da tutti) è un procedimento molto più veloce e, quasi sempre (diciamo “quasi”, giusto per scrupolo e per lasciare un minimo spazio al dubbio), anche più corretto. Questo è il vero mistero e la bellezza di indovinelli e quiz; scoprire i meccanismi del pensiero umano ed i tranelli insiti nei nostri sensi e nella elaborazione delle informazioni che arrivano al cervello; un esempio classico sono le illusioni ottiche. Che poi è lo stesso meccanismo che può trarre in inganno anche in merito a problemi ben più seri e complessi. Basta saperlo e regolarsi.

SCIENZA
2 dicembre 2015
Cervelli unisex
           

Ovvero: come si fanno i titoli a capocchia. Non è che io ce l’ho in particolare con la stampa, è che certi cronisti sono proprio dei “peracottari“, come diceva un ingegnere romano che insegnava fisica.

Prendiamo, per esempio, questo titolo comparso sul Giornale.it di qualche giorno fa: “Il cervello è unisex“. Non c’è possibilità di equivocare, significa che il cervello umano non ha differenziazioni di genere maschile e femminile; i cervelli di uomini e donne sono perfettamente identici. Ma siccome la baggianata è talmente grossa che si stenta a credere che in questa affermazione ci sia qualcosa di anche lontanamente scientifico, non resta che leggere l’articolo per verificare. Ed infatti il pezzo dice qualcosa di completamente diverso dal titolo.

Inizia citando l’autorevole fonte “United States National Academy of Sciences” che avrebbe pubblicato il risultato di una ricerca dalla quale si scopre che il cervello è “unisex“. E se già nelle prime righe conferma la notizia, significa che deve essere vero. E, proseguendo nella lettura, si ha la conferma che “Non esisterebbe un vero e proprio dimorfismo sessuale del cervello“, e che “uomini e donne sono cerebralmente uguali.”. Chiarissimo, non c’è alcuna differenza, sono perfettamente uguali.

Ma subito dopo dice: “ Esistono però regioni più comuni tra i maschi e regioni più comuni tra le donne.”. Quindi si sostiene che esistono alcune “regioni del cervello” che sono più o meno presenti nel cervello maschile o femminile e che, quindi, esiste già una differenza. Infatti, prosegue: “Inoltre, se si prende il cervello di un uomo, è altamente probabile che al suo interno ci siano anche tante, se non tantissime, regioni neurali di tipo “femminile” (la cui forma è statisticamente più diffusa nel cervello di donne), oltre che regioni neurali di tipo “maschile” (la cui forma è invece statisticamente più diffusa nel cervello di maschi).”.

Ovvero, esistono regioni e forme cerebrali che possono essere presenti in diversa misura sia nel cervello maschile che in quello femminile, ma che, essendo fortemente caratterizzate, le forme femminili sono più presenti nel cervello femminile, e quelle maschili nel cervello maschile. Quindi, esiste una chiara differenza fra regioni e forme maschili e femminili e, per conseguenza, tra cervelli maschili e femminili. Il che è esattamente il contrario dell’affermare che il cervello non ha differenze di genere ed è “unisex“. Ora, però, sorge una curiosità. Viene il dubbio che esista anche un tipo di cervello speciale: quello in dotazione a certi giornalisti.

In verità una certa vaga idea che i cervelli maschili e femminili siano diversi l’abbiamo sempre avuta. Non ci vogliono grandi ricerche scientifiche per saperlo; basta un minimo di buon senso e di capacità di osservazione. Ma siccome oggi il verbo del politicamente corretto dice che bisogna annullare le differenze di genere a favore di un genere indefinito, neutro, che può essere indifferentemente maschile e femminile, o vie intermedie, e può variare nel tempo (una specie di applicazione sessuale della fisica quantistica), allora ecco che, nonostante si affermi chiaramente che esistono forme cerebrali  prettamente maschili o femminili, si annuncia che il cervello non ha un genere specifico, ma è “unisex“. Come se dicessero che esistono il bianco ed il nero, ma che c’è solo il grigio. Come se dicessero che al mondo ci sono uomini e donne, ma sono tutti come Luxuria. Se poi gli andate a dire che questo non è giornalismo, non è scienza, né divulgazione scientifica, ma è pura confusione mentale, per non dire di peggio, magari si offendono. E’ pura psicopatologia monomaniacale di tipo sessista. Magari, fra non molto, ci informeranno che una nuova ricerca ha accertato che il cervello  non è maschile o femminile, e nemmeno unisex, è ‘ “Transgender“. E la chiamano informazione.

CULTURA
9 ottobre 2015
Titoli casual: metaformofosi, bimbi gialli e balconi morti (forse)
           

Ancora titoli curiosi presi dal web. Leggere le notizie sta diventando una pena, una sorta di penitenza alla quale ci sottoponiamo in nome della necessità di essere informati. Quindi ogni giorno, anche se non leggiamo gli articoli, dobbiamo almeno necessariamente leggere i titoli di notizie di gossip, cronaca nera, pubblicità occulta, idiozie spacciate per informazione e le ultimissime della politica nazionale ed estera, drammatiche e poco rassicuranti sul nostro futuro.

Per fortuna  capitano anche degli articoli e titoli che ci fanno sorridere. Così compensiamo in qualche modo l’effetto deprimente della cronaca quotidiana. Ecco un esempio di titolo “casual” riportato due giorni fa nella Home Tiscali: “Ricerca sulla metaformofosi dei neutrini”. Si tratta dell’assegnazione dei Nobel per la fisica. E quando si parla di scienza si deve stare attenti a ciò che si scrive, perché la scienza è una cosa seria, è per definizione “esatta”. Quindi, a prima vista, siamo portati a pensare che anche questo titolo sia esatto e che i due fisici siano stati insigniti del prestigioso riconoscimento per una ricerca sui neutrini e su una strana e sconosciuta loro proprietà: la “Metaformofosi“.  Incuriositi si legge, quindi, l’articolo, ma di questa metaformofosi non c’è traccia. Inutile anche tentare un rapida ricerca su Google, non la trovereste nemmeno lì.  Com’è facilmente intuibile, infatti, si tratta del solito strafalcione, il classico refuso o errore di battitura. Forse per la fretta o la disattenzione, al posto di una corretta metamorfosi  ci scappa una metaformofosi.

Niente di grave, succede. Ciò che, però, non è molto comprensibile e giustificabile, cosa che ripeto da anni,  è che quell’errore sia rimasto al suo posto, in prima pagina, tutta la giornata. Quel box con quel titolo è sparito solo il giorno dopo, quando al mattino sono state inserite nuove notizie in home. Allora ci si chiede come sia possibile che in tutta la giornata nessuno si prenda la briga di controllare cosa si pubblica in prima pagina, ed eventualmente correggere gli errori.  E’ la domanda che mi pongo spesso, ed ancora non trovo risposta; se non la certezza che l’informazione in rete sia fatta con molta leggerezza, approssimazione, e mancanza di rispetto per i lettori.

Ancora un titolo curioso, sempre su Tiscali di avantieri. Non è propriamente un errore, è solo un effetto umoristico dettato dalla necessità di comporre un titolo breve, conciso, ma esplicativo. Lo si nota perché capita proprio sotto il precedente titolo sulla “metaformofosi“. Allora non si può non notare l’effetto involontariamente umoristico di questo titolo che usa il termine “giallo” per indicare che sul fatto c’è qualcosa di poco chiaro. Il termine “giallo” una volta indicava i racconti di genere poliziesco, quelli lanciati alla fine degli anni ’20 del secolo scorso dalla casa editrice Mondadori (Gialli Mondadori) e che erano caratterizzati proprio dalla loro inconfondibile copertina gialla. Da questa particolarità editoriale nacque l’abitudine di estendere il termine “giallo” a tutto ciò che, in televisione, al cinema o in letteratura, riguardava storie di argomento poliziesco.

Ma, come succede spesso con l’evoluzione della lingua, il suo significato viene solitamente esteso a tutto ciò che è misterioso, poco chiaro, che lascia in sospeso domande senza risposta ed enigmi irrisolti. Ed ecco che il verificarsi di un fatto del quale non sono ben chiare le cause diventa “un giallo“. Già questo suscita ironia, perché, se dovessimo intendere il significato del termine “ giallo” per quello che era in origine, si dovrebbe interpretare la notizia in questo modo: “Precipita un bambino: è un racconto poliziesco“. Ma la prima domanda che viene alla mente è la seguente: è giallo il bambino, oppure è giallo l’ottavo piano? Se vogliamo, però, dedurre il significato del titolo dalla  “analisi logica” della frase (esercizio linguistico che credo scomparso dalla prassi didattica), dovremmo concludere che  dall’ottavo piano è precipitato un bimbo che, per qualche strano motivo, è “giallo“. Forse è caduto in un secchio di vernice gialla, o forse è stato dipinto di giallo seguendo la moda del body painting. E’ un mistero; o per stare in tema “è un giallo: il giallo del bambino giallo“.

Come se non bastasse, quel titolo si presta ad un altro possibile equivoco. Con il termine “giallo” si identificano anche le popolazioni dell’estremo Oriente: giapponesi e cinesi  (i “musi gialli“; ma guai a dirlo, vi accuserebbero di razzismo). Allora quel titolo potrebbe essere inteso anche in questo modo: “Precipita bimbo: è cinese“. Non basta, perché il colorito giallo può essere sintomo di un ittero, una disfunzione epatica. E allora la notizia si potrebbe leggere anche così: “Precipita bimbo: era affetto da itterizia“. Ma c’è anche un’altra ipotesi, la più logica e razionale, che può scaturire dalla lettura di quel titolo “Bimbo di 10 anni precipita dall’ottavo piano: è giallo”,  e concludere che si tratti semplicemente di un errore. In realtà, infatti, se un bimbo cade dall’ottavo piano, la cosa più probabile non è che sia giallo, ma che sia morto. No?

Sembrerebbe risolto il caso, o meglio “il giallo”. Così, per evitare  equivoci e fraintendimenti,  basta sostituire “giallo” con “morto“, ed otteniamo questo nuovo titolo: “Bimbo di 10 anni precipita dall’ottavo piano: è morto.”. Così sarebbe più chiaro? Ma nemmeno per sogno. Ora si porrebbe un nuovo dilemma: è morto il bambino, oppure è morto l’ottavo piano? Mistero; anzi, un giallo!

Guarda tu in che guaio semantico ci si può ficcare per un semplice titolo di stampa. Bisognerebbe essere più chiari quando si scrive. Si scherza, si scherza; ma mica tanto.

CULTURA
25 giugno 2015
Fisica quantistica e stampodismo
           

L’informazione scientifica secondo lo stampodismo, Cos’è lo stampodismo? E’ un neologismo che mi è venuto in mente per definire quello che passa ogni giorno sui media e che chiamano informazione. E’ la “stampa podistica “, quella di chi scrive con i piedi. Esempi di stampodismo possiamo rilevarli quotidianamente; basta dare uno sguardo alle notizie in rete. Ecco un buon esempio di stampodismo comparso ieri sul quotidiano L’Unione sarda: “Primo messaggio quantistico al mondo via satellite“.

Primo dubbio: “Cos’è un messaggio quantistico”? E ancora, cos’è “quantistico“, il messaggio o il mezzo usato per trasmetterlo? Oppure è “quantistico” il satellite? Ma, più semplicemente, cosa significa “quantistico“?  Ci si aspetterebbe che l’articolo ce lo spieghi. Ma non lo fa; forse per dimenticanza, per distrazione, per mancanza di spazio, oppure…

La scienza non è argomento da bar dello sport. Credo siano davvero pochi quelli che possono affermare di conoscere, capire e saper spiegare cosa sia esattamente la fisica quantistica. Diceva Max Plank, il padre della teoria dei quanti, per la quale ricevette il Nobel per la fisica nel 1918, che coloro che dicono di aver capito la meccanica quantistica stanno mentendo. Giusto per avere un’idea delle implicazioni si può dare uno sguardo al celebre paradosso del “gatto di Schrödinger“. Allora, quando si trattano argomenti scientifici bisognerebbe essere sicuri di conoscere l’argomento trattato e, soprattutto,  cercare di illustrarlo nella maniera più semplice e comprensibile. Altrimenti è bene occuparsi d’altro, di gossip, calcio, cronaca nera, dei morti ammazzati di giornata, ed evitare di parlare di ciò che non si conosce o non si è in grado di trattare in maniera seria.  A tal proposito, (cito a memoria, forse le parole non sono esatte, ma il concetto è quello), diceva Einstein: “Non puoi dire di aver capito veramente qualcosa finché non riesci a spiegarlo con parole semplici a tua nonna.”.

A leggere certa stampa, si potrebbe pensare che chi scrive non abbia capito bene ciò di cui parla, oppure che non abbia una nonna alla quale spiegarlo con parole semplici. Ma oggi ciò che conta, l’ho ripetuto spesso, non è informare, fare divulgazione seria, riportare notizie utili ed interessanti; ciò che conta è riempire le pagine. La notizia riportata su L’Unione riguarda proprio un’applicazione della fisica quantistica. Poiché il pezzo è brevissimo (più che un articolo giornalistico sembra un telegramma) lo si può riportare per intero.

Eccolo: “Una trasmissione di dati quantistica con un satellite, sulla distanza record di 1.700 chilometri, è stata eseguita con successo per la prima volta al mondo. Il test è il risultato di uno studio tutto italiano, portato avanti dal Centro di Geodesia spaziale dell’Agenzia Spaziale Italiana e dall’Università di Padova. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Physical Review Letters.”. Tutto qui, 4 righe 4; fine del pezzo. Ragazzi, questa è informazione seria, documentata ed  esauriente.

La caratteristica del nostro quotidiano regionale è che di solito non riporta gli articoli per intero, ma si limita a fare un sunto della notizie, spesso di poche righe, e rimanda alla lettura del pezzo intero sulla edizione cartacea. Mah, deve essere una nuova forma di marketing. Al di là della strategia editoriale, immagino che questo pezzo, riportato nel sito web del quotidiano, sia stato letto da qualche migliaio di persone. Ora sarebbe interessante sapere (magari si potrebbe lanciare un sondaggio sullo stesso quotidiano) quanti lettori hanno capito esattamente il significato del testo, cosa sia successo, in cosa consista questo esperimento, perché sia così straordinario e, soprattutto, cosa sia un “messaggio quantistico“. Credo che si potrebbe usare l’espressione di Planck e dire che se qualcuno afferma di averlo capito sta mentendo. Questo è uno splendido esempio di Stampodismo; scrivere con i piedi.

Ecco una divertente citazione del paradosso del gatto di Schrödinger applicato alle relazioni sociali.

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SCIENZA
3 maggio 2014
Cratività e movimento (il genio è nei piedi...)
           

Camminare stimola la creatività. Lo dicono i ricercatori della Stanford University. In America sono tutti ricercatori, sembra che non ci siano altre attività. Così, tanto per dimostrare che la ricerca è una cosa seria che merita i lauti finanziamenti pubblici e privati, periodicamente devono rivelare al mondo una qualche “scoperta“, di quelle geniali e fondamentali per il progresso umano. Più o meno, il lavoro di questi ricercatori ha lo stesso impatto sociale del lavoro del Parlamento europeo; quello che stabilisce la curvatura delle banane e la circonferenza del pisello.

Gli americani hanno una passione speciale per la ricerca, ce l’hanno nel sangue. Tanto che anche quando sono in ferie o in vacanza, pur di tenersi in allenamento, i ricercatori si ricercano a vicenda. Noi da piccoli giocavamo a nascondarello, loro giocano a “ricercarello“. In alternativa alla ricerca scientifica ogni tanto si concedono, ma sempre in tema di ricerca, una piccola escursione letteraria; vanno “alla ricerca del tempo perduto“. E una volta trovato il tempo, visto che hanno tempo, ricominciano a ricercare il modo di farsi finanziare per mandare avanti altre ricerche. Non è male come occupazione; sempre meglio che lavorare.

Bene, la grande scoperta di oggi è che “Pensiero e movimento sono legati fra loro; camminare rende più creativi“. Camminate, gente, camminate e diventerete tutti geni (o quasi). Lo dicono i ricercatori americani. Se avete difficoltà a fare footing o jogging all’aperto, in un bel prato verde, va bene anche il tapis roulant (lo dicono i ricercatori). Oggi un tapis roulant ce l’hanno tutti, cani e porci. Voi non ce l’avete? Ma siete proprio sfigati. Va bene, fate le scale del palazzo; su e giù, su e giù, e la creatività vi uscirà dalle orecchie. Contenti? Del resto è risaputo che gente come Mozart, Kant, Galilei, Einstein, avevano l’abitudine di cominciare la giornata con una serie di flessioni, esercizi a corpo libero ed una salutare corsetta in città. E’ così che nascevano le loro intuizioni; correndo. Mozart si portava appresso il suo quadernetto musicale; correva e scriveva (minime, crome, biscrome), scriveva e correva.

Galilei, in questo, era un po’ penalizzato; non poteva correre e portarsi appresso il telescopio. Però correva, anche se un po’ impacciato, perché non c’erano ancora le tute e correva bardato con un lungo pastrano nel quale, infatti, inciampava continuamente. Correva e, con gli occhi al cielo, scrutava gli astri. Ecco perché, non prestando molta attenzione a dove metteva i piedi, spesso tornava a casa mezzo pesto; a causa delle cadute e delle tremende capocciate per terra che gli facevano vedere le stelle, anche senza telescopio!

La nuova teoria dei “camminatori creativi” trova riscontro, infatti, nella realtà. I popoli più creativi sono proprio quelli più abituati a camminare. Più camminano e più sono creativi. Infatti, chi sono i grandi creativi del pianeta? Sono i camminatori per eccellenza, quelli che non hanno rivali, sbaragliano gli avversari e vincono tutte le maratone e le gare podistiche nel mondo. Sono sempre gli stessi atleti provenienti dall’Africa, specie da Kenya ed Etiopia. Terre che, notoriamente, sono una fucina inesauribile di idee, invenzioni, scoperte e creatività in tutti i campi della scienza, dell’arte, della letteratura, la musica, la poesia, la medicina, la fisica, l’architettura. Ed il loro segreto è proprio quello; sono camminatori instancabili.

I nostri ricercatori made in USA sono così convinti della bontà della loro scoperta, fondata sulla strettissima interdipendenza fra pensiero creativo ed attività pedestre, che quel principio lo applicano quotidianamente come metodo di lavoro. Camminano e ricercano, ricercano e camminano, camminano e pensano, pensano e camminano. E’ quel che, dalle nostre parti, si dice “ragionare con i piedi”.

Ecco perché si vede tanta gente che corre in città, nei parchi, in campagna. Ecco perché si organizzano ovunque gare podistiche e maratone. Non è solo sport; sono tutti aspiranti “creativi“. Corri, ragazzo, corri. Hai voglia di correre, puoi fare anche la maratona tutti i santi giorni, ma se sei scemo, scemo sei e scemo rimani. Alla faccia dei ricercatori americani. Punto. Punto, due punti e punto e virgola. Ma sì, abbondiamo, che poi dicono che siamo meridionali, che siamo tirati…

SOCIETA'
11 novembre 2013
L'odore dell'uomo
 

Ieri, in uno dei soliti documentari naturalistici che passano in TV,  si mostrava la caccia al cervo. Fra le varie tecniche adottate per avvicinarsi all’animale senza farsi notare si ricordava che bisogna evitare di porsi in condizioni di vento favorevole che porterebbe l’odore dell’uomo verso il cervo, facendolo scappare. E’ un vecchio accorgimento che tutti conoscono, non solo i cacciatori. Gli animali hanno paura dell’uomo e se ne sentono la presenza scappano.

Niente di nuovo,  è risaputo che gli animali hanno un olfatto sviluppatissimo in grado di percepire gli odori anche a grande distanza e, addirittura, riconoscere i diversi odori. Basta pensare al fiuto finissimo dei cani che riescono a seguire le tracce di una persona per chilometri, scovare tartufi sotto terra, individuare la presenza di persone sotto le macerie o riconoscere la presenza di droga anche se occultata perfettamente alla vista. Questo olfatto sensibilissimo permette agli animali di sentire anche a grande distanza la presenza di altri animali e di riconoscerne la specie. E’ questo olfatto che permette ai predatori di scovare le prede ed alle prede di sfuggire ai predatori. E’ un istinto innato fondamentale per garantire la sopravvivenza. E tutto grazie agli odori ed all’olfatto.

Ora viene spontaneo porsi una domanda:  perché l’odore dell’uomo mette in allarme gli animali e li spaventa tanto da farli scappare? Cosa c’è in quell’odore di così pericoloso, malvagio, terrificante che induce gli animali a sentire la presenza dell’uomo, anche se nascosto alla vista,  e li induce a fuggire? Deve essere qualcosa di particolare che caratterizza l’uomo e lo fa distinguere dalle altre specie viventi. E se facciamo tanta paura agli animali, non deve essere qualcosa di piacevole; c’è poco di cui essere fieri.

Tuttavia l’olfatto e gli odori diversi hanno un ruolo essenziale nel regolare i rapporti fra le specie viventi. E’ anche grazie ad essi che si inviano messaggi e si stabiliscono i rapporti più o meno empatici fra le varie specie, compreso l’uomo. Ecco perché sarebbe interessante che i ricercatori si sforzassero di capire meglio cos’è quel “quid” dell’odore umano che spaventa tanto gli animali.

Potremmo scoprire, con sorpresa, che alla base c’è qualche caratteristica genetica che stimola la formazione di un odore particolare che ci identifica come potenzialmente pericolosi. Potremmo scoprire perché spaventiamo gli animali e perché costituiamo un pericolo costante per la salvaguardia della natura e del pianeta. E se fosse tutta una questione di odori? Sì, sarebbe una grande conquista scoprire cosa c’è di così pericoloso nell’odore dell’uomo.

Beh, non esageriamo, forse non è proprio così. O almeno, non del tutto. Ci sono casi di perfetta e pacifica convivenza fra uomini e altre specie viventi. Basta pensare a tutti gli animali che l’uomo è riuscito ad addomesticare e  che ormai condividono la sorte umana da millenni.  Ma si può anche andare oltre. Prendiamo, per esempio, San Francesco. Non solo gli animali non scappavano sentendo la sua presenza, ma addirittura, secondo la leggenda, i lupi lo avvicinavano mansueti come agnellini e gli uccelli si riunivano attorno a lui per ascoltare le sue parole. Ma sono casi rari. E’ evidente che San Francesco doveva avere un odore particolare che rassicurava gli animali. Era il famoso “odore di santità“.

SOCIETA'
5 giugno 2013
Sesso e perversioni (secondo gli studiosi olandesi)
 

Famolo strano“, diceva Verdone. A quanto pare farlo strano non è poi così strano. Anzi, non solo è “normale”, ma è meglio che farlo normalmente. E’ quanto sostiene un recente studio olandese pubblicato su The Journal of Sexual Medicine (me cojoni! Mica il giornalino delle Giovani marmotte). Questa illuminante teoria viene riportata oggi in prima pagina dal nostro Corrierone nazionale, sempre attento e pronto a dare spazio alle notizie più serie ed importanti: “Sadomaso: chi lo pratica non è «strano» Anzi, è più «sano» degli altri“.

Chiaro? Quindi se voi vi ostinate a fare sesso nella solita maniera siete “meno sani“, quindi “malati“. Ergo, dovete curarvi. Lo dice questo autorevolissimo studio olandese che afferma “chi si dedica a pratiche sessuali «particolari», come bondage e sadomaso, potrebbe essere in realtà più equilibrato degli altri“.

Va bene che ormai i media diffondono in tutti i modi possibili messaggi che sostengono il sesso libero in tutte le sue varianti, lecite, meno lecite ed ai limiti del lecito. Va bene che ogni giorno ci troviamo sotto gli occhi le foto di donne nude o quasi e messaggi erotici di ogni tipo. Va bene che ormai è diventato tutto “normale”; sesso fra uomini, fra donne, ammucchiate, orge, bisex, trans, con animali, con bambole gonfiabili, con la capretta preferita e tutte le possibili varianti sul tema. Va bene che ormai il Kamasutra è roba da educande.  Va bene tutto, ma dire che chi pratica queste bizzarrie sia più sano ed equilibrato degli altri non vi pare troppo? Non stiamo esagerando?

Di questo passo le persone più normali ed equilibrate saranno Platinette e Luxuria. E l’unica perversione sessuale sarà quella di compiere l’atto sessuale fra un uomo ed una donna (obbrobrio!) e magari nella posizione del missionario. Questa sì, sarà perversione. Tutto il resto è “normale“. Almeno lo è secondo gli studiosi olandesi. Resta un dubbio; ma questi olandesi sono “normali“? Temo di no.

Proprio oggi, ancora nella prima pagina del Corriere, c’è questo articolo sulla morte di un uomo a Torino: “Il giallo del quarantenne trovato morto  in auto: fermata una prostituta“. Forse vittima di un gioco erotico. Per gli studiosi olandesi questa persona sarebbe “più sana ed equilibrata” degli altri. Così sana che è morta…di salute.

SOCIETA'
17 febbraio 2013
Meteoriti e Hiroshima
 

Il meteorite esploso nella zona degli Urali ha provocato circa 1.200 feriti e danni ingenti.   Abbiamo letto i dettagli sulla stampa. Ma, confrontando gli articoli di diversi siti, ci resta qualche dubbio.  Sul sito dell’agenzia ANSA leggiamo l’incipit del pezzo: “La Nasa ha stimato che il meteorite di almeno 10 tonnellate…”. Bene, è già una notizia, sappiamo che il meteorite pesava “10 tonnellate”. Ma se andiamo a leggere l’articolo sul Corriere scopriamo che: “SETTEMILA TONNELLATE - Lo ha raccolto il Pentagono …”.

Oh perbacco, oh perbacco. C’è una bella differenza fra 10 tonnellate e 7.000. Sarà un errore di scrittura, un lapsus, un refuso? No, perché qualche riga sotto, viene ripetuto lo stesso valore: “…aveva una dimensione di 15 metri e pesava 7.000 tonnellate“. Mah, misteri cosmici. Ma poi, siamo sicuri che misurasse esattamente 15 metri e non, poniamo, 16 o 15 e mezzo? Chi l’ha misurato? C’era un astronauta in orbita che lo ha bloccato  e gli ha preso le misure con un metro da sarto? Boh!

Lo stesso giorno dell’esplosione, anche i dati sui feriti erano ballerini. Si è partiti da una cifra di circa 400 persone ferite e poi, nel corso della giornata, questo dato veniva continuamente aggiornato, fino ad arrivare ai 1.200. Ora, siccome sono dati che arrivavano in tempo reale in tutto il globo, sembrerebbe che qualche migliaia di rilevatori fossero in giro per gli Urali a contare i feriti uno per uno e riferissero i dati aggiornati in continuazione “Tutti i feriti minuto per minuto“. Strano, ma oggi tutto è possibile. Miracoli dell’era moderna.

Visto che ha provocato danni enormi, in una vastissima area, ci si chiede ancora: ma quanto era potente l’esplosione? No problem, per fortuna c’è ancora la stampa che ci informa dettagliatamente ed in maniera affidabile. Ecco, infatti, ancora il Corriere e l’Ansa che, già nei titoli in prima pagina riportano la potenza esplosiva del meteorite, paragonata alla bomba di Hiroshima.

Titolo del Corriere

Bene, bene, ora siamo informati, corrisponde a 20 bombe di Hiroshima. Vediamo cosa dice l’Ansa…

Titolo ANSA

Oh, perbacco, oh perbacco, qui le bombe diventano 30.  Qualcuno offre di più? Visto che si parla di esplosioni, giochiamo a chi le spara più grosse?  Ma per sparare cazzate ci vuole il porto d’armi? I giornalisti hanno una licenza speciale? E’ la stampa, bellezza!

E’ una vecchia storia. La serietà e l’attendibilità dell’informazione oggi è roba da Zelig. Ecco cosa scrivevo quasi 10 anni fa a proposito dello tsunami che devastò le Maldive: “Ma quanto era alta l’onda?“. Boh…

SOCIETA'
14 febbraio 2013
La dieta del cavolo
 

Oggi c’è un interessantissimo articolo sul Corriere. Parla di alimentazione riportando i risultati del solito scienziato ricercatore dell’università neozelandese di Otago: “Con più frutta e verdura migliora anche l’umore”. Ormai si sprecano gli studi che cercano di spiegare il carattere, la personalità, la salute, la prestanza fisica, le capacità mentali e perfino l’intelligenza e l’umore, come caratteristiche dell’individuo strettamente legate all’alimentazione.

Chissà cosa mangiavano Leonardo da Vinci ed Einstein. Bisognerebbe che qualche “autorevole ricercatore“, momentaneamente libero da impegni, facesse degli studi, lautamente finanziati, ovvio, dalla solita prestigiosa università. Magari si scopre che erano dei geni perché mangiavano l’erba cipollina. No?

Ecco l’apertura dell’articolo: “Una mela a colazione, una bella insalata mista a pranzo, a merenda una banana e un po’ di broccoli a cena; ecco come potrebbe essere, secondo alcuni ricercatori, il menù della felicità“.

La felicità sarebbe mangiare broccoli e insalata? A me, solo a pensare all’immagine del cavolo o della lattuga, viene tristezza. Una volta compravo la lattuga regolarmente. Sì, per darla ai canarini che ne erano ghiotti. E se, per forza maggiore, fossi obbligato a mangiare verdurame assortito, finirei in profonda depressione. Allora, visto che contraddico in pieno questa teoria, o sono io un caso clinico da curare, oppure questa ricerca è la solita “ricerca del cavolo“. La ricetta della felicità? Semplice; mangiare quello che vi piace. Punto.

Ricordo un tale, il solito nutrizionista ospite fisso dei salotti televisivi, mattino, pomeriggio e sera, ovunque, come il prezzemolo, il quale  consigliava, per restare sani, di mangiare 5 porzioni di frutta e verdura al giorno. Un incubo, una minaccia incombente, una sorta di visione infernale. Ho paura di sognarlo la notte, mentre mi obbliga a divorare quintali di lattuga, bietola, cavoli e carote, come il coniglio Bunny.

La stranezza di queste ricerche è che si smentiscono continuamente. Fateci caso, queste notizie vengono riportate quasi quotidianamente dai media che continuano da anni a proporre le diete più bizzarre e stravaganti. Ma spesso quella che viene presentata come l’ultima scoperta serissima dell’università di turno, dopo qualche mese viene smentita da un’altra autorevole ricerca di un’altra prestigiosa università.

Il solito nutrizionista, in altra occasione, invitava a mangiare pesce, almeno tre volte alla settimana, perché contengono gli Omega3, vero e proprio toccasana. Sapete cosa sono gli Omega3? Se lo sapete buon per voi. Se non lo sapete è lo stesso. Tranquilli, si può vivere serenamente anche ignorando cosa siano questi fantomatici Omega3.

Ma la cosa assurda è che siamo in tempi di crisi senza sbocco apparente.  Ogni giorno si registrano casi di aziende che chiudono, di gente che perde il lavoro, di imprenditori che si suicidano perché non reggono al fallimento, di genitori disperati perché non sanno più come dar da mangiare ai figli, di uno strato sociale di povertà che si allarga di giorno in giorno e sta diventando una vera bomba sociale già innescata e pronta ad esplodere,  di pensionati al minimo che sono già fortunati se riescono a comprare il pane ed il latte.

In questa situazione quasi apocalittica  ti ritrovi in televisione un tizio, apparentemente in buona salute e non in preda a turbe mentali, che, tomo tomo e cacchio cacchio (come direbbe Totò), invita la gente a mangiare frutta e verdura cinque volte al giorno (mentre c’è gente che se riesce a fare anche un solo pasto decente al giorno è un miracolo) e comprare il pesce perché fa bene alla salute. Roba che, con quello che costa il pesce, per mangiarlo tre volte a settimana bisognerebbe chiedere un mutuo in banca. Per restare in tema, questi nutrizionisti “del cavolo“, bisognerebbe “prenderli a pesci in faccia”. E non potrebbero nemmeno lamentarsi, perché il pesce contiene Omega3 e fa bene alla salute. N’est pas?

Oh, mi sono sfogato con queste diete, nutrizionisti, ricette della felicità e  ricercatori del cavolo. Quando ci vuole ci vuole; anche sfogarsi fa bene alla salute. Ecchecavolo!

SOCIETA'
14 giugno 2011
Una mucca al bar

Meraviglie della scienza. Hanno clonato una mucca introducendo dei geni umani, così la bestiola produrrà latte simile a quello materno degli umani: “Mucca horror, produce latte umano“. Non c’è limite alla fantasia creativa della scienza moderna. Niente di strano che in futuro dai bar spariscano le vecchie macchine per il caffè. Perché? Semplice, perché introdurranno dei geni della pianta del caffè nelle mucche che, così, produrranno sia il latte che il caffè o direttamente il cappuccino…anche con la schiuma.

Poi riusciranno ad introdurre nelle mucche i geni dell’orzo, della vite, del luppolo, così avremo mucche che producono vino e birra. Ma non finisce qui, perché negli anni prossimi si prospetta una crisi gravissima, la fine delle scorte del petrolio. Quindi riusciranno a trattare le mucche opportunamente con idrocarburi, in modo che producano direttamente petrolio. Le mucche più ecologiche, quelle che pascolano beate nelle verdi valli di montagna, invece che petrolio, produrranno direttamente la benzina verde. Bella la scienza…

Ecco una rarissima immagine di un segretissimo esperimento: l’incrocio fra una mucca ed il gruviera, il formaggio coi buchi…

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