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Titanic
Ballando mentre la nave affonda
televisione
18 maggio 2016
Piazza (quasi) pulita
Come fare pubblicità a un macellaio e farla passare come inchiesta sugli allevamenti intensivi di animali.

Lunedì sera (9 maggio), facendo zapping sul tardi, capito su La7 dove è in corso Piazza pulita di Corrado Formigli (programma che di solito evito perché il conduttore, degno allievo di Santoro, è leggermente indisponente, come tutti i conduttori sinistrorsi), quello che ha sempre la penna stretta in mano e la agita continuamente davanti alla telecamera per ricordarvi che è un giornalista  e sa leggere e scrivere. Forse si porta la penna anche in bagno, seduto sul water; non si sa mai che gli venga l’ispirazione per un pezzo giornalistico, una grande inchiesta, o una battuta su Berlusconi, che ci sta sempre bene. Una volta in televisione i conduttori, presentatori e moderatori, si presentavano sempre in giacca e cravatta, rasati e in ordine. Ora va di moda lo stile trasandato, da centro sociale o bar dello sport;  si presentano in jeans, camicia, meglio se con le maniche arrotolate (fa più proletario), possibilmente con barba lunga e capigliatura incolta (anche questo fa molto anticonformismo). Bene, stava per lanciare un servizio sull’allevamento di animali da carne destinati al consumo umano. Vediamolo, qualche informazione su ciò che portiamo in tavola è sempre utile.

Il servizio è stato realizzato dalla giornalista Sara Giudici che, nottetempo e con l’aiuto di alcuni attivisti dell’associazione Essere animali, ha visitato e filmato alcuni allevamenti intensivi di polli, maiali, conigli e bovini. 

Com’era prevedibile, le scene sono da inorridire. Animali costretti in spazi angusti, spesso (come nel caso dei maiali e dei conigli) in gabbie così strette da impedire perfino di girarsi. Locali sporchi, escrementi ammucchiati, animali malati o con vistose infezioni. Insomma, le solite scene già viste che, più che ad un allevamento, fanno pensare ad un lager per animali. Questo a lato è un capannone di una grande azienda nazionale. Quando si sente dire che i polli sono allevati a terra,  i consumatori immaginano che pulcini e galline razzolino allegramente in grandi spazi aperti, beccando granaglie nel verde della Vecchia fattoria, ia-ia-o. Invece nascono in incubatrici e  crescono fino alla macellazione in grandi capannoni come quello nella foto, alla luce artificiale, non vedono mai la luce del sole, né un prato, alimentati con mangimi spesso integrati con farmaci e ormoni per accelerarne la crescita e antibiotici per prevenire infezioni e malattie.

Finito il breve servizio, si torna in studio dove sono ospiti Giuliano Marchesin, presidente dell’associazione allevatori di bovini, Paola Maugeri vegana dichiarata, e Vittorio Zucconi, giornalista. Di recente facevo notare come un esponente della nuova scuola di giornalismo (Vedi “Giornalismo d’inchiesta“), per scoprire se a Cagliari tra gli immigrati musulmani ci fossero dei fondamentalisti islamici potenzialmente pericolosi, lo ha chiesto, indovinate un po’, al rappresentante della comunità musulmana! Ecco, Formigli, per sapere se gli animali subiscono maltrattamenti o sono trattati bene, lo chiede al presidente degli allevatori; come chiedere all’oste se il vino è buono.  E questo lo spacciano per giornalismo e informazione. Il primo ad intervenire nel dibattito è proprio Marchesin che contesta subito il servizio dicendo che non rende giustizia a quegli allevamenti, che le riprese notturne, la musichetta di sottofondo ed il tono di voce ansimante, come se dovesse succedere una catastrofe da un momento all’altro,  danno un’idea falsata, e che di giorno l’effetto sarebbe diverso. Stranamente nessuno fa a Marchesin la domanda più spontanea e naturale: “Marchesin, vuol dire che le gabbie dei maiali e conigli, che impediscono qualunque movimento agli animali, di notte sono strette, ma di giorno si allargano?”. Ma queste domande non si fanno, sono scortesi e provocatorie; sarebbe come dire “Marchesin, ma lei è scemo?”.

In TV c’è un sacco di gente che spara cazzate madornali e insulti reciproci da mattina a sera (li chiamano Talk show), ma siccome nessuno glielo fa notare., continuano imperterriti a spararle; tanto nessuno gli fa domande scomode. Gli risponde la vegana Maugeri, ricordando i danni provocati all’ambiente dallo sfruttamento della terra allo scopo di produrre mangimi per animali. Zucconi si dice subito inorridito dalla vista dei maltrattamenti subiti dagli animali. Ma, subito dopo, attacca la Maugeri, e le posizioni estremiste dei vegani e vegetariani. Afferma la necessità di mangiare carne e confessa che da emiliano di Modena, per lui il maiale è sacro e che senza prosciutto…è da suicidio. Così, invece che parlare degli allevamenti intensivi il dibattito diventa la solita contrapposizione fra carnivori e vegetariani.

E per sviare ancor più il discorso e farci dimenticare le immagini dei lager animali, Formigli lancia un altro servizio, un collegamento esterno con l’inviato Antonino Monteleone che si trova, lo specifica bene, nella “Antica macelleria Cecchini” a Panzano in Chianti, Firenze, che non è solo macelleria; ci sono anche due ristoranti ed una sala dove si organizzano convegni e lezioni sull’allevamento di bovini da carne di qualità. Ed ecco che entra nel ristorante dove, accanto ad una grande tavolata di clienti, intervista il titolare Dario Cecchini che indossa un grembiule che riporta in bella evidenza il logo della sua macelleria e mostra con orgoglio un classico taglio da “fiorentina” che si appresta a mettere sulla brace. Già questo farebbe scattare il sospetto che si tratti di pubblicità gratuita a Cecchini ed alla sua macelleria/ristorante.

Più che sospetto è una certezza. Non si tratta della cosiddetta “Pubblicità occulta”, questa è pubblicità vera e propria. Ancor più evidente quando, col pretesto di inquadrare la “fiorentina“, la telecamera stringe e riprende in primo piano proprio il logo della macelleria. Un simile servizio “giornalistico” è molto più efficace di un qualunque spot pubblicitario; ed è gratuito (ma su questo non scommetterei). Ora bisognerebbe tener presente che in TV la pubblicità occulta è vietata. Tanto è vero che gli spot vanno in onda in appositi spazi ben individuati, regolati da precise norme, e che, quando si propongono prodotti all’interno di un programma, appare la dicitura “messaggio promozionale” o l’avvertimento che nel corso del programma vanno in onda messaggi pubblicitari. A conferma di questo, notiamo che quando in televisione si fanno dei servizi su prodotti commerciali per chiarirne composizione, qualità, componenti, uso corretto, ed altre informazioni utili, i prodotti usati sono presentati in confezioni anonime o hanno sempre il logo dell’azienda coperto o mascherato.

A proposito di pubblicità più o meno occulta, e delle possibili conseguenze anche gravi,  sarà il caso di ricordare almeno due casi, verificatisi alla RAI e che hanno comportato pesanti sanzioni per gli interessati: Alessandro Di Pietro, che conduceva un programma mattutino di informazione su prodotti alimentari “Occhio alla spesa“  (La RAI licenzia in tronco Alessandro Di Pietro: pubblicità occulta nella sua trasmissione) e Gianfranco Agus ed il regista Pietro Pellittieri per dei servizi, nei quali si prefigurava l’ipotesi di pubblicità occulta,  all’interno di “La vita in diretta” programma condotto da Michele Cucuzza (Pubblicità occulta alla RAI; via regista e inviato).  Giusto per ricordare che la pubblicità occulta è vietata. Ma, come tante altre cose in Italia, anche questa è a discrezione. C’è chi paga e chi no: dipende.

Ora, questo servizio di Monteleone sull’Antica macelleria Cecchini non è simile a quello fatto dall’inviato di Cucuzza? Non solo è simile, ma è anche peggio, è molto più evidente, perché in quello di Cucuzza, l’inviato faceva un servizio su un evento che vi si svolgeva all’interno del ristorante, ed il logo appariva di sfuggita durante le riprese. In questo caso, invece, si fa il servizio proprio sul ristorante, citandolo più volte, intervistando il titolare e mostrando in primo piano il logo. Allora, la domanda, ancora una volta, viene spontanea: perché i casi di Di Pietro e Cucuzza sono “pubblicità occulta” e questo servizio, sulla macelleria Cecchini non lo è?  Forse questo non rientra tra i casi in cui chi sbaglia paga; questo rientra fra quelli che “dipende“.  E l’Agcom, sempre così attenta a vigliare su tutto quello che passa in TV non lo ha visto, non ha niente da dire? Oppure anche l’Agcom controlla sì, ma “dipende“?  (Vedi alcuni post su “Pubblicità occulta“)

Ma poi questo servizio avrà fornito indicazioni utili? Vediamo. Marchesin, nonostante continui a fornire garanzie sugli allevamenti italiani, conferma che il 50% della carne che consumiamo arriva dall’estero. Ma allora che garanzia abbiamo? Oppure pensa che tutti gli italiani, quando devono prendere bistecche e fettine, vadano a prenderla in Toscana, alla Macelleria Cecchini? Così la casalinga calabrese al mattino saluta il marito (bracciante disoccupato; altrimenti non fa notizia) e siccome non si fida della macelleria sotto casa,  va a fare la spesa in Toscana: “Faccio un salto da Cecchini, prendo due bistecche e torno per il pranzo”. Funziona così? Ma siete proprio scemi o fate finta di esserlo? In fondo, però, non è necessario andare in Toscana per comprare la carne buona, basta saperla riconoscere. E come si fa? Lo chiedono all’Antico macellaio  Cecchini. Risposta. “Bisogna guardare il macellaio negli occhi“. Chiaro, ora abbiamo capito. Ma non guardatelo troppo intensamente, potrebbe scambiare quello sguardo per un tentativo di approccio.

Oppure. se volete essere sicuri, andate a mangiare direttamente da Cecchini. Ma tenete presente che la bistecca costa 24 euro al chilo e che, per averla, dovete prenotare due giorni prima. Del resto, la qualità ha un costo,  e non è per tutti.  Lo dice anche Formigli che, già in apertura, da buon toscano si era detto grande mangiatore di carne, in particolare di “fiorentina” che deve essere esclusivamente  della pregiata razza “Chianina“: “Non possiamo avere tutta la carne del mondo a un prezzo sempre più basso. Non possiamo avere la bistecca Chianina per tutti, sempre e comunque.”. Chiaro, è per pochi.  Solo un dubbio. Ma questo Formigli non è di quelli che pendono a sinistra, quelli che hanno sempre in bocca l’uguaglianza e che qualunque diversità di trattamento è “discriminazione“? Sì, è di quella razza, ma anche in questo caso, certi principi di uguaglianza, per alcuni si applicano, per altri “dipende“. Formigli si mangia la Chianina (che è riservata a pochi privilegiati, specie toscani, che possono pagarla a 24 euro al chilo), voi dovete accontentarvi della bistecca gonfiata con ormoni e antibiotici che appena la mettete in padella si restringe e si riduce a metà. Sì, perché l’uguaglianza è bella, però “Io so’ io e voi non siete un cazzo“, diceva il marchese Del Grillo.

A proposito, ma perché le bistecche si restringono in cottura? Il motivo è che sono gonfiate da farmaci vari, ormoni e antibiotici. Ma questi antibiotici, negli allevamenti intensivi, vengono usati o no? Nessuno risponde. Pare che li usino a scopo preventivo, ma non è obbligatorio riportarlo nelle etichette. Insomma, li usano, ma non bisogna dirlo. Formigli prova a chiederlo direttamente a Cecchini, sempre in collegamento, mentre segue attentamente la cottura della Fiorentina sulla brace: “Come si distingue una bistecca buona da una meno buona?”. Domanda precisa alla quale ci si aspetta una risposta semplice e chiara.  Ed ecco la risposta dell’esperto, antico macellaio e ristoratore Cecchini: “Faccio questo lavoro da 41 anni e non sopporto che tutto sia formatizzato.  C’è un umano dietro a un animale, c’è qualcuno che deve essere responsabile…”.  Ci gira intorno, blatera alcune frasi sul rapporto fra uomo e animale, sull’occhio dell’allevatore, ma non risponde alla domanda. Questa abitudine di chiacchierare a vuoto e girare intorno al problema,  senza affrontarlo e senza dare risposte concrete, insomma da “supercazzola” alla Amici miei, deve essere tipico dei toscani. Ne abbiamo un esempio dalle parti di Palazzo Chigi.

Ma visto che non ha risposto alla domanda, ci riprova l’intervistatore Antonino (Cecchini lo chiama per nome e gli dà del tu, forse si conoscono bene) chiedendo: “La bistecca che si stringe quando la metti sulla brace…”. Non finisce nemmeno la frase, ecco la risposta: “Ma mangiate una patata…”. Non c’è verso di riuscire ad avere una risposta. Chiuso, lasciate perdere la carne (a meno che non andiate da Cecchini a 24 euro al chilo e prenotando due giorni prima); mangiate patate.  Nessuno ha risposto  sull’uso degli antibiotici, su come si riconosce la carne buona e sul perché la bistecca da 300 grammi in padella si riduce alla metà. Dopo aver visto la puntata ne sapete quanto prima. L’unica cosa che si è capita è che, col pretesto di parlare degli allevamenti intensivi si è fatto un grande spot pubblicitario, e gratuito,  a Cecchini (Ma l’Agcom non lo ha visto, era tardi, a quell’ora dormono; si svegliano solo quando devono richiamare Vespa che intervista Riina o Del Debbio perché non corregge gli ospiti che usano la parola “zingari” invece che Rom: beh, mica possono vedere tutto). Fine della puntata. Ragazzi, questo è grande giornalismo, è informazione, è inchiesta seria, è…(censura).

Vedi

- Prodi e la pubblicità progresso…pardon, occulta (2006)

- Facebook e i numeri ambigui (2009)

- Fazio e la pubblicità occulta a L’Unità (2011)

- RAI3, Kennedy e L’Unità (2013)

- L’asparago col trucco (2014)

- Cena a Istanbul (2014)

- Blog, frati e misticanza (2014)

televisione
4 maggio 2016
Donne , tacchi e sgabelli

I tacchi a spillo delle donne più che tacchi alti sembrano trampoli bassi. Così, se cadono, rischiano  guai seri; finiscono dritte dritte in ortopedia. Infatti sono frequenti le cadute, specie fra le modelle che sfilano in passerella, e talvolta anche con conseguenze serie. Tutto per sembrare più alte di quello che sono? Anche, ma non solo. Dicono che il tacco alto slancia la figura, dona eleganza e sensualità nella camminata, è una questione estetica; dicono.

Sarà. Ma allora, perché li usano anche quando stanno ferme, sedute e magari con le gambe sotto il tavolo? Ecco un caso esemplare: Lilly Gruber. Sta seduta, con le gambe sotto il tavolo, non si alza mai da quella sedia dove siede sempre pericolosamente sul bordo; tanto che si resta sempre con l’ansia che da un momento all’altro scivoli e cada, oppure che la sedia si ribalti. Ma se quella sedia è troppo grande o scomoda per lei, perché non gliene procurano una più adatta? Ma soprattutto, che bisogno c’è di avere quelle scarpe con tacco 12, appuntite come frecce (che obbligano il piede ad assumere una posizione innaturale), che sembrano armi improprie e per indossarle bisognerebbe avere il porto d’armi? Slancia la figura nella camminata? No, perché sta ferma. La fa più alta? No, perché sta seduta, quindi non la alza di un centimetro. Allora? Allora niente, prendere o lasciare; quando si parla di donne e del loro comportamento  non bisogna mai cercare una spiegazione logica e razionale. Le donne e la logica vivono in universi paralleli; non si incontrano mai. E poi, perché la inquadrano sempre di lato e dal basso, come se intenzionalmente vogliano mettere in evidenza proprio quelle scarpe e quei tacchi? Chi segue Otto e mezzo può constatare facilmente che spesso, nel corso del programma, l’inquadratura parte con un campo lungo sul tavolo degli ospiti, e “stringe” proprio sulle gambe ed i tacchi della Gruber. E’ una inquadratura che, dal punto di vista della regia televisiva, non ha alcuna giustificazione “logica e razionale”.  Allora, o hanno i calzaturifici come sponsor, o il regista è una donna, oppure è un feticista con una passione speciale per i tacchi alti. Misteri mediatici.

La cosa buffa, però, è che usano tacchi altissimi anche quelle donne che sui tacchi non ci sanno andare e devono fare faticosi esercizi di equilibrismo per non cadere. Un esempio per tutte: Antonella Clerici. Queste scarpette a lato, molto fini ed eleganti (?), con tacco 15 e plateau, sono sue; roba che non si vede nemmeno nei viali di periferia (Guarda qui il video: I tacchi della Clerici). Quella che quando parte la sigletta delle “Tagliatelle di nonna Pina“, si agita, scodinzola, ancheggia, ride, sgrana gli occhi e fa le smorfiette come una bambina. Sì, ma lei ha 50 anni! E allora ti chiedi “Ma questa ci è o ci fa ?”.  Quella che sembra un tortellone gigante, che nelle serate speciali, tipo Sanremo e simili, si veste come un uovo di Pasqua (Bonolis, la fatina bionda e du’ palle!). Quella che non perde occasione per mostrare le tette in primo piano ed in bella evidenza (Le tette di Antonella). Quella che si ostina ad indossare scarpe col tacco 12 anche se fa una fatica enorme per muoversi e stare in equilibrio. Ecco, quella. Lei sui tacchi proprio non ci sa camminare; si muove a piccoli passettini per paura di cadere. Così ha sempre l’aria di chi sta correndo in bagno perché le scappa la pipì. Benedetta ragazza, se fai fatica a camminare sui tacchi alti perché ti ostini ad usare quei trampoli, facendo la figura della paperella? Usa le ciabatte, almeno vai tranquilla.

Ma la nostra conduttrice esperta di tagliatelle non è la sola a fare sacrifici e correre anche qualche rischio (le cadute dai tacchi sono all’ordine del giorno) pur di guadagnare qualche centimetro ed essere più slanciata (così pensa lei). Ecco perché anche le ditte produttrici, sfruttando questa tendenza masochista delle donne, offrono tacchi sempre più alti. Per esempio questi mostrati nella pubblicità a lato; sembrano armi improprie o strumenti di tortura più che normali scarpe. Ma se questa è la moda, costi quel che costi, bisogna usarle, anche rischiando fratture multiple.

Ecco un’altra conduttrice televisiva che ha la passione dei tacchi altissimi. E’ Tiziana Panella; conduce Tagadà il pomeriggio su La7,  l’ennesimo talk show (se ne sentiva proprio il bisogno) con i soliti ospiti tuttologi della compagnia di giro dei salotti televisivi che discutono di tutto lo scibile umano. Anche lei rinuncia ad una sedia normale per stare arrampicata pericolosamente (ricorda la temeraria Gruber) su una specie di trespolo più adatto ai pappagalli che agli umani. Ma ormai questa sembra essere la nuova moda degli arredamenti degli studi televisivi; non più normali sedia o poltrone, sorpassate, anacronistiche e sostituite da più moderni sgabelli (quelli che una volta si vedevano solo negli american bar). Con l’effetto ridicolo di vedere certi personaggi anzianotti e grassotelli, che se ne stanno in equilibrio precario su questi alti sgabelli, impacciati ed a rischio caduta. Danno un tono di suspense al programma; la gente li guarda e pensa “Ora cade…ora cade…”. Anche Panella, così come Gruber,  viene inquadrata spesso di lato, mettendo in evidenza in primo piano, come si vede dalla foto, proprio i tacchi altissimi. Anche questo regista avrà la passione per i tacchi? Tutti feticisti i registi televisivi? Mistero.

Sembra che in televisione questa sia la norma; sgabelli per equilibristi, trespoli e tacchi 12, meglio se 14. E inquadrature di lato che valorizzino  tacchi e sgabelli. E’ la nuova tendenza, forse per motivi di inquadratura, o per lanciare la moda degli sgabelli al posto delle normali sedie; o più semplicemente perché la gente non si rende conto di quello che fa. Ma perché le conduttrici televisive portano quei tacchi? Per aumentare l’altezza? No, visto che stanno sedute. Per ingentilire e rendere sensuale l’andatura? No, perché stanno ferme. Il mistero continua. E non cercate una logica in tutto questo; non c’è. 

CULTURA
1 maggio 2016
Santi e sfilate

Il 1° maggio è la festa dei lavoratori. La festa dei disoccupati la devono ancora inventare, poi faranno la festa degli esodati, la festa dei precari, ed infine faranno la festa ai pensionati che vivono troppo a lungo, così l’INPS risparmierà sulle pensioni.  Ma in Sardegna il 1° maggio  è anche la festa di Sant’Efisio, che si celebra a Cagliari per sciogliere un voto che risale al 1656, per ringraziare il santo che avrebbe salvato la città dalla peste.  Niente a che vedere con “peste e corna“; infatti salvò Cagliari dalla peste, ma non dalle corna che proliferano ancora oggi. Secondo Wikipedia, Efisio nacque ad Antiochia, in Siria, nel 250, (oggi sarebbe considerato profugo ed ospitato in hotel, vitto e alloggio garantiti).  Secondo l’ufficio stampa del Comune di Cagliari, invece, sarebbe nato a Gerusalemme.  Quando queste fonti autorevoli si metteranno d’accordo vi faremo sapere. 

Nasce come festa religiosa e così è stata celebrata per secoli. Fino a quando, a partire dagli anni ’60, è diventata l’occasione per far partecipare numerosi “gruppi folk” che in quegli anni cominciavano a nascere come funghi. Si era in piena riscoperta delle tradizioni sarde; costumi, usanze, feste, rilancio della lingua, malloreddus, pabassinus, vernaccia  e cannonau. Infatti, per dimostrare l’attaccamento alla lingua, i gruppi che indossano i classici costumi sardi si chiamano “folk“, classico termine sardo della Barbagia. No? Beh, non stiamo a sottilizzare. Il fatto è che, anno dopo anno, i gruppi partecipanti alla processione che accompagnava Sant’Efisio, sono diventati sempre più numerosi (partecipare era motivo di orgoglio, specie da quando a fine anni ’70, le televisioni locali cominciarono a fare la cronaca in diretta della festa) e la processione religiosa è diventata più propriamente una sfilata di gruppi in costume, a beneficio di autorità, turisti, fotografi e TV.

Intanto, sempre più numeroso era anche il pubblico che, pur non partecipando alla processione, assisteva al passaggio delle confraternite, dei miliziani a cavallo e del cocchio col simulacro del santo. La festa, grazie anche ad una campagna pubblicitaria di agenzie ed Enti turistici regionali, oltre ai numerosi sardi provenienti da tutta l’isola, richiamò anche turisti dall’Italia e perfino dall’estero. Si allestirono tribune lungo il percorso, in modo che potessero assistere alla processione comodamente seduti e, giusto per onorare la proverbiale ospitalità sarda, i vari gruppi “Folk” (sempre il termine barbaricino) cominciarono ad offrire dolciumi e bevande. E così la festa di Sant’Efisio, più che una processione religiosa che accompagnava il santo dalla città a Nora (il luogo dove venne martirizzato), divenne una sfilata di costumi a favore di telecamere e fotografi, con gentile offerta di specialità locali. Insomma, finì a tarallucci e vino.

La conferma viene da questo articolo pubblicato di recente sul quotidiano locale L’Unione sarda (In vendita i biglietti per Sant’Efisio), nel quale, circa un mese fa,  si annunciava la vendita dei biglietti per i posti nelle diverse tribune sistemate lungo il percorso della processione. I prezzi variano da 15 a 25 euro, secondo l’ubicazione delle tribune, coperte o meno, per un totale di 1.730 posti a sedere. E’ l’unico caso, per quanto ne sappia, in cui si paga un biglietto per assistere ad una processione religiosa. Come si fa al Circo o in un qualunque spettacolo pubblico all’aperto. Il fatto che siano in vendita i biglietti conferma quanto dicevo, ovvero che non è più una processione religiosa; è uno spettacolo a cui assiste un pubblico pagante. E’ diventato una rappresentazione, una passerella di costumi sardi, gruppi folk e belle ragazze che, in atteggiamento da sfilata di moda più che da processione religiosa, sorridono indossando ricchi costumi e  preziosi monili a beneficio di turisti, fotografi e telecamere. Ma allora non chiamatela Festa di S. Efisio, chiamatela rassegna di gruppi folk e traccas addobbate. Una ulteriore conferma è che, come si vede, la foto che accompagna l’articolo non mostra Sant’Efisio, ma una bella ragazza in costume.  Anche le feste religiose si sono evolute, sono diventate mediatiche. Strano che non abbiano ancora messo sul cocchio del santo il logo di uno sponsor. Ma magari ci stanno pensando.  Eh, signora mia, non ci sono più le processioni di una volta.

POLITICA
28 aprile 2016
Migranti e tarocchi

Le bufale in rete si sprecano. Sono così tante che quasi non fanno più notizia. Pochi giorni fa abbiamo appreso che il premio Pulitzer 2016 per la fotografia è stato vinto dall’agenzia Reuters e dal New York Times per  un servizio fotografico sui migranti che tentano di attraversare l’Europa.  Una  delle foto mostra un uomo ed una donna con un bambino tra le braccia, a terra sui binari di una stazione di confine in Ungheria, e dei poliziotti a lato che sembrano minacciarli con dei manganelli. Questo si lasciava intendere; che l’uomo cercasse di proteggere la donna a terra dalla violenza dei poliziotti. Ottima foto che serve a provocare sdegno e denuncia nei confronti di chi, con la violenza, cerca di impedire ai profughi “che scappano dalla guerra e dalla fame” di giungere in Europa. Poi, pochi giorni fa ecco la sorpresa.

La foto è vera, ma il messaggio che si lascia intendere è falso (La foto taroccata che vince il Pulitzer). Infatti non sono i poliziotti ad aver buttato a terra la donna, ma è stato lo stesso uomo a farlo. Lo si scopre grazie ad un video pubblicato da Euronews (Guarda qui il video) nel quale si vede l’uomo che scaraventa a terra la donna, gettandosi poi addosso e rischiando di far male a lei ed al bambino; i poliziotti intervengono per fermarlo. Non è la prima volta che si usano immagini tagliate, modificate o false per sostenere tesi di comodo. Oggi questa è l’informazione; un unico, grande, globale taroccamento.

Passano due giorni ed ecco un’altra scoperta. Questa volta ad opera del COISP, sindacato di polizia, che su Twitter pubblica un’altra foto che da tempo circola in rete e che fa discutere.  Anche in questo caso la foto è vera, ma il messaggio che se ne ricava lascia molti dubbi sull’attendibilità di questi servizi e sulla buona fede di chi li usa strumentalmente (Sui migranti ci prendono in giro).

 

La foto sembrerebbe, a prima vista, riprendere una scena già vista spesso; dei naufraghi che indossano i giubbini salvagente, in attesa di essere imbarcati sulle navi che li hanno soccorsi. Sarà così?. Ma allora quell’uomo in alto a destra nella foto perché sta in piedi sull’acqua e sembra toccare il fondo? Più che legittima la risposta prospettata: o quell’uomo è alto 7 metri e, quindi, tocca il fondo, oppure galleggia naturalmente sull’acqua per qualche miracoloso evento, oppure…oppure quella foto è stata scattata praticamente quasi a riva e quelli che usano queste foto per intenerire il cuore delle anime belle nostrane a favore dell’accoglienza degli immigrati ci prendono per il culo. Secondo me è buona la terza.

Niente di nuovo e sconvolgente. Che le foto che circolano sui media molto spesso siano taroccate lo sappiamo da tempo. Fin da quando si scoprì, dieci anni fa, che l’agenzia Reuters taroccava con Photoshop le foto del conflitto israelo-libanese per ingigantire gli effetti dei bombardamenti che non rispettavano nemmeno le scuole e gli asili, e dimostrare quanto fossero “cattivoni” gli israeliani che sparavano ai poveri Hezbollah che erano buoni, pacifici, disarmati e indifesi. Poi si scoprì che i polveroni e le nuvole di fumo che uscivano da quelle scuole non erano effetto delle bombe israeliane, ma erano causati dagli stessi hezbollah che si rifugiavano proprio nelle scuole che usavano come deposito di armi e da dove sparavano missili. Ma questo Reuters non lo mostrava. E, guarda caso, anche questa foto che ha vinto il Pulitzer 2016 è della Reuters. Sarà un caso? Eccheccasoooo…direbbe Greggio. Non è la prima volta che riporto notizie di taroccamenti mediatici, di bufale e di manipolazione delle notizie. Ma c’è ancora qualcuno che crede a quello che si vede e si legge sui  giornali, in rete, sui social network, in televisione, nei telegiornali di regime  omologati al pensiero unico?

Vedi

- Bufale di giornata (2014)

- E questa la chiamano informazione (2006)

- Osservatori ONU e il guardiano della mucca. (2006)

- Cosa osservano gli osservatori? (2006)

- L’informazione “fai da te” (2006)

- La pace impossibile (2006)

- Vertice UE (e anche questa è fatta) (2006)

- Tutto secondo copione (2006)

- RAI: di tutto, di più…di peggio (2006)

- Quiz libanese e “Leoton mission show” (2006)

- Prodi ha una missione storica: andare a quel paese… (2006)

- Stampa e amnesie (2006)

- Dall’orgoglio alla vergogna il passo è breve (2006)

- Passeggiate libanesi (2008)

- L’equivicinanza secondo D’Alemhamas (2006)

- D’Alema è preoccupato: gli altri, invece, sono incazzati (2006)

- Amenità libanesi (2008)

- Orgoglio e vergogna (2008)

- Gaza vista dall’Ansa (2009)

- Taroc News from Gaza (2011)

- Il trucco c’è, e si vede (2013)

CULTURA
8 aprile 2016
TG (TeleGay) 4

E’ partita lunedì la nuova edizione del TG4 delle ore 19 condotta da Alessandro Cecchi Paone. Ho la netta sensazione che finirà per suscitare molte polemiche. Cecchi Paone, dopo aver apertamente dichiarato molti anni fa di essere omosessuale, è diventato il testimonial più in vista della causa gay e tutti se lo contendono. Negli ultimi tempi sembrava avere il dono dell’ubiquità. Mattino, pomeriggio, sera, in qualche canale TV lo si vedeva come opinionista tuttologo, a discutere di tutto, polemizzare e, soprattutto, difendere tutto ciò che direttamente o indirettamente giova alla causa gay, trans, lesbo, e varie campagne laiciste. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, non per le sue capacità e conoscenze enciclopediche, ma perché è gay e, come tale,  è un personaggio che crea polemiche, contrapposizioni e suscita curiosità morbosa (in questo senso se la gioca a pari merito con Luxuria). E’ pensabile che uno così apertamente schierato, possa poi essere imparziale e fare informazione obiettiva? No, non è pensabile e non è possibile. Questa è la prima considerazione che lascia molti dubbi sulla sua attendibilità come conduttore di un telegiornale e sulla scelta operata dall’azienda.

La seconda considerazione arriva dopo aver visto le prime due edizioni del suo TG4. Lunedì ha fatto almeno due affermazioni che hanno confermato tutte le mie perplessità. Durante un servizio sullo scandalo delle trivelle in Basilicata, in collegamento esterno con un inviato in Basilicata, si è espresso chiaramente a favore delle trivellazioni perché, secondo lui, portano occupazione e ricchezza alla Regione, in contrasto con le affermazioni di chi esprimeva qualche perplessità sui reali benefici.  E per giustificare la sua posizione favorevole all’innovazione, la tecnologia ed il progresso,  ha chiuso affermando che lui è da sempre favorevole alla Tav ed all’alta velocità (non c’entra niente con il servizio, ma serve a dimostrare che lui ci tiene a far sapere qual è la sua opinione sugli argomenti che tratta). Ma un conduttore di un telegiornale è lì per riportare le notizie, non per esprimere la sua opinione personale su fatti, eventi e personaggi. Avete mai sentito un conduttore di un qualunque TG, anche regionale, anche di Tele Pompu libera, schierarsi chiaramente e apertamente durante il TG a favore o contro la Tav, o su uno dei tanti argomenti di attualità? No, non si è mai sentito. Il conduttore deve riferire le notizie ed i fatti, non commentarle secondo i suoi gusti personali. Questo atteggiamento, più da commentatore e “opinionista” che da giornalista, è quello che assumono (sbagliando anch’essi) quasi tutti i conduttori di talk show; ma non i giornalisti che conducono un telegiornale.

Oggi apre con un servizio sulle primarie americane parlando di Donald Trump e del fatto che è molto contestato, non solo dagli avversari democratici, ma anche da quelli repubblicani, per le sue affermazioni spesso esagerate, arroganti, minacciose, sopra le righe; cosa che scatena polemiche ed accuse di machisno, intolleranza e razzismo. La bella e giovane moglie di Trump, l’ex modella Melania, ha deciso di partecipare più attivamente alla campagna elettorale del marito, difendendolo dalle accuse e descrivendolo come una persona che, in privato, è tranquillo e diverso da come appare in pubblico e nei comizi. E Cecchi Paone riferisce la notizia dicendo che questa donna scende in campo per difendere Trump che “ogni volta che apre bocca fa guai“. Una affermazione come questa  basta e avanza per capire quale sarà la linea editoriale del TG di Cecchi Paone, uno che in quanto ad autostima non è secondo a nessuno. Sarà il suo TG personalizzato: il mondo visto da PaVone. Mancano solo le didascalie per classificare i fatti in “Buono – No buono” e la lavagnetta, come si faceva a scuola, per segnare  ogni giorno i nomi dei personaggi “Buoni e cattivi“.

Vi risulta, per ripetere quanto già detto prima, che qualche conduttore di TG, nel corso del telegiornale, abbia mai commentato le notizie esprimendo un giudizio personale sui fatti di cronaca o sulle dichiarazioni di un capo di Stato estero o di un semplice esponente di rilievo della politica nazionale e internazionale? Che abbia detto di essere d’accordo o meno con le dichiarazioni di Bush, Obama, Clinton, Berlusconi, Prodi, Napolitano, Renzi o Papa Bergoglio? No, non si è mai visto. Non commentano nemmeno le sciocchezze di Belen Rodríguez o di Pupo, perché un giornalista deve riferire i fatti, non commentarli (cosa che in molti dimenticano spesso e volentieri.) E’ talmente fuori dalle regole del giornalismo che non è neppure immaginabile. Cecchi Paone è il primo conduttore di un TG a farlo; manda in onda un servizio su un personaggio politico USA, Trump, e su di lui esprime un suo giudizio personale, contravvenendo in tal modo al codice deontologico del giornalismo. Chiunque avesse fatto una cosa simile alla RAI, almeno fino a qualche anno fa, non avrebbe finito neppure la puntata del TG; lo avrebbero buttato fuori a calci nel culo subito, al momento, nel giro di 10 secondi. Ma forse oggi le regole sono cambiate ed al TG4 hanno particolari norme deontologiche.

Per intenderci, non significa che un giornalista non possa esprimere la sua opinione su fatti e personaggi, ma che deve farlo a tempo e luogo e negli spazi opportuni. Può farlo come ospite in un programma, non può farlo se conduce un telegiornale. Montanelli insisteva spesso sulla necessità di tenere ben separati i fatti dai commenti. Ecco perché anche nella carta stampata ci sono gli articoli che riferiscono i fatti di cronaca e ci sono gli editoriali che esprimono il parere dell’editorialista sui fatti. Anche se ultimamente questo confine è sempre più labile e molti cronisti sembrano convinti che il compito del giornalista sia quello di commentare i fatti, invece che limitarsi a riferire cosa è successo, dove, quando e perché. Oggi sono tutti editorialisti “Grandi firme”, anche l’apprendista aspirante cronista precario in prova che scrive dieci righe dieci sulla partitella fra scapoli e ammogliati sul Corrierino della parrocchia di Trescagheras.

Bene, Cecchi Paone, tanto per capire dove andrà a parare e quale sarà il tenore del suo TG, lo dice chiaramente  fin dalla presentazione del nuovo TG; non semplicemente notizie, ma commenti ed approfondimenti (secondo il suo punto di vista; non lo dice chiaramente, ma lo si capisce). Altro che imparzialità dell’informazione, altro che separare i fatti dai commenti. E poi dicevano che Emilio Fede era troppo fazioso e apertamente a favore di Berlusconi. Magari lo era, ma non si sarebbe mai sognato di dire, mandando un servizio su Romano Prodi che “Ogni volta che Prodi parla fa danni“. Magari lo pensava, o lo lasciava intendere con smorfie e atteggiamenti molto espressivi, ma non lo diceva. In confronto a Cecchi PaVone il buon Emilio Fede era il massimo dell’obiettività. E siamo solo all’inizio.

Se queste sono le premesse, temo che questo nuovo TeleGay4 sarà inguardabile. Forse pensano di recuperare ascolti contando sul richiamo dei gusti sessuali del conduttore. Pensano di farne il TG ufficiale di gay, lesbo e trans? Ma allora, le previsioni del tempo le affideranno a Luxuria? Oppure a Malgioglio? E all’interno ci sarà una rubrichetta riservata “Arcigay News“? Non so con quale logica abbiano operato questa scelta, ma temo che abbiano commesso un grosso errore di valutazione. E mi sembra strano che il direttore Mario Giordano abbia accettato una scelta simile. Il difetto peggiore di questo TG gay, credo che sia proprio l’evidente e dichiarata faziosità del conduttore. Il che è un pessimo biglietto da visita. Non avevamo certo bisogno di qualcuno che fornisca il suo particolare punto di vista personale sui fatti del mondo. Ne abbiamo già abbastanza, anche troppi. Per quanto mi riguarda questo Tg4, edizione Gay friendly, potrebbero anche cancellarlo dal telecomando.

CULTURA
2 aprile 2016
Giornalismo d'inchiesta

Come si riconosce un terrorista? Semplice, basta fermare chi arriva in Italia e chiedergli “Scusi, lei è terrorista?”.  Se risponde “” lo avete beccato; altrimenti riprovate, sarete più fortunati. Avete qualche dubbio sulla serietà del metodo? Strano, eppure è lo stesso metodo utilizzato per realizzare un servizio, con tanto di video intervista, apparso sul quotidiano L’Unione sarda:A Cagliari non ci sono integralisti“. Ovvero, come imbastire un articoletto per tranquillizzare i sardi, dimostrare che gli immigrati sono tutti brave persone e che fra terrorismo e islam non c’è nessuna relazione; in perfetto stile politicamente corretto.

Per sapere se tra i musulmani presenti a Cagliari ci fossero integralisti e, quindi, pericoli di attentati terroristici, cosa ha fatto il cronista? Ha fatto un’indagine cercando testimonianze, prove, documenti e informazioni dei servizi più o meno segreti? Ma no, troppo complicato. Ha fatto una cosa più facile: è andato a chiederlo direttamente al portavoce della comunità musulmana, il quale, com’era prevedibile, ha tranquillizzato il cronista (ed i sardi), affermando che nella comunità musulmana (sono circa 3.500 nella provincia) non ci sono integralisti, sono tutti tranquilli e mansueti come agnellini. Ecco un buon esempio di giornalismo d’inchiesta.  E tanto basta per fare un titolone in prima pagina ed affermare che a Cagliari non ci sono pericolosi integralisti musulmani. Chi lo dice? Ovvio, i musulmani. Come chiedere all’oste se il vino è buono.

Nemmeno a Olbia c’erano integralisti. Finché, lo scorso anno, è stata scoperta una cellula di Al Qaeda e sono stati fermate 18 persone per “associazione a delinquere finalizzata al terrorismo“: “Terrorismo islamico, scoperta cellula di Al Qaeda a Olbia“. Chissà, forse anche in questo caso qualche solerte cronista aveva fatto un servizio per tranquillizzare la gente; e per scoprire se ci fosse pericolo di terrorismo magari lo aveva chiesto al portavoce della comunità musulmana di Olbia. E non si trattava mica di quattro sfigati fanatici; era una ”base operativa dalla quale partivano uomini, mezzi e programmi per commettere azioni terroristiche” in varie località del mondo, dal Vaticano al Pakistan.  Ma fino alla scoperta della cellula, erano persone del tutto insospettabili, con normali attività commerciali.

Ecco a lato come veniva riportata la notizia.  Sgomento,  incredulità, mai un sospetto, anzi “Una persona educata, un grande lavoratore“, dicono di uno degli arrestati. La solita sorpresa del giorno dopo la strage, quando di qualcuno che ammazza moglie, figli e pure qualche vicino di passaggio, i testimoni parlano di “una persona educata, gran lavoratore“. Sono tutte brave persone. Meno male; figuriamoci cosa farebbero se fossero delinquenti! Anche i terroristi sono “brave persone”, finché non compiono le stragi. Ma la stampa cerca sempre di tranquillizzarci, sminuendo il pericolo e mostrandoci il volto buono degli immigrati. E se vogliono scoprire la presenza di possibili terroristi, vanno a chiederlo ai musulmani. E con queste notizie riempiono le pagine dei giornali. La cosa grave è che questa passi per informazione seria. Ma ancora più grave è che nessuno ci faccia caso e che per tutti questo tipo di informazione sia “normale”.

Chissà, forse oggi è questa la nuova scuola di giornalismo. Magari si impara a fare i giornalisti per corrispondenza, a fascicoli settimanali, come al Cepu o com’era una volta Radio Elettra. Pratico, ma c’è un inconveniente. Può succedere che, per un disguido, perdi un fascicolo, salti una lezione, e ti resta qualche lacuna. E così può succedere che, se hai perso proprio la lezione su come si fanno le inchieste, per scoprire se in Sicilia c’è la mafia o a Napoli c’è la camorra, vai a chiederlo a don Vito Corleone o a Gennaro ‘o fetente, il boss del quartiere. Ironia a parte, questo ci dà la misura di quale sia oggi il livello di serietà e attendibilità dell’informazione. Ciò che conta non è fornire un’informazione seria, documentata ed utile per i cittadini. Conta riempire le pagine, attirare l’attenzione dei lettori, vendere. Ma siccome siamo in tempi di taroccamenti facili, di falsi spacciati per originali, di sofisticazioni alimentari, di cianfrusaglie vendute come monili pregiati, allora ci si può aspettare di tutto. Così come siamo invasi da prodotti taroccati di ogni genere, spesso di provenienza cinese, vuoi vedere che abbiamo anche giornalisti taroccati made in China?  Per accertarlo bisognerebbe fare un’inchiesta. Magari chiedendo al primo cinese di passaggio: “Scusi, i cinesi vendono prodotti taroccati?”.  Se vi risponde “Sì” avete fatto lo scoop. Altrimenti riprovate con un altro cinese; tanto non mancano. Oppure, per essere ancora più sicuri e seguire le regole del moderno giornalismo d’inchiesta, chiedete direttamente al portavoce della comunità cinese.

SOCIETA'
1 aprile 2016
Misteri d'Egitto

La morte di Giulio Regeni continua ad essere in primo piano su stampa, televisione, internet. Sono due mesi che il caso è sempre all’attenzione dei media. Si sono mosse le diplomazie di Italia, Egitto ed USA (gli americani c’entrano sempre, chissà perché), i servizi segreti, la magistratura.  Se ne sono occupati il premier Matteo Renzi, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni e perfino il presidente Mattarella; oltre, naturalmente, al solito contorno di  opinionisti, fiaccolate, bandiere, cartelli, associazioni, da Amnesty international ad Articolo 21; tutti chiedono a gran voce di conoscere la verità sulla morte del ragazzo. Come se non bastasse, ieri i genitori hanno tenuto  una conferenza stampa al Senato (Video). Presente anche Luigi Manconi, presidente della Commissione per i diritti umani, il quale ha  accusato l’Egitto di rispondere solo con menzogne e oscenità ed ha chiesto che, in assenza di risposte da parte dell’Egitto, il governo richiami l’ambasciatore. 

Dicono che il ragazzo si trovasse in Egitto come “ricercatore”. Già, oggi ci sono in giro più ricercatori che idraulici; è l’evoluzione, il progresso. Nessuno fa più mestieri normali. Fare il ricercatore è una delle occupazioni più ambite dai giovani. Meglio se si va a ricercare all’estero; pare che in località esotiche la ricerca venga molto meglio. Cosa ricerchino, poi, è del tutto secondario. In molti casi vanno a ricercare la maniera di cacciarsi nei guai. E molto spesso ci riescono. La cosa curiosa, però, è che per questo ragazzo ammazzato in Egitto si muovono governanti, diplomazie, associazioni. Ho la sensazione che finisca come il caso Giuliani; magari gli dedicano una sala della Camera o del senato e qualche familiare finisce in Parlamento. Allora viene spontaneo chiedersi perché in altri casi non c’è questa attenzione mediatica ed istituzionale. Di recente la cronaca ha riferito di altri due tecnici italiani ammazzati in Libia, Fausto Piano e Salvatore Failla (Uccisi due italiani). E di altri due italiani, Claudio e Massimiliano Chiarelli,  ammazzati nello Zimbabwe (Safari e lavapiedi). Ma nessuno ne parla; argomento chiuso. Regeni vale da solo più degli altri quattro morti? E perché? Ci sono morti di prima scelta, di seconda, e morti di scarto? Perché una volta per tutte non ci spiegano la diversità di trattamento riservata ai morti.

Perché solo su Giulio Regeni tutto questo clamore mediatico? Se lo chiede anche Peter Gomez, il direttore del Fatto quotidiano.it, uno che non può essere accusato di essere prevenuto o di essere schierato  per qualche ragione. Eppure in un articolo molto chiaro, dice che sarebbe ora di smetterla di chiedere di conoscere una verità che non conosciamo e non conosceremo mai; anche perché troppi interessi economici ci legano all’Egitto e non possiamo permetterci di mettere a rischio accordi fondamentali per la nostra economia e per le nostre aziende (Giulio Regeni, una verità che l’Italia non può permettersi).

Ma i nostri tenaci esponenti del governo non demordono. Anzi, anche a seguito della precisa richiesta dei genitori di Giulio e di Luigi Manconi, rinnovano l’impegno a fare di tutto per scoprire la verità. E se non riceveranno risposte adeguate arrivano anche a minacciare chissà quali rappresaglie. Lo dice oggi il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, uno molto sveglio che si fa notare per la grinta, il piglio deciso, l’intraprendenza. Quando lo si vede in TV, con l’aria costantemente assonnata, si ha un dubbio:  non è chiaro se è appena caduto dal letto e quindi non è ancora molto sveglio, oppure se è in piedi da tre giorni e quindi casca dal sonno. Il fatto è che dorme in piedi, come i cavalli. Ecco, questo ministro oggi chiede con forza all’Egitto di conoscere la verità: altrimenti, dice, “siamo pronti a trarre le conseguenze“. Brrr, che paura. Immagino che dopo queste dichiarazioni, gli egiziani se la stiano facendo sotto; con un tizio come Gentiloni, se si incazza, c’è da aver paura. No? Che vorrà dire? Dichiariamo guerra all’Egitto? Mandiamo una squadra di guastatori e nottetempo gli smontiamo le piramidi e gliele lasciamo sparse per Giza?  Mah, misteri d’Egitto.

Non tutti i morti sono uguali. Vedi…

- Funerali di Stato (2015)

- Quanto vale la vita umana? (2004)

- Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

- Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

- Hiroshima mon amour (2007)

- Morti che non fanno notizia (2008)

- Morti bianche e “quasi morti” (2008)

- Funerale show (2009)

- Orrore siberiano e dintorni (2015)

SOCIETA'
15 marzo 2016
Safari col morto e lavapiedi

Non sempre perde il toro…”, è la battuta finale di una vecchia barzelletta. Eccola.

Un turista, recatosi in Spagna per vedere l’Expo di Siviglia, va in un ristorante tipico e, non conoscendo bene la lingua, ordina la solita fettina di carne. Accanto a lui c’è un signore che ha sul piatto due enormi polpettoni al sugo  e li sta mangiando con evidente piacere. Incuriosito chiama il cameriere: “Mi scusi, che piatto è quello che sta mangiando il signore qui a fianco?”.
- Ah senor, es la nuestra especialidad, es un plato muy tipico llamado Pelotas a la Matador.
Il giorno dopo il turista torna nel ristorante e, desideroso di assaggiare la specialità, chiede il famoso piatto. Dopo un po’ il cameriere gli porta due polpettine misere e minuscole. Sorpreso, chiede spiegazioni al cameriere che spiega: “Senor no siempre perde el toro!”.

Già, qualche volta le palle sono quelle del torero. Mi è venuta in mente vedendo questa notizia: “Padre e figlio italiani uccisi nello Zimbabwe, scambiati per bracconieri“.

Le vittime sono Claudio e Massimiliano Chiarelli, padre e figlio, uccisi all’interno di una riserva di caccia. Li vediamo in questa foto presa dal loro profilo Facebook, nel quale mostravano con orgoglio queste enormi zanne di elefante. Già, perché vivono nello Zimbabwe dove, come riporta l’articolo,  il padre Claudio faceva  la guida ed accompagnava i turisti nei safari, mentre il figlio era un cacciatore professionista. Ora, la caccia all’elefante, specie protetta ed a rischio estinzione, è vietata. Il commercio dell’avorio è vietato pure. Allora, dove hanno preso quelle zanne?Saranno frutto di una battuta di caccia del “professionista“, oppure le avranno trovate per puro caso facendo due passi nella savana tanto per favorire la digestione? Non ho molta simpatia, l’ho già detto spesso in passato, per gli amanti dell’avventura, della ricerca del rischio, del pericolo, delle situazioni estreme; quelli che fanno di tutto per mettersi nei guai e poi devono intervenire i soccorsi per salvarli. Quando poi questo amore per l’avventura si realizza facendo il cacciatore professionista nella savana, allora non riesco a provare nessun senso di pietà per le vittime di incidenti sul lavoro.

Questa storia ricorda molto quella di Walter James Palmer, dentista americano che un anno fa fece scalpore e suscitò l’indignazione mondiale, perché pubblicò in rete la sua foto accanto ad un leone appena ucciso nel corso di una battuta di caccia, anche questa  nello Zimbabwe. Ma quello non era un leone normale (premesso che non esistono leoni “normali” che si possono ammazzare), era Cecil, il leone più popolare ed amato dello Zimbabwe, un bellissimo esemplare di 13 anni, con tanto di collare e monitorato dall’università di Oxford, quasi un simbolo della regione e del parco nazionale. Così scrive La Stampa: “Palmer è andato nello Zimbabwe alla fine di giugno, per dare la caccia a un leone. Si è rivolto a Theo Bronkhorst della compagnia Bushman Safaris, e a Honest Trymore Ndlovu, proprietario di un terreno vicino all’Hwange National Park. I due gli hanno detto che per 50.000 dollari si poteva fare. Quindi il primo luglio scorso hanno legato la carcassa di un animale alla loro auto, e l’hanno trascinata nel parco, per attirare un felino verso la postazione dove lo aspettava Palmer. Quando il leone è uscito dai confini della riserva, entrando in un terreno privato, il dentista ha scoccato la sua freccia. Il felino è rimasto ferito ed è scappato, ma dopo un inseguimento durato 40 ore si è fermato sfinito. A quel punto Palmer gli ha sparato, lo ha scuoiato, e gli ha tagliato la testa per farne un trofeo. ”. Bravo, davvero un bel trofeo. Ieri scrivevo della “foto simbolo” dei profughi fermi al confine fra Grecia e Macedonia. Anche questa foto a lato può essere una foto simbolo. Sì, della stupidità umana.

E i nostri italiani d’Africa? “Accompagnavano i turisti nei safari“, dicono. Più o meno quello che facevano i due complici del dentista Palmer. Già, quelli che organizzano safari per ricchi annoiati i quali per distrarsi vanno a rompere i cogl…pardon, le zanne ed altro  a elefanti, leoni, giraffe; quelli che stanchi di star bene, tranquilli e sereni a casa loro, vanno in giro per il mondo, attraversano deserti, giungle e foreste, scalano montagne inesplorate, cercano emozioni forti, l’avventura, l’adrenalina. E per 50.000 dollari tendono la trappola al primo leone che passa, compreso Cecil. Se restassero a casa farebbero meno danni, a se stessi, agli animali, alla natura, e non darebbero ulteriore conferma dell’idiozia umana. Intanto La Farnesina si sta già occupando del caso. Stiamo ancora indagando sulla morte di Giulio Regeni, ammazzato in Egitto, ed ecco un nuovo caso. Sembra che Regeni scrivesse per il Manifesto e facesse il ricercatore. Oggi nessuno fa più mestieri normali come il ragioniere, il meccanico, il barbiere, il calzolaio; sono tutti dottori e ricercatori, oppure artisti. Se proprio non hanno nessuna competenza specifica possono sempre darsi alla politica. Sembra che Regeni stesse “ricercando” in Egitto il funzionamento del sistema sindacale egiziano. Beh, se qualcuno studia i sindacati egiziani (come se non ne avessimo abbastanza in Italia), deve esserci un motivo serio; magari è fondamentale per fornire utili consigli alla Camusso su come organizzare gli scioperi, i cortei, come disegnare gli striscioni, impugnare i megafoni, creare slogan efficaci e soffiare trombette e fischietti a tempo di marcia.  Anche questa è una ricerca utile all’umanità. Tuttavia, visto come va a finire spesso, l’impressione è che l’unica cosa che certi ricercatori ricercano è la maniera di cacciarsi nei guai.

Non abbiamo ancora risolto il caso Regeni, ed ecco il caso Chiarelli. Anche qui scatteranno inchieste, sospetti, depistaggi, congiure e trame segrete, come nel caso del ricercatore ucciso in Egitto? Assisteremo al solito tormentone di comunicati della Farnesina, dichiarazioni del ministro Gentiloni, ipotesi strampalate sulle cause della tragedia e interpretazioni fantasiose dei soliti complottisti? E adesso anche questi li riportiamo a casa con volo di Stato, con passerella delle autorità all’arrivo, funerali di Stato,  cordoglio nazionale? Sì, ormai sembra che questa sia la prassi. Almeno si fa finta che lo Stato si occupi dei cittadini. La cosa curiosa è che, invece che occuparsi dei cittadini vivi in Italia, si occupano degli italiani morti in Africa. Fatta salva la pietà per i morti, non posso fare a meno di pensare che, così come a Siviglia non sempre perde il toro, così nello Zimbabwe non sempre crepa l’elefante. E guardando quella foto penso che quelli che fanno i safari, le guide,  gli accompagnatori, i cacciatori di professione o dilettanti, e tutti quelli che amano scorrazzare per la savana alla ricerca di emozioni forti, e sparano a leoni ed elefanti, giusto per la foto ricordo da postare su facebook, le zanne dovrebbero ficcarsele in quel posto (indovinate dove).

Il Papa e le pulizie di Pasqua.

Papa Bergoglio ha uno spirito creativo, non perde occasione per inventare qualcosa che faccia notizia. Ogni giorno una ne fa e cento ne pensa. Così è sempre in prima pagina. Roba da far invidia a Belen Rodríguez. Ed ecco l’ultimissima della giornata: “Il Papa lava i piedi agli immigrati“.

Ora, già spendiamo 300.000 euro al giorno di spese fisse per il servizio taxi della Marina  che va a prenderli direttamente alla partenza dalla Libia, poi li accogliamo in deliziosi alberghetti 3 stelle o in agriturismo, gli assicuriamo vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, lavaggio e stiratura, assistenza sanitaria, sindacale e legale, TV satellitare, wi-fi, sigarette, ricariche telefoniche, paghetta settimanale, corsi di lingua e di formazione professionale. C’è davvero bisogno che gli laviamo anche i piedi , la testa, le orecchie e magari anche le palle?  Bergoglio, non è che sta un po’ esagerando?

 

Non è il caso di ripetere cose già dette. Quindi, giusto una breve considerazione. Questo Papa si sta rendendo ridicolo. Quando si esagera con l’ostentazione di una  esasperata, eccessiva, ipocrita forma di pauperismo, falsa umiltà e di amore per i poveri, e si confonde il Vangelo con il Capitale di Marx, si diventa ridicoli e si rende ridicolo anche il cristianesimo e tutta la Chiesa.  L’ho già detto in passato e lo ripeto: non si rende conto di quello che fa, di quello che dice, del suo atteggiamento, delle sue dichiarazioni, delle conseguenze e della strumentalizzazione mediatica del suo operato. Un Papa non può permettersi di avere queste gravissime carenze caratteriali e culturali. Sta distruggendo la Chiesa, la sua storia e sta stravolgendo anche il Vangelo e pure il messaggio di Francesco al quale crede di ispirarsi. E’ la perfetta guida spirituale del cattocomunismo, ma un pessimo capo della Chiesa. Non so, come dicono quelli pratici di profezie, che in San Pietro sia entrato il fumo di Satana. Ma se proprio non c’è fumo, c’è almeno una leggera puzza di bruciato. Speriamo che si tratti solo di una stufetta difettosa.

SOCIETA'
8 marzo 2016
Quei ragazzi perbene

Hanno ammazzato un ragazzo “Per vedere l’effetto che fa“. Ho detto spesso che il mondo sta impazzendo, ma non se ne rende conto. Conferme di questa follia dilagante ne abbiamo ogni giorno; la cronaca quotidiana è piena di episodi di violenza che non hanno una spiegazione. Non si erano mai sentite giustificazioni simili. Questa gente è completamente fuori di testa. E non è solo effetto della droga o dell’alcol. C’è qualcosa che ci sta mandando in pappa il cervello. Ma siccome è un processo graduale, non ce ne rendiamo conto.

Oggi si ammazza la gente così, per uno sfizio, per niente, per passatempo, per distrarsi, o “per vedere di nascosto l’effetto che fa“, come cantava Jannacci. Sono sempre più numerosi gli episodi di violenza, le aggressioni, le liti, i morti, “per futili motivi“, come dicono sbrigativamente i cronisti. Li chiamiamo “futili motivi” perché abbiamo paura di cercare le cause profonde di questa epidemia di follia collettiva. I futili motivi sono che la gente sta andando fuori di testa, ma siccome l’epidemia è generale nessuno ci fa caso. Sarà l’inquinamento dell’aria, del suolo e perfino delle falde acquifere, saranno i pesticidi o gli additivi nocivi che assumiamo con gli alimenti sempre più inquinati, saranno le polveri sottili nell’aria, sarà l’effetto delle dosi massicce di violenza che assumiamo ogni giorno attraverso i media, specie in televisione. Certo è che qualcosa sta modificando le normali funzionalità cerebrali. Ma nessuno ci fa caso. Ci occupiamo solo degli effetti collaterali, quando leggiamo in cronaca gli ultimi esempi di follia umana. Ci occupiamo dei sintomi, non della malattia. Questa sottospecie umana bisognerebbe confinarla in un’isola deserta: così, per vedere l’effetto che fa. Mi sa che siamo proprio alla fine del mondo. I Maya devono aver sbagliato giusto di qualche anno. Ma ormai ci siamo.

Uno dei due “bravi ragazzi” ha dichiarato: “Non so perché lo abbiamo fatto“. Si è mai sentito qualcuno che ammazzi una persona e non sa perché lo ha fatto? Se questa non è follia pura cos’è? Ma questi non sono scappati da un centro di igiene mentale, non sono in cura presso centri psichiatrici; sono ragazzi della Roma bene, che si possono incontrare in strada, a passeggio, al ristorante, sembrano “normali”. Flavia Vento, che con Marco Prato, uno dei due “ragazzi perbene “, aveva avuto una breve relazione, oggi ha dichiarato: “Marco non era violento“. Meno male, figuriamoci cosa farebbe se fosse violento. Questi ragazzi oggi sono così confusi e privi di riferimenti e valori che quella frase, appena modificata, potrebbe diventare il motto delle ultime generazioni: “Non sappiamo perché stiamo vivendo.”. Il fatto è che nessuno glielo insegna; né la scuola, né la famiglia, né la società, né la nuova cultura priva di riferimenti. Anzi, stiamo facendo di tutto per allevare generazioni di invertebrati, stressati, con gravi problemi d’identità, smarriti, confusi,  strafatti di droga e alcol, cresciuti con i falsi miti imposti dai media. Ragazzi distrutti, marci dentro, al cui confronto gli esistenzialisti, i nichilisti, e  la gioventù bruciata degli anni ’50/’60 erano il massimo del perbenismo, dell’impegno sociale, della serietà, dell’assennatezza e responsabilità.

Stiamo costruendo una società marcia, ma non ce ne rendiamo conto. Siamo distratti, abbiamo il cervello ”in tutt’altre faccende affaccendato“, come direbbe Giusti. Noi pensiamo ai diritti gay, agli uteri in affitto, siamo occupati a seguire le prodezze amorose dei Vip, fiction, talent, Sanremo, bambini canterini, adulti ballerini, cuochi estrosi, il nauseante chiacchiericcio della compagnia di giro di politici ed opinionisti, le ochette starnazzanti  nei salotti televisivi del pomeriggio, giochini preserali con o senza pacchi, la posta lacrimevole della De Filippi, morti ammazzati a tutte le ore e l’ultima puntata di  “Signor giudice, Montalbano sono“; un record di ascolti.  Giorno per giorno stiamo assumendo a piccole dosi il nostro veleno quotidiano, una sorta di mitridatismo mediatico, senza rendercene conto o sperando forse di diventare immuni alla tossicità della televisione. Ed ecco il risultato; dei “ragazzi bene” che ammazzano un altro ragazzo, senza sapere perché lo fanno, così, per distrarsi, per passatempo, per provare nuove emozioni, per “vedere di nascosto l’effetto che fa“. Auguri.

Vedi, uno dei tanti post su media e violenza: “Cara sorellina ti ammazzo, per gioco…”.

CULTURA
7 marzo 2016
La Banca del seme

Creare piccoli geni è possibile? Fra poco ”produrre bambini” sarà una normale attività imprenditoriale a livello industriale. E sarà anche possibile scegliere, su appositi cataloghi, come si desidera il bambino. Li faranno su ordinazione e con le caratteristiche richieste; soddisfatti o rimborsati. Oltre all’utero in affitto, che ormai è normale come noleggiare un’auto (Uteri in affitto: boom di offerte), sono già attive le Banche dello sperma (Banca inglese cerca donatori di sperma) ed in Cina stanno già selezionando gli spermatozoi (Creati in Cina i primi spermatozoi in laboratorio, con DNA certificato).  Tutti, ma proprio tutti, potranno farsi un bambino; basta pagare.

Almeno fino a quando i governi del mondo, adducendo qualche pretesto (un pretesto lo troveranno: la sicurezza, il miglioramento della razza umana, la creazione di ominidi per attività pericolose o immuni da patologie, come si fa con gli Ogm), non decideranno di controllare le nascite. E sarà l’inizio della fine dell’umanità come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Non ci saranno più limiti alla possibilità di manipolazione genetica che consentirà di creare una nuova razza di umanoidi con caratteristiche predeterminate e particolari che li rendano adatti per attività specifiche nei diversi campi di attività; dalla scienza, allo sport, dalle attitudini artistiche a quelle letterarie. E tutto sarà deciso da un “Ministero della programmazione sociale” che impartirà precise disposizioni in merito alla procreazione e ne controllerà la pianificazione. Così sarà possibile creare una razza di sub-umani da utilizzare come operai o soldati,  oppure umanoidi opportunamente modificati per affrontare lunghi viaggi spaziali. Saranno programmati secondo le esigenze dei piani stabiliti dai governi mondiali. Proprio come abbiamo già visto in certi film di fantascienza (Metropolis di Fritz Lang del 1927). Mengele era un povero dilettante.

Date queste premesse, sarà possibile anche selezionare gli spermatozoi e programmare così la nascita di bambini dotati di un altissimo coefficiente di intelligenza? Non è fantascienza, qualcuno ci ha già provato molti anni fa. Ripropongo due vecchi articoli pubblicati dieci anni fa su Discovery Italia.

La “Banca del seme” di Robert Graham ( giugno 2005)

Sarebbe possibile creare società fatta esclusivamente di geni? Robert Graham, un miliardario americano ci ha provato istituendo una fondazione dedicata al determinismo biologico: in altre parole, una “banca del seme“, in cui i semi provengono esclusivamente da cervelloni della scienza. Nel 1980, un miliardario californiano decise di istituire un’esclusiva fondazione dedicata al determinismo biologico. Sebbene la vicenda sembri essere tratta da un romanzo di fantascienza, il Repository for Germinal Choice (Deposito per la Scelta Germinale) di Robert Graham fu realmente creato allo scopo preciso di produrre una “razza superiore” costituita da individui eccezionali. Come si addice a tutti i progetti di supremazia plutocratica, la sede della fondazione era situata in un bunker sotterraneo di cemento. Ma a rendere speciale questo piano sullo “stile di Blofeld” fu il fatto che solo i cervelloni della scienza potessero essere donatori: la crème de la crème, cioè coloro in grado di donare un seme di genio, che poi venga congelato in azoto liquido.

Graham aveva fatto fortuna sviluppando delle lenti per occhiali, infrangibili e fatti di plastica. Nel 1978 però, egli vendette la sua società, chiamata Armorlite, e si concentrò su quello che era il suo vero sogno: la preservazione della grandiosità americana attraverso la riproduzione selettiva. Afflitto dalla sua discutibile teoria secondo la quale il pool genetico americano sarebbe stato gradualmente diluito da poveri “esseri umani retrogradi“, Graham decise di passare all’azione per cambiare la situazione. “Già da giovane mi ero reso conto che i cittadini intelligenti e desiderabili non stavano procreando“, disse Graham in una rara intervista del 1983. “Il medico locale aveva solo un figlio, così come il banchiere, mentre l’uomo più benestante e più noto della città di figli non ne aveva affatto.” In realtà, Graham deve l’ispirazione di questa “banca del super-seme” a Hermann Muller, genetista americano vincitore del premio Nobel nel 1946. Muller aveva sostenuto a lungo l’idea della creazione di “banche di semi”, nelle quali le donazioni di uomini geniali potessero essere conservate fin dopo la loro morte. Quando rese pubblico il suo progetto, Graham fu attaccato sia dai media che dalla comunità scientifica, accusato di cercare di creare una “razza superiore“. Sparì quindi dall’attenzione pubblica fino al 1982, anno che vide la nascita del suo primo bambino super intelligente. Si ritiene che già dal 1983, la “banca del super-seme” di Graham avesse 19 donatori di geni, tre dei quali ex premi Nobel per la scienza.

Ad eccezione di uno, i donatori erano tutti anonimi. Il Dott. William B. Schockley della Stanford University vinse il Premio Nobel per la fisica nel 1956. Schockley, che al tempo aveva già superato i settant’anni, commentò: “Accetto con piacere l’opportunità di essere coinvolto in questa importante causa. Desidero tuttavia mettere in chiaro che non mi ritengo affatto un essere umano perfetto né il candidato ideale. Non è mia intenzione creare superuomini.” Graham era frustrato dal fatto che così pochi colleghi vincitori di premi Nobel avessero partecipato alla donazione. Inoltre, anche coloro i quali avevano partecipato dovettero essere eliminati in quanto troppo anziani per produrre un seme valido. Graham iniziò allora a coprire un’area più ampia di ricerca, rivolgendosi ai giovani scienziati emergenti delle Università della California. Iniziò inoltre a contattare vincitori di medaglie d’oro olimpioniche e giovani imprenditori di successo nel tentativo di ampliare il suo campo di ricerca. Sebbene l’identità dei donatori fosse tenuta segreta, altre informazioni erano disponibili, tra cui: – peso, altezza ed età – colore degli occhi, pelle e capelli – varie caratteristiche ereditarie comprendenti informazioni relative a figli esistenti – requisito più importante: un QI di circa 180 (dell’intera popolazione britannica approssimativamente 20 persone hanno questo QI) Graham scrisse inoltre i propri commenti su ogni campione, del tipo: “Scienziato molto famoso. Persona fattiva. Praticamente un superuomo.” I donatori venivano identificati tramite appellativi codificati per colore: per esempio, Sig. Fucsia, Sig. Bianco e Sig. Arancione. Al rigore dei criteri di selezione corrispondeva una selezione delle donne altrettanto rigida. Le donne dovevano infatti essere sposate con un uomo sterile. I potenziali genitori dovevano anche essere persone affettuose molto benestanti al fine di poter fornire un ambiente ideale nel quale i super bambini di Graham potessero prosperare. Graham cercò potenziali madri mettendo un annuncio su una rivista della Mensa. Solo donne accuratamente selezionate che desideravano incrementare la possibilità di produrre figli eccezionali potevano essere sottoposte ad inseminazione. Le donne che ricevevano lo sperma dovevano inoltre impegnarsi a tenere Graham informato sul corso della gravidanza e sul successivo sviluppo del bambino. Già dall’inizio degli Anni ’90, venivano al mondo ben 20 “bambini geni” ogni anno. Fonte: Discovery-Italia

La “Banca” vent’anni dopo (giugno 2005)

Robert Graham morì nel 1997, all’età di 90 anni, durante un incontro della American Association for the Advancement of Science (Associazione Americana per il Progresso Scientifico). Negli anni successivi alla sua morte, la fondazione cessò l’attività e tutte le donazioni e la documentazione vennero eliminate. Inoltre, la maggior parte dei segreti nascosti dietro a questo sogno di perfezione umana scomparve con il suo creatore. Si ritiene che l’esperimento di Graham abbia portato alla nascita di 230 bambini. Essendo l’identità di questi “piccoli geni” sconosciuta, l’entità del successo rimane per lo più un mistero. Ciononostante, alcuni di questi piccoli geni si sono resi noti; tra questi, Doron Blake è stato il caso più celebre. Blake sembra essere stato il secondo nato del progetto: egli dimostrò abilità eccezionali fin dalla nascita, fatto noto in quanto la madre, Afton Blake, lo esibì in pubblico innumerevoli volte fin dal giorno in cui il bimbo venne alla luce. Già dall’età di 18 anni, Doron dice di avere concesso ben 100 interviste. L’interesse generato non è sorprendente se si considera lo sviluppo del bambino: – appena nato muoveva le mani a tempo di musica classica – all’età di due anni usava il computer – all’asilo leggeva Shakespeare e imparava l’algebra – all’età di 6 anni aveva un QI di 180 – da adulto, si distinse quale musicista di talento e genio matematico Nonostante ciò, Blake non ritenne che la partecipazione di sua madre all’esperimento di Graham avesse aumentato in maniera esponenziale le sue capacità: “Non penso che sia il livello di intelligenza a rendere un individuo una persona di successo, ma piuttosto l’essere cresciuto in una famiglia unita, con genitori affettuosi che non esercitano pressione. Quello che più amo di me stesso non è tanto l’essere intelligente quanto il fatto che mi piace occuparmi delle persone e che cerco di rendere migliore la loro vita. A mio parere, la bontà è una qualità che non può essere riprodotta artificialmente.“.

Naturalmente, il problema principale sta nel determinare se le abilità dei mini geni derivino dalla natura o dall’ambiente in cui sono cresciuti. Questo è un processo particolarmente difficile da decifrare nei bambini geni di Robert Graham: sono essi il risultato dell’ambiente in cui crescono o della genetica? Parte del contratto di Graham per l’inseminazione prevedeva che le famiglie provvedessero affetto, cura, attenzione e sicurezza finanziaria. Di conseguenza, risulta impossibile determinare quanto l’intelligenza dei bambini sia stata influenzata dal background sociale. Fonte: Discovery_Italia

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- Mi presta l’utero?

- Figli, utero in affitto e zio Nichi

- L’odore della madre

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