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Ballando mentre la nave affonda
CULTURA
29 novembre 2015
Top news: la nonnina nel fossato e incidenti stradali
           

Le Top news sono le notizie d’apertura, le più importanti della giornata. Il titolo d’apertura può cambiare, secondo la linea editoriale della testata o le indicazioni del direttore, ma di solito riguarda la politica, l’economia, eventi di rilevanza nazionale ed internazionale o fatti di cronaca particolarmente gravi. Anche l’ambito di diffusione della stampa periodica può influire sulle scelte di un giornale, compresi gli articoli di prima pagina ed i titoli di apertura. Un grande quotidiano nazionale darà più spazio ai temi di interesse generale, un quotidiano regionale sarà impostato in gran parte su notizie di carattere locale. Ma l’apertura, e la prima pagina, generalmente è riservata a notizie di rilevanza nazionale o internazionale, mentre la cronaca regionale è collocata nelle pagine interne.

Bene, fra i siti che seguo regolarmente, c’è quello del quotidiano regionale L’Unione sarda. Contrariamente a quanto fanno altri quotidiani nazionali, L’Unione sarda non riporta gli articoli per intero, ma fa una specie di riassunto in poche righe dell’articolo e rimanda chi volesse leggerlo per intero all’edizione cartacea. E’ una scelta editoriale, avranno le loro buone ragioni. Ma quello che mi incuriosisce è che le notizie di apertura quasi sempre riguardano fatti di cronaca come incidenti stradali, incidenti sul lavoro, morti ammazzati per faide di paese, violenze di vario genere, sesso, droga (e rock’n roll).  Insomma, sembra un bollettino di guerra. Questa, salvo casi particolari, è l’impostazione del quotidiano. Tanto che circa un mese fa mi son preso la briga di prendere nota per qualche giorno di quale fosse la notizia d’apertura che compariva in testa alla pagina, accompagnata sempre da una grande foto, per ricavarne un curioso post in cui mostrare con ironia la linea editoriale del nostro maggior quotidiano regionale. Poi si lascia perdere, un po’ perché non vale la pena di dedicare tempo e pazienza a scrivere delle considerazioni che sono del tutto personali , un po’ perché alla gente, molto probabilmente, poco importa di notare queste curiosità. Eppure bisognerebbe farci caso, perché anche da queste piccolezze si può capire quale sia l’atteggiamento della stampa nei confronti della realtà quotidiana e quale sia il loro indice di priorità nel diffondere le notizie.

Oggi, però, l’eccesso di notizie di incidenti era tale che non si poteva non notarlo. Sembrava davvero un bollettino degli incidenti stradali a cura dell’Anas. Ed allora ho ripreso quel vecchio post, che avevo salvato giusto con i link ai titoli di apertura di una settimana. Li riporto così com’erano.

- 19 ottobre 2015: Nonnina nel dirupo al rientro dalla festa

- 20 ottobre 2015: Omicidio a Benetutti, allevatore di 51 anni freddato nelle campagne del paese.

- 21 ottobre 2015: Nuoro, sesso a pagamento nel centro massaggi. Blitz della polizia, 8 indagati.

- 22 ottobre 2015: Scontro frontale fra due auto; donna muore dopo salto di corsia.

- 23 ottobre 2015: Cagliari, violenza sessuale su un trans: due pregiudicati in manette.

- 24 ottobre 2015: Cagliari, scippo davanti all’ospedale; ragazza in cella insieme ai due fratelli.

25 ottobre 2015: Incidente mortale nella notte a Olbia: muore scooterista di 29 anni.

Ecco, queste erano le Top news dell’Unione sarda nella settimana dal 19 ottobre al 24 ottobre. Viene da sorridere notando che la Top news del 19 ottobre, la notizia più importante della giornata, sia quella che riporta la caduta di una vecchietta che rientrava a casa dopo la festa del paesello, a San Vito. All’Unione devono avere una strana idea della rilevanza dei fatti di cronaca.

Sarà un caso particolare, una curiosa coincidenza? Sarà che proprio in quei giorni i cronisti erano tutti in ferie e le notizie di prima pagina le scriveva un apprendista aspirante praticante giornalista in prova che aveva seguito un corso accelerato per corrispondenza tenuto da Topo Gigio? No, evidentemente è proprio la linea editoriale del nostro quotidiano. Ecco, infatti, la “Top news” di oggi: “Sestu, auto fuori strada, muore una ragazza“. Fatta salva la pietà ed il rispetto per i morti, sinceramente vi sembra che questa possa essere la notizia più importante della giornata per i sardi e la Sardegna? Posto che familiari, parenti ed amici saranno già informati del tragico incidente, che interesse può avere per un sardo di Alghero, di Olbia, di Tresnuraghes o Noragugume? E’ una notizia di interesse generale? No, non lo è. Punto. Quindi usarla come “Top news” e notizia di apertura è quantomeno anomalo e poco corretto. Ma andiamo oltre, vediamo quali sono le altre notizie di prima pagina di oggi.

Eccole qui, esattamente sotto la Top news di apertura questo è l’elenco delle notizie di “Primo piano“. Stiamo parlando sempre di notizie che dovrebbero essere quelle più importanti della giornata: 1) Pedone travolto alla Caletta. 2) Scontro frontale a Muravera. 3) Coniugi morti in auto a Ussana. 4) Moto fuori strada a Lanusei. 5) Villacidro, incidente all’ippodromo. A noi sardi il terrorismo dell’Isis, gli attentati di Parigi, l’invasione degli immigrati, la disoccupazione e la povertà in crescita ci fanno un baffo. Quello che ci interessa sono gli incidenti stradali. O almeno, da quello che si vede, questo è ciò che pensano all’Unione sarda. Che interesse possono avere queste notizie per il 99,9% dei sardi? Qualcuno all’Unione se lo chiede? Non è un quotidiano d’informazione, è un bollettino stilato dalla Polizia stradale. A chi può interessare? Direi soprattutto alle Agenzie di pompe funebri, alle ditte di soccorso stradale e, se le auto non sono troppo malridotte, ai carrozzieri. Non sono cinico, sto giusto facendo una considerazione logica e razionale. Eppure questa è quella che spacciano per informazione, per servizio pubblico. E guai a criticarli, vi accusano subito di attentare alla libertà di stampa ed alla libera informazione.

Continuo ad avere molte perplessità su ciò che intendono oggi per informazione e servizio pubblico. Ed ogni giorno ho la conferma che ciò che penso da sempre sulla stampa e sui media non è una mia fissazione, ma è la pura e semplice verità riscontrabile quotidianamente. Riempiono le pagine di notizie inutili per evitare di parlare di cose serie che interessano davvero i cittadini. Mi viene in mente un vecchio post di 12 anni fa (ottobre 2003). Avevo aperto da poco questo blog e, a dimostrazione che questo argomento lo sento particolarmente, dedicai un post “Notizie inutili” ad una frase di Emilio Fede, direttore del TG4. Dopo una serie di notizie varie, disse chiaramente “Ed ora una notizia di utilità collettiva“. La notizia riguardava uno sciopero del personale delle Ferrovie che, quindi, interessava tutti gli italiani. E concludevo amaramente: “Se ha sentito la necessità di specificare che quella è una notizia di utilità collettiva significa, pari pari, che tutte le notizie date precedentemente…non sono di utilità collettiva. Altrimenti non avrebbe avuto senso specificare. Giusto? Ma se le altre notizie non sono utili…sono inutili. E se sono inutili…perché le dicono?“.  Già, perché?

Dicevo anche che bisognerebbe chiedersi quale sia il vero interesse pubblico delle notizie che ci propinano ogni giorno e spacciano per informazione. Scrivevo: “Facciamo una semplice prova. Quando ascoltiamo i TG o leggiamo i quotidiani, proviamo a chiederci “Mi interessa? E quanto?” Ma non intendo la partecipazione emotiva alla notizia. Intendo dire proprio se quella certa notizia è di qualche interesse per me, se ha una qualche utilità pratica immediata o nel futuro. Se siamo onesti ci renderemo conto che la stragrande maggioranza delle notizie che ci propinano stampa e TV non sono di alcun interesse per noi.”. E allora che senso ha questo gigantesco apparato mediatico che sulla stampa, radio e televisione, internet,  ci inonda di milioni di notizie da tutto il mondo in tempo reale? A chi giova veramente? Certo giova molto a chi ci lavora e ci campa; molto meno ai cittadini.

Ecco, bisognerebbe fare questo piccolo esperimento, ogni volta che leggiamo un quotidiano, una rivista o seguiamo in televisione un telegiornale o un talk show. Forse la gente non si rende conto di quanto sia importante un’informazione seria, corretta e di vera utilità per i cittadini. I media formano l’opinione pubblica che è quella che poi opera le scelte politiche, etiche, sociali, culturali e condiziona perfino i consumi. Chi ne conosce il potere lo usa a proprio beneficio; i cittadini che non ne conoscono i meccanismi non hanno difese nei confronti dell’informazione (e della pubblicità) e sono alla mercé di operatori senza scrupoli che manipolano l’informazione a proprio vantaggio. I cittadini dovrebbero essere informati di questo pericolo. Ma chi dovrebbe informarli? Ovvio, i mezzi d’informazione che, però, non lo faranno mai perché sarebbe contro il loro interesse. Cari cittadini, mi sa che siete fregati, comunque, senza scampo.

Decine di post dedicati a questo argomento sono riportati nella colonna a lato sotto la voce “Mass media, società e violenza“, “E’ la stampa, bellezza”, e “Stampa, TV, Web“.

 Vedi

- Pane, sesso e violenza

- Mondiali e delitti

- Il Papa ha ragione

- Quei farabutti della stampa

- Libertà di stampa, per chi?

- La stampa (e la rincorsa verso il basso)

- Guardi siti porno?

- Stampa copia/incolla

- Stampa di regime

- Cronisti copia/incolla

Ma soprattutto, a conferma del fatto che non sono io ad avere la fissazione di prendermela con la stampa,  vale la pena di leggere questo articolo che ho citato spesso in passato e che spiega molto meglio di quanto possa fare io la deriva della stampa di oggi:” Troppe tette e culi.  Nell’Occidente i mass media  rinunciano a informare e criticare: preferiscono divertire con il gossip“. E’ un articolo pubblicato anni fa sul quotidiano spagnolo El Pais, poi tradotto e pubblicato su La Stampa nel 2007. L’autore è il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa. Prende spunto per l’articolo dal dilagare del gossip su tutti i mezzi d’informazione. Ecco cosa scrive: “…da cinque giorni, non riesco a evitare d’imbattermi, qualsiasi giornale apra e qualsiasi programma di notizie ascolti o veda, nel corpo nudo della signora Cecilia Bolocco Menem.”.

La signora alla quale si riferisce è questa a lato, Cecilia Bolocco, Miss Cile 1987 e poi, nello stesso anno, anche Miss universo. Sposata poi dal 2001 al 2007 con l’ex presidente argentino Carlos Menem. E questa foto è una di quelle che riempivano tutte le riviste spagnole in quel periodo. La nostra stampa non è certo da meno di quella spagnola.  In quanto a gossipate non ci batte nessuno.

SOCIETA'
28 novembre 2015
Papa: acqua e fogne per tutti
           

Il Papa ama viaggiare e portare nel mondo il messaggio evangelico. Ora è in Africa per il giro pastorale a base di vicinanza ai poveri ed agli ultimi, di baci ai bambini, di benedizioni alla folla, di appelli alla fratellanza, di rivendicazione dei diritti umani, di frontiere aperte, di accoglienza per tutti, di denuncia della ricchezza dell’occidente come causa della povertà del terzo mondo (questa è ancora tutta da dimostrare, ma a forza di ripeterla qualcuno ci crede davvero). Insomma, la solita litania buonista, il catalogo dei sogni, delle buone intenzioni, dei buoni sentimenti, di “beati i poveri…porgi l’altra guancia…ama il prossimo tuo come te stesso…etc”.  Poi la visita finirà, il Papa tornerà in Vaticano, i poveri di Nairobi continueranno ad essere poveri, e tutto resterà come prima.

Questa volta, visitando Kangemi, il quartiere povero di Nairobi, lancia il messaggio del diritto all’acqua e le fogne. Già “Acqua e fogne per tutti“, dice a gente che da sempre vive in mezzo alle fogne a cielo aperto. Sembra una battuta di spirito che richiama alla mente il motto di Cetto Laqualunque “Più pilu per tutti“. Solo che Cetto faceva ridere, il Papa no.

Il suo tema preferito è sempre lo stesso: più che un messaggio spirituale ricorda i temi del lavoro e dell’economia; diritto al lavoro per tutti, rivendicazioni salariali, sicurezza, garanzie, riposo, ferie, ridistribuzione della ricchezza, condanna del profitto, appello alla solidarietà globale. Più che il capo spirituale della Chiesa, sembra di ascoltare un sindacalista della Fiom o uno sfigato marxista dei centri sociali. Forse doveva fare il sindacalista, non il prete. Ecco che cosa ha detto agli “ultimi” di Kangemi: “L’emarginazione urbana nasce dalle ferite provocate dalle minoranze che concentrano il potere, la ricchezza e sperperano egoisticamente mentre la crescente maggioranza deve rifugiarsi in periferie abbandonate, inquinate, scartate.”.  Più chiaro di così.

Gli africani sono poveri perché noi occidentali siamo ricchi, concentriamo il potere e sperperiamo. Viene quasi spontaneo pensare che in certe zone dell’Africa vivono ancora come 2.000 anni fa, nelle capanne di fango e paglia. E che fino a pochi secoli fa, gli europei non sapevano neppure dell’esistenza delle popolazioni africane, finché non sono cominciate le prime esplorazioni del continente africano. Ma intanto che  lì si viveva in condizioni da cavernicoli, a Roma si costruivano acquedotti e fognature già 2000 anni fa. E questi, ancora nel 2015, sono in quelle condizioni. Come mai, mentre in Europa si progrediva in tutti i campi, dall’architettura alla medicina, dalla scienza alla filosofia, l’arte, la musica, il commercio, si costruivano palazzi, basiliche, teatri, in quelle regioni lontane non c’è stato alcun tipo di progresso? Perché qualcuno li sfruttava? Oppure? Ma dicono che in Africa sono poveri per colpa nostra che siamo troppo ricchi e li abbiamo sfruttati. Ergo, se a Nairobi non hanno acqua e fognature, vuoi vedere che è per colpa dei romani che pensavano a costruire il Colosseo, invece che fare le fogne in Africa?

Ma il Papa ci accusa di essere noi la causa della loro povertà. E per rimediare dovremmo aiutarli e garantirgli il progresso, a spese nostre ovviamente. Infatti, riassunto in questo titolo, ecco il messaggio lanciato tempo fa in occasione del suo discorso all’ONU: casa, lavoro, terra.

Nient’altro? Beh, questo tanto per cominciare, poi si passa ai dettagli. Per esempio, possiamo aggiungere anche il diritto alla colazione abbondante con succhi vari, frutta esotica,  bacon e uova strapazzate, caviale, aragosta, champagne. Ancora il diritto al riposo pomeridiano (la pennichella è sacra), il climatizzatore, TV ultimo modello 40 pollici smart, Wi Fi (gli immigrati dicono che anche quello è un diritto), all’acqua minerale (liscia, gasata o Ferrarelle, secondo i gusti), una cantina fornita con vini di pregio, un’auto nuova in garage, un armadio pieno di abiti alla moda e capi firmati, la scopatina serale (o al mattino, a piacere; anche questo è un diritto, no?).

La casa, mi raccomando, che sia come quella di Topolino, una grande villetta bianca a due piani in stile coloniale con ampio prato verde intorno dove giocare col cane, possibilmente con ampio parco intorno, boschetto, piscina e giochi per i bimbi. Beh, tutti hanno diritto allo spazio vitale. Mica vorremo relegarli in quegli orribili casermoni di periferia, in spazi angusti come celle di alveari, pullulanti di brutti ceffi, maleodoranti e puzzolenti di fritto e minestra di cavoli. No, la casa deve essere bella, grande, confortevole, rilassante e profumata di gelsomini. E’ un diritto di tutti.

Il lavoro, invece, deve essere appagante, gratificante:  un buon impiego lautamente retribuito in un’azienda con sede in palazzo d’epoca in centro storico, con sale affrescate da Michelangelo (oppure Giotto), sculture del Bernini (ma va bene anche Canova), arazzi preziosi, tappeti persiani, ambiente lavorativo rilassante di tutta tranquillità (per evitare lo stress), segretaria di bella presenza sempre disponibile agli straordinari anche sul divano o dove capita, capita.

In quanto alla terra, che è un diritto di tutti, diciamo che non dovrebbe essere inferiore ad un centinaio di ettari per ciascuno, comprendenti grandi impianti eolici e fotovoltaici per l’autosufficienza energetica, e campi coltivati che forniscano tutti i possibili prodotti di prima necessità, cereali, legumi, ortaggi e frutta, al fine di garantire l’autosufficienza alimentare (non si sa mai, meglio essere previdenti), parco giochi, campo da golf, tennis, piscina, cottage per riposarsi durante le battute di caccia, cavalli purosangue da corsa, frutteti e vigne, boschi e ruscelli, e pista per il jet privato. Potrebbe bastare, salvo ampliamenti futuri.

Poi cos’altro?  Beh, si può aggiungere a piacere, tanto ormai tutto è diventato un diritto e tutti i diritti devono essere garantiti a tutti. Tutto a tutti; lo dice il Papa. Ultimamente fra il Papa e l’estrema sinistra c’è una strana convergenza di ideali e proposte, una corresponsione di amorosi sensi, una sorta di affinità elettive. O i comunisti si sono convertiti al Vangelo, oppure il Papa è diventato comunista. Il fatto è che è facile parlare di diritti a tutti, ma poi bisogna pensare alla realizzazione pratica. E ci si dimentica sempre di dire chi deve occuparsene e con quali mezzi e risorse. Ogni diritto presuppone un dovere. Già, perché se qualcuno rivendica un “diritto“, significa che qualcuno ha il “dovere” di riconoscerglielo.  E se tutti, dalla Polinesia alla Siberia, dalla Groenlandia al Kenya,  hanno diritto alla casa, al lavoro, alla terra e chissà cos’altro, chi è che deve provvedere a garantire quei diritti? Lo Stato, i cittadini volenterosi, i ricchi, la Caritas, i sindacati, il governo, lo Spirito santo? Questo il Papa dimentica sempre di spiegarlo.

Però, alimentando le speranze della gente si mostra vicino ai poveri e sembra che diffonda e applichi il messaggio evangelico che, dice il Papa, è rivolto ai poveri ed agli ultimi (Bergoglio tra gli ultimi del mondo). Anche Laura Boldrini dice che il suo pensiero è sempre rivolto agli ultimi. La nostra Laura è una fervente cattolica e segue alla lettera il Vangelo, oppure il Papa copia dalla Boldrini? Veramente il Vangelo non solo si rivolge agli ultimi, ma riserva loro un occhio di riguardo, un trattamento speciale, quasi un riconoscimento, un premio, quando afferma che “Gli ultimi saranno i primi“. “In che senso?”, direbbe Verdone con gli occhi al cielo. Meno male che il Signore non faceva il giudice di gara, altrimenti sarebbe stato un bel pasticcio al momento di decretare l’ordine di arrivo e la classifica finale.

Ma se questo è il messaggio, allora bisogna riconoscere che essere ultimi è una bella fortuna, perché alla fine si diventa primi. Il guaio è per i ricchi, perché è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri in paradiso. Se ciò che dice il Vangelo è vero, questi poveri che vivono nelle periferie di Nairobi, in bidonville senza acqua, né fogne, e magari anche senza cibo, dovrebbero gioire, ringraziare il Signore per essere nati poveri e pregare di non arricchirsi mai, perché se si arricchiscono rischiano di trovarsi in fondo alla classifica. Bisogna concludere, quindi, che quelli che nascono nella periferia di Nairobi hanno avuto una bella fortuna. Beh, questo dice il Vangelo. No?

Vedi

- Gli ultimi saranno i primi

- Servire i servi

- Ultimi e penultimi

SOCIETA'
26 novembre 2015
Funeralini e funerali di Stato; dipende dal morto...
           

Non tutti i morti sono uguali. Ci sono morti di prima scelta, morti di seconda e morti di scarto. In base all’importanza del morto cambia anche il  funerale. Quindi ci sono funerali di prima categoria, di seconda, di categoria economica. Poi ci sono i funerali di Stato, riservati a illustri personaggi dell’arte, della cultura, della politica; personaggi che hanno reso grandi servigi e dato lustro alla nazione. Anche il funerale, però,  ha avuto una sua evoluzione nel tempo.

Una volta era una mesta cerimonia con la quale si celebrava la messa funebre e poi si accompagnava il defunto all’ultima dimora, in silenzio, con commozione e partecipazione al dolore dei familiari. Indimenticabile il “Funeralino” (clip incompleta) da L’oro di Napoli di De Sica, episodio in cui un carro funebre con un bambino morto percorre le vie di Napoli accompagnato dalla mamma e da un piccolo corteo di donne e bambini.

Oggi il funerale si è evoluto, in chiesa non ci si limita a celebrare la messa, ma si tengono sermoni di ogni tipo per ricordare il defunto; familiari e amici salgono sul pulpito e  leggono il temino scritto per l’occasione  nel quale si decantano le doti ed i meriti della persona scomparsa, facendo a gara a chi è più toccante e commovente. Di solito la cerimonia si conclude con un lungo applauso al passaggio della bara e con un corteo funebre accompagnato dalla banda che esegue musiche adatte all’occasione. Ma in certi casi, al posto della classica Marcia funebre di Chopin, si sentono canti partigiani tipo Bella ciao, pugni chiusi e sventolio di drappi e bandiere rosse (come al funerale di Franca Rame o di don Gallo), oppure piovono petali di rosa dal cielo mentre la banda suona il tema del Padrino (come il recente funerale del boss Casamonica a Roma).

In tempi dominati dalla cultura dell’immagine, dell’apparire, quando ogni evento, allegro o triste, viene confezionato secondo criteri precisi in funzione delle esigenze mediatiche,  anche il funerale è diventato spettacolo, a beneficio della folla e della televisione. E diventa un’ottima occasione per mostrarsi, apparire, fare la passerella e ricavarne visibilità sui mezzi d’informazione. Così anche il funerale di Valeria Solesin, morta a Parigi nella strage del Bataclan, ha rispettato i nuovi canoni del funerale moderno. E quanto sia moderno lo dimostra il fatto che non è stata una cerimonia religiosa, ma espressamente civile, per volere dei genitori, dichiaratamente atei. Ma se i genitori sono atei, e si presume lo fosse anche la figlia, ed hanno volutamente escluso una qualunque connotazione di fede religiosa della cerimonia, a che scopo erano presenti il Patriarca di Venezia, un rabbino e l’imam di Venezia? Mistero della fede.

Non è chiaro nemmeno perché la salma sia stata riportata in Italia con volo di Stato. Appena giunta a Venezia, Renzi e Boldrini, entrambi bravissimi a sfruttare ogni occasione per fare passerella a favore di telecamera, si sono precipitati a renderle omaggio e rilasciare nel registro funebre le loro dichiarazioni. Ha scritto Renzi: “Ciao Valeria, grazie per la tua testimonianza di cittadina e giovane donna.”. Non si è sforzato molto, gli riesce meglio usare le slides e promettere grandi riforme. Sulle cose futili, promesse a vuoto e chiacchiere inconsistenti ci sguazza, ma davanti alle cose serie come la morte si trova un po’ a disagio, gli mancano le parole. Ma poi, che cosa significa “grazie per la testimonianza“?  Testimonianza di che? E perché specificare “cittadina e donna“? Se invece che donna fosse stato un uomo, la “testimonianza” sarebbe stata meno importante?  Renzi, ma che dici, o grullo! Boldrini, invece, ha scritto (qui): “”Addio Valeria, con te hanno portato via una giovane donna consapevole. Che tu possa diventare esempio per le ragazze che sono in cerca della loro strada.”. Se Valeria era una “giovane donna consapevole“, significa che ci sono  anche “giovani donne non consapevoli“? E se muore una giovane donna “non consapevole” cosa cambia nel cerimoniale funebre? E se la donna “consapevole o meno“, non è più “giovane“, ma vecchia, si è  meno addolorati? Augurarsi che diventi “esempio“, significa augurare alle “altre ragazze che cercano la loro strada” di imitare Valeria e farsi ammazzare da una banda di terroristi?  Boldrini, ma che ca…volo dice? Invece di andare in giro per cerimonie, state a casa, e zitti; è meglio per tutti.

Avantieri a Venezia, nella Piazza San Marco, si è svolta la cerimonia civile (Venezia, i funerali di Valeria Solesin) alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, del ministro della Difesa Pinotti, del sindaco di Venezia Brugnaro, del presidente della Regione Veneto Zaia, ed altre autorità civili e religiose con dispiego di bandiere, vessilli, Inno di Mameli e Marsigliese. C’erano tutti, mancava solo  il Papa. Perché tanta pomposità? Non per gli straordinari meriti e capacità della ragazza (Ne avrà anche avuti, ma non tali da giustificare tale pompa magna), ma perché, come titola il Corriere, quel funerale è diventato una “Cerimonia di straordinario significato simbolico“.  E noi oggi, frastornati, confusi e privi di certezze e riferimenti, abbiamo un disperato bisogno proprio di simboli, di qualcosa che si possa facilmente identificare con le nostre paure, le speranze. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la direzione, che ci dica cosa fare, cosa pensare e ci dia il manuale con le “istruzioni per l’uso” della vita. Abbiamo costantemente bisogno, per restare in tema di cerimonie, del prete che in chiesa ci dica quando stare in piedi, stare seduti, cantare, stare in ginocchio, o scambiare il segno di pace. Abbiamo bisogno di paradigmi precisi in cui inquadrare l’esistenza e la quotidianità. Abbiamo bisogno di guide e di simboli. Abbiamo bisogno di riti collettivi nei quali sentirci partecipi, rassicurati e protetti come componenti del branco (Vedi “Masquerade“).

Ed ecco che allora un funerale non è più solo una cerimonia religiosa o civile con la quale si dà l’estremo saluto ad una persona cara; diventa qualcosa di diverso, un’occasione per esternare con la propria presenza sentimenti, valori, propositi, principi morali, appartenenza politica, religiosa, etnica, o perfino l’appartenenza ad un preciso clan mafioso o camorristico: “Io c’ero“. Diventa spettacolo, rappresentazione scenica di qualcosa che travalica il significato dell’evento per diventare “simbolo“. E guai se ci manca il simbolo, siamo smarriti. Nell’ultima puntata di TV talk, un programma su RAI3 che va in onda il sabato pomeriggio e si occupa di analizzare criticamente ciò che passa in TV (esempio di metatelevisione con impronta sinistroide e politicamente corretta, come tutto su RAI3), uno dei conduttori del programma, a proposito della rappresentazione in televisione degli attentati di Parigi, notava proprio che, contrariamente al solito, in questa occasione è mancata “l’immagine iconica” delle stragi. Lo ha ripetuto più volte, quasi dispiaciuto di non poter mostrare la classica “foto simbolo“, quella che ci propinano ad ogni tragedia, che viene riproposta da tutti i media e fornisce l’occasione agli opinionisti di professione di fare sfoggio della propria arte retorica. L’ultima “foto simbolo“, per fare un esempio, è stata quella del bambino morto sulla spiaggia turca, riproposta per giorni e giorni, proprio come “simbolo” della tragedia dei migranti e sulla quale si sono riversati fiumi di retorica buonista di regime. Ecco, noi abbiamo bisogno di queste immagini “simbolo” per semplificare il concetto ed avere un riferimento preciso; altrimenti ci sentiamo smarriti, come quel conduttore di TV talk che si trova in crisi perché non può mostrare la foto simbolo.

Ma perché la morte di Valeria ha acquistato questo valore simbolico? Semplice, perché è morta ad opera dei terroristi islamici. Non avrebbe avuto questa attenzione se fosse morta in un incidente stradale o domestico. Ciò che conta, quindi, non è il fatto che sia morta, ma come è morta. Ovvero, ai fini della rappresentazione mediatica, la circostanza della morte diventa più importante della persona stessa. E quindi, essendo morta per mano dei terroristi, per una strana opera di trasposizione, diventa l’eroina che muore per contrastare l’odio e la  violenza. E siccome è morta durante un concerto pop, diventa anche il simbolo di una società che vuole continuare a divertirsi, che non vuole rinunciare al proprio stile di vita e non intende lasciarsi intimorire dal terrorismo. Per delle strane ragioni che ci sfuggono e che alterano la percezione della realtà, diventa il simbolo della lotta al terrorismo. Ma Valeria non stava lottando contro il terrorismo, non voleva “cambiare il mondo“, stava semplicemente assistendo ad un concerto di musica pop.

Eppure i commentatori sembrano tutti impegnati a caricare la morte di Valeria di tutti quei significati che in realtà non ci sono, ma che servono ai media per “vendere” meglio il prodotto. Un esempio per tutti, ecco come titolava un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Tiscali, il giorno dopo l’attentato: “Valeria non era solo una di noi, ma una volontaria che voleva cambiare il mondo“. Non ricordo editoriali di Bellu quando Kabobo ammazzò tre persone a Milano a colpi di machete, né quando anziani vengono aggrediti in casa da bande di stranieri e uccisi per rubare pochi euro. Allora perché a Valeria si dedica un editoriale ed agli altri morti in Italia no? Perché è morta a Parigi, perché si trovava in Francia per studio, perché è morta per un attentato terrorista, perché assisteva ad un concerto, perché era volontaria di Emergency, perché assisteva i clochard parigini, perché era “una di noi”? Perché? “Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea“, scrive Bellu. No, caro Bellu, Valeria non era in prima linea, era a teatro ad ascoltare un concerto pop. Se non fosse morta nessuno saprebbe niente di lei, come non si sa niente e non si parla mai di migliaia di altri ragazzi e ragazze, finché non sono vittime di tragedie. Cosa fa la differenza? Forse il fatto che, come si vede dalla foto, sosteneva Emergency? Sarà un caso che, fra tante foto, si scelga proprio quella in cui compare il logo di Emergency? “Eccheccasooo…”, direbbero a Striscia. E se fosse stata una attivista della Lega, Bellu avrebbe fatto lo stesso un editoriale, con foto e simbolo della Lega in primo piano, scrivendo che era “una di noi” e che “voleva cambiare il mondo“? Ne dubito, come ho sempre dubitato dell’onestà intellettuale di molti giornalisti.

Proprio ieri sera sul tardi, mentre facevo zapping, capito su Ballarò RAI3, mentre un tale Matteo Ricci accusa Salvini di alimentare l’odio e la paura. Già, perché il pericolo non è il terrorismo, l’immigrazione incontrollata ed i rischi per la sicurezza; il pericolo è Salvini che mette in guardia contro quel pericolo. Punti di vista; anzi di “Svista“. Dice che se noi cediamo alla paura del terrorismo gliela diamo vinta perché rinunciamo alla nostra cultura, alla musica, ad andare allo stadio, al nostro stile di vita. Urla con foga che invece dobbiamo rispondere alle minacce del terrorismo con “più cultura, più musica, più sport” (parole testuali). Ecco la ricetta giusta per combattere il terrorismo; geniale questo Ricci.  Non bombardando l’Isis si combatte l’Isis, non con la paura di attentati e rinunciando ad andare a teatro o allo stadio, ma con più cultura, magari recitando ai terroristi un sonetto di Dante, cantando la Marsigliese o l’Inno alla gioia (versi di Schiller, musica di Beethoven), oppure praticando una sana attività sportiva come la Marcia della pace Perugia-Assisi; camminare fa bene alla salute e spaventa i terroristi. Quelli ci stanno mettendo le bombe sotto il culo e secondo Ricci noi dovremmo reagire cantando e facendo sport. Quando si sentono queste affermazioni bislacche e strampalate di chi vuole combattere il terrorismo con la musica e la poesia, ci si chiede se quel tale sia un pazzo scappato da un vicino manicomio. Ma non può essere perché i manicomi sono chiusi. Allora guardi più giù nello schermo e leggi nel sottopancia che quel tale non è un pazzo, è un esponente del Partito democratico. Ah, ecco, allora è tutto chiaro.

Ma torniamo al nostro funerale show. Arriva perfino un messaggio del presidente francese Hollande, letto dal ministro della Difesa Pinotti. Dice: “A nome della Francia voglio solennemente dire che non dimenticheremo Valeria, venuta da noi a studiare per amore della vita e della cultura e che ha trovato la morte sotto il fuoco dei terroristi.”. Hollande, guardi che ha 130 morti da ricordare; è sicuro di ricordarli tutti, non sarà un esercizio mentale troppo impegnativo? Ma la ricorderebbe lo stesso se, invece che trovarsi a Parigi per “studiare per amore della vita e della cultura“, fosse in Francia semplicemente per una vacanza? Oppure in quel caso la ricorderebbe un po’ meno? Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invece, lancia un anatema contro la cultura del terrore: “La vostra cultura ci fa inorridire ma non ci intimidisce. Ci sgomenta perché indegna dell’uomo, ma ci fortifica nell’opporci ad essa con ogni nostra forza sul piano culturale, spirituale, umano.”. Ma come, condanniamo così apertamente la loro cultura? Ma il Papa, a Lampedusa parlando dei musulmani, disse che non dobbiamo aver paura, perché sono “nostri fratelli”. La loro cultura è esattamente quella che scaturisce dal Corano, è la stessa cultura dell’imam che gli sta vicino. Dimentichiamo che quando qualcuno si azzarda a parlare della superiorità della cultura occidentale, partono le accuse di razzismo? E allora, se tutte le culture si equivalgono e sono ugualmente valide, perché quella dei terroristi  ci fa inorridire? Ha avuto una piccola amnesia momentanea? C’è una piccola eccezione alla fratellanza universale ed all’uguaglianza delle culture?

Intervengono anche i rappresentanti delle comunità islamiche: “La nostra comunità vuole affermarti che non in nome del nostro Dio, Allah o Jahvè, che alla fine in fondo sono lo stesso Dio, non in nome della nostra religione, che è di pace come tutte le altre religioni, e certamente non nel nostro nome ti hanno assassinato come le altre vittime di Parigi e del mondo.”. Veramente ricordiamo tutti, e lo hanno ripetuto i testimoni, che sparavano gridando “Allah è grande“, così come fanno di solito quando compiono attentati, massacrano infedeli o quando mostrano video propagandistici. Il motto è sempre quello; inneggiare al jihad ed ad Allah. Non è il vostro dio, oppure si tratta di un sosia, di un omonimo? Esiste un altro Allah? Ma in fondo la domanda è questa: c’è un limite all’ipocrisia? Bastano queste poche dichiarazioni per dimostrare ancora una volta quello che ripeto spesso; l’inconsistenza delle dichiarazioni ufficiali di circostanza. Semplici parole al vento, spesso prive di significato logico, che servono solo a fingere di partecipare emotivamente ad un evento.

Tanta visibilità mediatica e tanta presenza di autorità civili e religiose non ha alcuna spiegazione razionale, soprattutto se vista in confronto ad altre circostanze simili. Ma la gente ha la memoria corta e dimentica facilmente fatti e notizie. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che ci accade intorno, siamo continuamente frastornati da notizie che ci arrivano da tutto il mondo in tempo reale. Nemmeno il tempo di renderci conto esattamente di cosa succede, perché le notizie di ieri vengono subito sostituite da quelle nuove di oggi, i morti di ieri lasciano il posto ai morti freschi di giornata e così, di giorno in giorno, di morto in morto, dimentichiamo subito gli avvenimenti e le tragedie. E perdiamo il senso della realtà.

Qualcuno si ricorda della strage del museo del Bardo a Tunisi, del gennaio scorso? No, perché oggi abbiamo la nuova strage del giorno a cui pensare. Le vecchie stragi non fanno più notizia. Strano, perché se oggi allestiamo tutto questo pomposo scenario, con sfilata di presidenti vari, per una ragazza morta, chissà cosa abbiamo fatto allora, quando i morti italiani furono quattro (Tunisia, attentato al museo: quattro le vittime italiane). Come minimo, visto che le vittime furono quattro, abbiamo quadruplicato il cerimoniale. Invece no, niente di tutto questo. Non ricordo particolari cerimonie, né voli di Stato, né Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, ministri, vescovi, rabbini, imam e compagnia cantante partecipare a solenni funzioni religiose o civili in memoria delle vittime. Non ricordo giorni e giorni di dibattiti televisivi, fiaccolate e cortei pacifisti. Non ricordo artisti (come hanno fatto Madonna, Celine Dion ed altri) che cantassero canzoni popolari tunisine o intonassero l’inno nazionale della Tunisia. Non ricordo pianisti che, davanti al museo, suonassero “Imagine”. Non ricordo Ricci che, per non lasciarsi intimorire dal terrorismo, invitasse gli italiani a “visitare più musei“. Non ricordo particolari editoriali di Bellu che ricordassero quelle quattro vittime italiane dicendo che volevano cambiare il mondo. Evidentemente, adattato per l’occasione, è sempre valido il vecchio motto dei maiali della Fattoria di Orwell: “Tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti sono più uguali di altri.”.

Ecco perché oggi non c’è più niente di credibile, nemmeno i morti, il dolore, i funerali. Tutto è manipolato, studiato, confezionato ad uso e consumo dei media. Tutto diventa spettacolo. E, in quanto spettacolo, è sottoposto ad una precisa regia, come se fosse un qualunque programma di intrattenimento, una fiction, uno show. Una volta c’era Canzonissima, oggi ci sono in diretta ed in tempo reale, incontri internazionali di capi di governo, sedute parlamentari, presidenti del Consiglio, di Camera e Senato, che saltellano da un canale TV all’altro, il messaggio quotidiano del Papa, cronaca, furti, rapine, morti ammazzati di giornata, alluvioni, terremoti, uragani, Belen Rodríguez, un tale imbalsamato che somiglia a Maurizio Costanzo, giochini scemi, il Giovane Montalbano (poi arriverà anche “Montalbano all’asilo“), politici che fanno ridere, comici che fanno piangere, cuochi, trans, razzi, mortaretti, triccheballacche, tarallucci e vino…e funerali. E tutto fa spettacolo. E come nella tradizione dello spettacolo, da parecchi anni, anche ai funerali non si partecipa in silenzio, raccoglimento e preghiera: no, oggi ai funerali si applaude.  Siamo passati dal mesto e silenzioso corteo del “Funeralino” di De Sica all’allegro ”L’elogio funebre“, episodio con Alberto Sordi dal film “I nuovi mostri“, con applauso finale. Ecco cosa siamo diventati, giorno dopo giorno, senza rendercene conto; dei mostri.

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YouTube Video

A proposito di “I morti non sono tutti uguali“,  vedi…

- Quanto vale la vita umana? (2004)

- Morti di prima, morti di seconda e scarti di obitorio (2004)

- Morti di prima, morti di seconda, morti di scarto ( 2006)

- Hiroshima mon amour (2007)

- Morti che non fanno notizia (2008)

- Morti bianche e “quasi morti” (2008)

- Orrore siberiano e dintorni (2015)

SOCIETA'
23 novembre 2015
Terrorismo, siccità e Prima della Scala
           

Ipotesi sconcertante del principe Carlo sul terrorismo.

In questi giorni ne abbiamo sentite tante sulle cause del terrorismo islamico. Nei paesi arabi i media diffondono l’idea che  la strage di Parigi sia stata organizzata dall’America e dal Mossad, il servizio segreto israeliano.  Ma anche in Italia, i musulmani di casa nostra, come abbiamo sentito in certi servizi in TV, danno la stessa spiegazione (evidentemente influenzati dalla TV araba che seguono via satellite).  Altre ipotesi le riportavo nel post “Isis for dummies” di pochi giorni fa. Oggi arriva l’ultima della giornata, riportata dalla stampa, per giustificare il terrorismo islamico, la nascita dell’Isis e la strage di Parigi: “Tutta colpa della siccità“. E’ l’ipotesi del principe Carlo d’Inghilterra: “Ci sono davvero prove credibili che il grave periodo di siccità, durato circa 5-6 anni, è una delle principali cause dell’orrore in Siria.”.

Non lasciamoci influenzare dal fatto che nella foto a lato appare tenendo in mano una bottiglia con tanto di cavatappi, con l’espressione beata ed il volto rubicondo. Non è detto che l’ipotesi principesca sulle cause delle stragi terroristiche sia la conseguenza di un bicchiere di troppo. Spesso la causa è del tutto naturale, innata. Del resto, cosa possiamo aspettarci da uno che preferiva Camilla a Diana? E’ chiaro che ha sempre avuto una visione distorta della realtà; sia in campo climatico, sia in quello estetico. Nessuno è perfetto.

Scale e presidenti

Il Presidente Mattarella, quello che sprizza gioia di vivere da tutti i pori, non sarà presente alla Prima della Scala, suscitando il risentimento di Maroni (Polemica tra Maroni ed il Colle).  La verità è che ultimamente il nostro Presidente soffre di una forma acuta di artrosi a causa della quale ha difficoltà a salire le scale. Ecco perché ha rinunciato. Appena informato della causa della rinuncia di Mattarella,  Maroni ha assicurato che, per facilitare la presenza del Presidente, provvederà a sostituire la Scala con un ascensore.

POLITICA
19 novembre 2015
Isis for dummies
           

Il terrorismo spiegato agli idioti. Molti anni fa circolava un interessante volume, “Windows for dummies“, che spiegava ai principianti tutti i trucchi e le regole per usare in maniera corretta e soddisfacente quel cervellotico, contorto ed astruso programma che era Windows. Dopo la strage di Parigi, da giorni su stampa, Tv e internet, uno stuolo di esperti e tuttologi di professione si affannano a cercare di spiegare i meccanismi dell’attentato, cosa sia l’Isis, come e perché agisce e cosa si nasconda dietro il terrorismo islamico. Sono quasi certo che qualcuno, sfruttando il tema di attualità, stia già pensando di scrivere un libro, una specie di “Isis for dummies“,  per spiegare tutto l’Isis minuto per minuto a chi non ha ancora capito bene cosa stia succedendo, compresa la casalinga di Voghera, lo scemo del villaggio, gli idioti per natura e diversi esponenti della nostra classe politica i quali non hanno ancora capito nemmeno come e perché siano finiti in Parlamento, figuriamoci se hanno capito il pericolo del terrorismo islamico. Diamo tempo al tempo, di solito le mie previsioni si avverano.

Sembra, però che la preoccupazione maggiore sia quella di spiegare il terrorismo ai bambini. Su La7 avantieri pomeriggio, nel solito talk show su temi politici e di attualità, si discuteva della strage di Parigi ed il tema era proprio quello “Come spiegarlo ai bambini”. Anche oggi, nello stesso programma,  si riprende l’argomento, la necessità di parlarne con i bambini e spiegare loro le ragioni dell’attentato e del terrorismo. Lo stesso ministro dell’istruzione ha invitato ufficialmente gli insegnanti a discutere dell’argomento a scuola con bambini e ragazzi. Non riescono a spiegarlo nemmeno ai grandi e pretendono di spiegarlo ai bambini.  I bambini hanno altro da fare, lasciateli giocare in pace, finché è possibile. Spiegatelo ai grandi, senza ipocrisia e giri di parole, se ci riuscite. Ma siamo sicuri poi che gli insegnanti che dovrebbero spiegarlo ai bambini abbiano le idee chiare? Ho qualche dubbio. Ma siccome siamo italiani, qualunque sia l’argomento, noi siamo in grado di discutere per ore. “Quanto ci piace chiacchierare“, diceva un vecchio spot della Ferilli. E infatti, specie in televisione, le chiacchiere dilagano, ad ogni ora del giorno. L’importante non è cercare di capire il problema o trovare una soluzione, ciò che conta è parlarne e far finta di occuparsene.

Fra gli ospiti in quel programma pomeridiano c’era anche un autorevole psichiatra, il prof. Luigi Cancrini il quale ha dato la sua spiegazione dell’attentato. Dice che il terrorismo nasce dal disagio dei ragazzi delle banlieue, dal sentirsi emarginati perché la società non dà risposte alle loro domande, non dà opportunità di lavoro e crescita, non li aiuta a migliorare la loro condizione lavorativa e sociale. Quindi finiscono per isolarsi e covare rancore e odio verso quel mondo e quella società che non li capisce, non li aiuta e li respinge. Chiaro, per il nostro illustre psichiatra la colpa del terrorismo islamico è della società. Ho sempre nutrito una sana e concreta diffidenza nei confronti di psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, psicoqualcosa; talvolta, viste certe loro affermazioni, penso che certi psicologi dovrebbero farsi vedere da uno psicologo, ma che sia bravo. In una scena da “Io e Annie“, Woody Allen si lamentava del fatto che nonostante fosse in cura da un analista da quindici anni, non avesse avuto ancora risultati apprezzabili. E concludeva amaramente: “Gli do ancora un anno, poi vado a Lourdes“. (Vedi clip “La psicanalisi)

Ieri, invece, sul Corriere.it, mi ha incuriosito un articolo di Alessandra Coppola “Con gli attacchi di Parigi torna l’islamofobia. Ma questa è la strategia dell’Isis“. Ho capito bene? La strategia dell’Isis sarebbe quella di istigare l’islamofobia? Sembra una sciocchezza, ma spesso i titoli sono fuorvianti. Non resta che leggere il pezzo. E infatti ho la conferma, il significato è proprio quello. Esordisce dicendo che dopo gli attentati di Parigi sono aumentato gli atti “islamofobi” e l’intolleranza nei confronti dei musulmani. Ma va, dopo che hanno fatto una strage con 130 morti, si aspettava che gli portassero fiori e dolciumi e bigliettini di congratulazioni? E per documentare la sua geniale scoperta si serve di diverse tavole e statistiche dalle quali risulta che dopo attentati terroristici aumenta la paura e l’intolleranza. Prosegue con alcuni dati dai quali risulta che la presenza musulmana “percepita”, è molto superiore ai numeri reali; come dire che la paura è ingiustificata. Ed ecco la spiegazione del terrorismo secondo Gilles Kepel, considerato come massimo esperto di radicalismo islamico. Secondo Kepel l’intento degli attacchi dell’Isis è “scatenare i gruppi xenofobi della destra europea contro i migranti e contro il mondo islamico tout court“.

Ecco la spiegazione, perché nessuno ci aveva pensato? Tutti credevano che i terroristi fossero animati da odio verso l’occidente, verso la Francia, verso gli infedeli, verso gli ebrei, verso la nostra civiltà, verso la nostra religione. Invece, niente di tutto questo. Ammazzano la gente per scatenare l’odio della destra xenofoba verso gli islamici, ovvero verso se stessi. Geniali questi islamici, ne sanno una più del diavolo. Ed infine l’articolo si chiude con un’altra rivelazione che tanto vale riportare per intero: “La trappola dell’Isis, allora, si rivela più complessa e alimenta da una parte la xenofobia dall’altra – di conseguenza – il radicalismo dei musulmani, in particolare dei figli degli immigrati che si sentono ingiustamente accusati, ancor più incompresi, «e cercano di difendersi mettendosi in contrapposizione, rinchiudendosi in un ghetto anche nel web». Ed è questo che dovrebbe fare più paura. “.

Ora è tutto chiaro. Secondo Coppola, il fine e l’effetto degli atti di terrorismo è da un lato alimentare la xenofobia dei francesi, e degli europei in genere, nei confronti dei musulmani (ovvero verso se stessi) e dall’altro alimentare il radicalismo negli stessi musulmani nei confronti degli europei xenofobi. Un micidiale circolo vizioso senza via d’uscita; un piano veramente diabolico. Ma la cosa veramente grave è che questi ragazzi, sentendosi sotto accusa, poverini, si isolano e “si rinchiudono in un ghetto, anche nel web“. Ed ecco la chicca finale, degna di un premio speciale; questo rinchiudersi in un ghetto è il vero pericolo che dovrebbe farci paura. Non le bombe, non le raffiche di kalashnikov, non centinaia di morti, ma il “ghetto nel web“. Credo proprio che anche qualche giornalista dovrebbe farsi vedere da uno bravo.

Ecco, questi sono solo due esempi di come gli “esperti” cercano di spiegare il terrorismo. Ma non credo che scriveranno un manuale per spiegare le ragioni del terrorismo agli idioti. Il manuale “Isis for dummies” lo scriveranno altri per loro, sperando che capiscano. E poi vorrebbero spiegarlo anche ai bambini.

Eppure, nonostante ormai sia molto chiaro chi siano e cosa vogliano questi criminali, c’è ancora gente che continua a cercare disperatamente di trovare giustificazioni, scusanti e colpe sociali, facendo passare i terroristi come “vittime” anziché carnefici. C’è ancora chi si scaglia contro chi denuncia il pericolo islamico, perché dicono che parlarne alimenta l’odio contro l’islam. E allora non bisognerebbe parlarne. C’è ancora chi continua a dire che non tutti gli islamici sono terroristi, che la maggioranza dei musulmani sono moderati. Continuano a ripetere queste belle favolette sperando che la gente ci creda. La dobbiamo smettere con questa sciocchezza che “Non tutti i musulmani sono terroristi“. Nessuno, dico nessuno, ha mai affermato che lo siano. Ma si continua ad usare questo slogan che, in qualche modo, sminuisce il pericolo islamico, lasciando intendere che i fondamentalisti islamici siano una minoranza e che il terrorismo islamico sia un’aberrazione di un piccolo gruppo di fanatici, che non è una guerra di religione, non è uno scontro di civiltà, non è la “guerra santa“. Non è così, e la cronaca lo dimostra ogni giorno. Se il terrorismo non c’entra niente con la religione, perché quando fanno le stragi urlano “Allah è grande”? Perché nei servizi in televisione che mostrano interviste fatte in strada o nei pressi di moschee, i musulmani evitano di rispondere per non dover esprimere il loro pensiero, e non solo non condannano chiaramente la violenza ed il fanatismo islamico, ma spesso giustificano le stragi? Perché nei paesi musulmani, ad ogni nuova strage, esultano?  Perché di recente, in uno stadio della Turchia, durante il minuto di silenzio in memoria delle vittime di Parigi, si è sentito l’intero stadio esplodere in Buuhhh, fischi, urla e perfino gridare “Allah è grande”? (Vedi qui il video) E’ questo l’islam moderato?

L’islam moderato non esiste. Quella che può essere scambiata per moderazione è semplice dissimulazione, arte in cui eccellono. Non sentite mai un musulmano, di quelli che sono ospiti fissi nei vari salotti televisivi, condannare apertamente, esplicitamente e senza mezzi termini, il fondamentalismo musulmano, l’uso delle moschee come centri di indottrinamento, finanziamento e reclutamento dei terroristi, la violenza ed il terrorismo dell’Isis, di  Al Qaeda e compagnia bella. Rispondono sempre con circonlocuzioni, giri di parole, dichiarazioni astratte e generiche, non rispondono mai alle domande dirette e precise, perché non vogliono mostrare il loro vero volto. La dissimulazione gli si legge in faccia.

A conferma di quanto dico, in una recente puntata dell’Arena di Giletti su RAI 1, era presente un tale Reas Sayed, presentato come rappresentante legale di alcune comunità musulmane della Lombardia. E’ riuscito a non rispondere mai alle varie domande precise e contestazioni che gli venivano rivolte in studio. A Giletti che gli chiedeva come mai i musulmani in Italia non prendessero posizione condannando il terrorismo islamico e non facessero niente per contrastare la diffusione della propaganda jihadista nelle moschee, ha risposto dicendo che non è vero che i musulmani non fanno niente per  fermare la violenza, anzi sono impegnati per chiedere l’apertura di nuove moschee. Ecco la sua soluzione; non condannare apertamente la violenza islamica, ma “aprire nuove moschee”.  Questa è l’unica cosa chiara che ha continuato a dire durante la puntata. Vi pare che si possa instaurare un dialogo con questa gente?

La sera lo stesso Sayed era ospite in una puntata speciale di  Virus di Nicola Porro su RAI 2. Stessa identica sceneggiata, niente condanna per i fratelli musulmani, ma evita risposte imbarazzanti, cambiando argomento ed accusando Sgarbi e  Magdi Allam di non conoscere il Corano. E nega l’avversione dell’islam verso la civiltà occidentale, affermando “Io sono occidentale”. Ma quando Porro chi chiede se sia nato in Italia, risponde che è nato in Pakistan (ecco, appunto), ma che ormai è in Italia da 30 anni e si sente occidentale. Chi ha seguito la puntata sa che non ha risposto a nessuna delle domande precise che gli venivano fatte da Porro e da Allam. Invece che condannare il terrorismo islamico, continuava a rigirare la frittata, lanciando accuse a chiunque pur di non riconoscere responsabilità ai musulmani; come tutti gli altri musulmani che affollano gli studi TV.

Ed ecco un altro esempio che conferma quanto dico sulla dissimulazione. Questo signore raffigurato a lato è Saif Abouabid, spesso ospite nei salotti televisivi in qualità di rappresentante dei Giovani musulmani. Pare che ormai non si possa fare un programma televisivo se non c’è l’ospite musulmano. Si vedono più musulmani nella televisione italiana che non su Al Jazeera. In una recente puntata di Quinta colonna di Del Debbio su Rete 4, Saif, continuava ad interrompere gli interventi degli altri ospiti in studio, impedendo di parlare, finché il conduttore lo ha zittito, invitandolo, altrimenti, a lasciare lo studio. Cosa che il nostro musulmano moderato ha fatto. Durante tiutta la puntata, finché è stato presente, non ha mai risposto chiaramente alle domande, evitando accuratamente, come gli veniva richiesto ripetutamente da Zaia, di condannare apertamente la violenza islamica e gli attentati.  Fiano cerca di metterlo alle strette ponendogli la domanda precisa: “Lei condanna compiutamente, completamente, il fatto che in nome del Corano si ammazzino altre persone?”. Domanda chiara che esigerebbe una risposta altrettanto chiara “Sì o No”. Ed ecco la risposta di Saif: “Io posso dirle che mi sento offeso a ricevere una domanda così stupida.”. (Vedi qui il video). Vale la pena di rivedere questo breve video, è più esplicito ed illuminante di un lungo discorso, ma conferma per l’ennesima volta quello che scrivo da anni.

Sono questi i musulmani moderati? No, questi sono esempi lampanti del fatto che loro applicano in maniera perfetta la dissimulazione per mascherare il loro vero volto, il loro pensiero, il loro fine. E si mostrano calmi, e pacifici. Ma già nelle città e nei grandi centri urbani dove ormai sono di casa, occupando spazi sempre più grandi, intere palazzine e quartieri, creando non pochi problemi per la sicurezza, si sentono padroni e cominciano a mostrarsi sempre più prepotenti, arroganti e spavaldi nei confronti  dei cittadini italiani che si sentono sempre più emarginati ed in pericolo. I casi di aggressioni, furti, scippi, rapine, spaccio di droga, prostituzione, violenza sessuale, intimidazione, sono all’ordine del giorno, anche se non sempre finiscono sulla stampa. Un esempio per tutti, ecco cosa è successo a Cagliari giusto ieri: “Extracomunitario strappa crocifisso dal collo di una donna“.

Niente di straordinario, cronaca quotidiana. Ormai non fanno più notizia, anzi non passano più nemmeno in cronaca perché pare che ci siano disposizioni precise a stampa e questure per evitare di dare spazio a notizie di reati commessi da stranieri; sempre per evitare di alimentare l’odio. Così, l’Italia viene violentata ogni giorno, ma non si deve sapere e non si deve dire. Non possiamo nemmeno lamentarci, altrimenti ci dicono che alimentiamo l’odio e ci accusano di xenofobia, islamofobia e razzismo.  Lo dicono le anime belle buoniste, i veri “dummies” di questa storia. Ma per questi Dummies non c’è speranza che imparino.  Sono così irrimediabilmente e totalmente idioti che, altro che manuale delle istruzioni, ci vorrebbe un miracolo. Ma anche i santi ultimamente devono essere molto distratti. Arrangiatevi.

POLITICA
18 novembre 2015
Bastardi e moralisti col timer
           

Nei giorni scorsi un titolo di Libero sulla strage di Parigi ha scatenato una bufera di proteste. Indignazione, denunce ed accuse di incitamento all’odio.

Ecco il titolo incriminato e l’editoriale del direttore Maurizio Belpietro. Tutti scandalizzati, indignati ed offesi per quel titolo. Perfino a Che tempo che fa su RAI3 sabato scorso, alla presenza di Fazio e di Gramellini,  Geppi Cucciari ha letto il suo pistolotto, a metà fra il comico ed il moraleggiante, citando proprio certi giornali che titolano “bastardi” e proseguendo con “stronzi razzisti” che incitano all’odio. Dalle parole si intuiva che prendeva di mira Salvini e un quotidiano. Chissà perché ho pensato che si riferisse proprio a Libero. Infatti, come ho accertato il giorno dopo, non mi sbagliavo. Alludeva proprio al titolo riportato a fianco. E, tanto per gradire,  a quel Matteo Salvini, che ormai ha sostituito Berlusconi come bersaglio preferito degli strali della stampa e dei comici. Sembrerebbe proprio che il grande pericolo per l’Italia non sia l’invasione incontrollata dei disperati di mezzo mondo, non la presenza di possibili jihadisti islamici sul nostro territorio (sono circa mille quelli schedati come potenzialmente pericolosi), non la possibilità di attentati come a Parigi, non la crescente insicurezza delle nostre città dovuta alle attività criminali di bande di stranieri, non il proliferare di moschee senza controllo che diventano centri di indottrinamento e arruolamento di volontari pronti a combattere per il jihad. No, il vero gravissimo pericolo è un titolo di Libero che chiama “Bastardi islamici” i terroristi che hanno fatto strage a Parigi, e Salvini che dice semplicemente quello che pensano milioni di italiani e che, per questo, viene accusato di essere xenofobo e razzista.

Così si sposta l’attenzione dal vero problema, il pericolo reale del terrorismo islamico, e si pone come argomento di interesse pubblico un falso problema che si fa passare come insulto all’islam e incitamento all’odio. Ma su questa manipolazione dell’informazione e stravolgimento della realtà la sinistra ci campa da sempre. E chi si permette di denunciare questa subdola operazione mediatica di controllo e strumentalizzazione dell’informazione viene prontamente messo al rogo e tacciato di fascismo, razzismo e xenofobia. Così si delegittima l’avversario politico additandolo come nemico pubblico numero uno, colpevole di tutti i mali del mondo.

Ed infatti, giusto per distrarre l’attenzione, parte la campagna mediatica anti Libero, che si attua sulla stampa ed in tutti i talk show televisivi, dove l’argomento principale non è il pericolo del terrorismo islamico, ma l’insulto “Bastardi islamici“. Facciamo solo due esempi. Il primo è un articolo di Fabrizio Rondolino su L’Unità: “Bastardi a chi?: Libero senza limiti“. Dice Rondolino che la scelta di Libero è sbagliata e pericolosa, perché dà un’idea errata dell’islam e perché incita all’odio. Evidentemente un termine che potrebbe, ipoteticamente, suscitare sentimenti di odio, per Rondolino è più grave dell’odio (non presunto, ma vero e reale) di chi in forza di quell’odio spara all’impazzata su una folla di ragazzi facendo 130 morti.  Punti di vista.

Il secondo è quello della denuncia, con richiesta di danni morali e materiali subiti,  presentata dal giornalista Maso Notarianni nei confronti del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, come riportato dal Fatto quotidiano che pubblica anche copia della denuncia: “Belpietro denunciato“. La motivazione è sempre quella: “Queste parole istigano all’odio.”. Che anime sensibili.

Sembrerebbe che la nostra stampa presti un’attenzione particolare a non urtare la sensibilità dei lettori e, soprattutto, ad evitare accuratamente qualunque parola, termine, frase o immagine che possa in qualunque modo provocare sentimenti di odio. Sarà così? Vediamo. Se andassimo a scovare sui media tutti i messaggi, i titoli, le frasi, i riferimenti che potrebbero istigare all’odio, sarebbe un lavoro immane, senza fine. Allora facciamo ancora due soli esempi, proprio riferiti alle testate sopra citate: L’Unitàil Fatto quotidiano.

Questa vignetta comparve nel 2008 su “Emme“, l’inserto del lunedì de L’Unità, diretta allora da Concita De Gregorio, quella che ha sempre l’aria afflitta da Madonna addolorata e che, pertanto, si deduce abbia una sensibilità enorme ed una particolare attenzione a non offendere nessuno e, ancor meno, a pubblicare qualcosa che possa essere di stimolo all’odio.  Ma allora questa vignetta di Mauro Biani, con un ragazzo che minaccia di sparare al ministro Renato Brunetta, cos’è? Un invito alla pace ed alla fratellanza universale? Una dichiarazione d’amore per Brunetta? Questo non potrebbe incitare all’odio e, magari, istigare qualcuno poco equilibrato a mettere davvero in atto ciò che si vede nella vignetta? Oppure davvero all’Unità pensano che mostrare un tale che spara a Brunetta sia meno pericoloso di un titolo di Libero che definisce bastardi quelli che bastardi lo sono davvero, perché hanno fatto una strage,  e islamici lo sono pure, senza alcun dubbio, perché agiscono in nome del profeta urlando “Allah è grande”? Forse sì, visto che per loro questa è satira e dovrebbe essere divertente. Che strane convinzioni hanno all’Unità. Del resto è risaputo che da quelle parti la morale è doppia; la si usa secondo le circostanze e la convenienza.

Vediamo un altro esempio di giornalisti che si scandalizzano per il titolo di Belpietro, quelli che sono attentissimi ad evitare qualunque possibile causa di istigazione non solo all’odio, ma anche ad una semplice innocua antipatia. Parliamo di Marco Travaglio, quello che in TV dall’amico Santoro, apriva il breviario e leggeva la sua omelia settimanale con inclusa morale conclusiva dal suo “Vangelo secondo Marco“…Travaglio, ovvio . A dicembre 2009 in Piazza Duomo tale Tartaglia lanciò in faccia a Berlusconi una pesante miniatura del Duomo procurandogli varie lesioni. Si scatenarono i commenti sulla stampa. Alcuni denunciavano il fatto che l’aggressione fosse il risultato di una continua campagna di odio messa in atto dalla stampa. Altri, per non riconoscere le proprie responsabilità, spiegarono l’aggressione col fatto che Berlusconi era un “provocatore”, che era lui a scatenare l’odio, che era lui, come affermava Di Pietro,  che “istigava alla violenza”,   e che in fondo “se l’era cercata“. Se invece che Berlusconi avessero colpito un esponente di sinistra, le reazioni sarebbero state di tutt’altro tono; ma non divaghiamo.

Travaglio, uomo tutto d’un pezzo che non conosce mezze misure e che grazie agli articoli e libri contro Berlusconi deve in gran parte le sue fortune come giornalista e scrittore,  andò anche oltre e non solo non condannò l’aggressione di Tartaglia, ma rivendicò il proprio diritto a odiare Berlusconi. Ecco cosa scriveva il nostro evangelista santoriano: “Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?” (Si può volere la morte di un politico“). E ancora “Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio.”. E per giustificare il suo odio accusa Berlusconi di essere il personaggio più violento visto nella politica italiana: “Pensate soltanto alla violenza che ha seminato Berlusconi in questi anni, forse è l’uomo politico più violento che si sia mai visto nella storia repubblicana e italiana.”. Eh, esagerato! (Qui l’articolo completo: “La politica non prevede la categoria del sentimento“). Chiaro? Roba da far invidia ai più spietati criminali della storia, ad Al Capone, Dillinger, Jack the ripper, Adolfino sette bellezze in arte Führer, il grande padre Stalin e via criminalizzando. Al suo confronto l’ex terrorista D’Elia, quello che è finito in Parlamento a fare il segretario del Presidente della Camera Bertinotti, era un mansueto ed innocente agnellino. E Francesco Caruso l’antagonista che era presente ovunque ci fossero disordini di piazza, barricate e scontri violenti con la polizia, eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, era un  pacifista e attivista della non violenza.

Si può arrivare a questo livello di odio personale e dichiararlo pubblicamente sulla stampa senza alcuna conseguenza? Quelle parole istigano all’odio, oppure sono un messaggio di affetto? Dov’erano allora gli indignati di oggi? Ma la domanda è questa: perché odiare apertamente e dichiaratamente Berlusconi è un diritto e dire, come ha fatto Calderoli, che la Kyenge ricorda un orango è reato, si viene denunciati e si pagano i danni? Perché Travaglio rivendica il diritto a odiare senza che nessuno lo condanni, e se solo ci si azzarda non a odiare, ma anche solo a guardare storto  negri, gay e stranieri, si viene accusati di omofobia, xenofobia e razzismo e, se dovesse passare il ddl Scalfarotto, si rischiano pesanti sanzioni e perfino la galera? C’è una logica in questa morale? No, non c’è, è quella che chiamo “morale col timer“, che si accende e si spegne a comando, secondo le circostanze e la convenienza. Travaglio può odiare, gli altri no. Questa è la morale sinistra, in tutti i sensi.

E questi poi si scandalizzano per quel titolo di Libero? Suona talmente falso, in malafede, ipocrita e moralmente deplorevole, che Antonio Polito, giornalista e direttore del Riformista (oggi scrive sul Corriere), invitato da Santoro a partecipare ad una puntata di Annozero dedicata proprio all’aggressione di Milano, declina l’invito e ne spiega le ragioni in un pezzo sul suo giornale. L’articolo non più raggiungibile in rete, fu però ripreso dal sito Dagospia “Polito rigetta l’invito di Annozero”. Ecco l’incipit: “Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l’ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.”. Ed in riferimento alle frasi sopra riportate sul diritto all’odio, continua: “Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.”. Se ci fosse una logica nel moralismo della sinistra, dovrebbe essere stato Travaglio ad essere condannato fermamente ed escluso da Annozero e dalla TV, e non Polito a rinunciare a partecipare. Ma in quel caso l’Ordine dei giornalisti, sempre attento anche all’uso della terminologia (non si può dire clandestino, zingaro, nomade; sono offensivi), non ha avuto niente da dire.

Gli esempi di moralismo ambivalente sono all’ordine del giorno e costellano l’intera storia della nostra Repubblica, prima e seconda. E benché sia una caratteristica umana abbastanza diffusa,  è la sinistra che eccelle in quest’arte e ne fa un uso costante, scientifico; è la loro specialità, da sempre.  Ce l’hanno nel Dna, è una peculiarità storica. Per la sinistra non esiste una verità obiettiva; esiste una lettura della realtà che varia secondo la convenienza. Diceva Togliatti, il migliore (figuriamoci gli altri): “La verità è ciò che conviene al partito“. Ecco, quella era ed è tuttora la morale della sinistra. Ma non bisogna dirlo; si offendono.

E’ un insulto aver definito quei criminali “Bastardi islamici“? Allora vediamo un altro esempio illuminante di ciò che intendono a sinistra per insulto e di come ciò che conta non sia l’insulto in sé, ma chi lo pronuncia.

La ragazza nell’immagine a lato è Dacia Valent, per anni militante di sinistra, prima nel PCI poi in Rifondazione comunista, eurodeputata, convertitasi all’islam, fondò la IADL ( Islamic Anti-Defamation League) per tutelare le persone di fede islamica. Morta nel 2015 dopo una vita piuttosto burrascosa, sia in ambito politico che familiare. In occasione della morte di Oriana Fallaci commentò sul suo blog con questo titolo “Tumore 1 – Oriana 0“. E già questo la dice lunga sul rispetto umano e la sensibilità di questa persona. Ma in quel tempo insultare la Fallaci era all’ordine del giorno. Oggi, dopo la tragedia di Parigi, in molti cominciano a rivalutarla,  riconoscendo che sul pericolo islamico aveva ragione. Uno per tutti, Pigi Battista sul Corriere (“Scusaci Oriana, avevi ragione“), la ricorda citando un passo famoso: “Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione.“.

Allora era il bersaglio preferito della sinistra. Sabina Guzzanti, quella che è convinta di essere un’attrice comica, faceva la parodia della Fallaci inviata di guerra, indossando un elmetto; e la insultava augurandole che le venisse un cancro. Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il cancro Oriana lo aveva già. Quanta sensibilità e rispetto per le persone, per la malattia e per il dolore. Questi personaggi che bazzicano a sinistra, specie se sono intellettuali, sono così sensibili che evitano di usare parole che possono avere un significato spregiativo, come negri, zingari, clandestini. In compenso possono tranquillamente odiare Berlusconi e sperare che crepi presto, o augurare un cancro alla Fallaci. Ma se gli insulti vengono da sinistra non sono insulti; loro li chiamano satira. Ecco, se vuoi capire la sinistra devi imparare il loro linguaggio, che non sempre corrisponde a quello comune.

Nei confronti di Oriana Fallaci, colpevole di aver scritto dei libri che mettevano in guardia contro l’islamizzazione dell’Europa (cosa che si sta verificando), ci furono insulti e offese da parte di tutti gli esponenti del culturame di sinistra; era una gara a chi la insultava più pesantemente. A Firenze organizzarono un corteo per protestare contro di lei e contro i suoi libri. In prima fila Dario Fo e la sua degna consorte Franca Rame la quale, salita sul palco, inveì contro la Fallaci, urlando che con i suoi libri istigava all’odio, che lanciando allarmi contro il pericolo islamico diffondeva il terrore; e “chi diffonde il terrore è terrorista“, concludeva con una logica tutta sua, riscuotendo gli applausi della piazza.  Questo era l’atteggiamento dei sinistri di allora. Forse quegli stessi che oggi cominciano a pensare che Oriana avesse ragione.

Ma, come ho detto spesso, a sinistra hanno i riflessi lenti, sono duri di comprendonio, hanno bisogno di tempo per capire gli errori. Per capire l’errore e l’orrore, la tragedia, la devastazione economica e morale di un’intera grande nazione come la Russia, ed i milioni di vittime  della rivoluzione d’ottobre, hanno impiegato 70 anni. Ecco, questa è la misura dei loro tempi di reazione. Quindi i terroristi non erano quelli delle Torri gemelle, la terrorista era Oriana.  Questo dicevano ed urlavano le anime belle della sinistra. Davano della terrorista alla Fallaci perché metteva in guardia contro il pericolo islamico. Ma per i nostri moralisti ambivalenti, chiamarla allora “terrorista” o augurarle un cancro, era meno grave di quanto lo sia oggi definire “bastardi islamici” i terroristi parigini. Basta intendersi. Chissà quanto impiegheranno per rendersi conto del tragico errore che è il buonismo terzomondista e l’apertura delle frontiere a tutti i disperati del mondo. Ma certo, quando lo capiranno, troveranno mille pretesti per giustificarsi e scaricare ogni responsabilità.

Quando a gennaio 2015 morì la nostra comunista musulmana, qualcuno la ricordò con questo montaggio, riportando delle espressioni non proprio gentili nei confronti degli italiani. Adesso bisognerebbe spiegare perché per i comunisti di oggi dire “Bastardi islamici” è un gravissimo insulto, ma per i comunisti di ieri dire “Italiani bastardi, italiani di merda” non lo è. E, soprattutto, perché nessuno allora denunciò la Valiant chiedendo danni morali e materiali, come ha fatto Maso Notarianni nei confronti di Belpietro. E magari si fosse limitata a quegli insulti; è andata oltre, l’elenco è lungo ed è riportato in un post che pubblicò il 10 gennaio 2008 sul suo sito, oggi chiuso. Ma gli insulti, che venivano spesso ripresi in rete, erano così pesanti che qualcuno pensò che si trattasse di una bufala e chiese ad un sito specializzato nello scovare e smascherare bufale in rete (Bufale.net), di accertare la correttezza delle affermazioni della Valiant. Nonostante il sito sia chiuso da tempo, grazie al lavoro dello staff di Bufale.net, è stato possibile recuperare l’intero testo che si può leggere al link appresso (Se siete di stomaco forte potete azzardarvi a leggere l’intero articolo. Ma bisogna stare attenti, ci sono più insulti che virgole): “Dacia Valent: notizia vera“.

Breve riassunto degli insulti riportati: “Italiani di merda, italiani bastardi (questa è solo la presentazione, il titolo)…Perlasca un fascista di merdame ne fotto degli italiani bianchi e cristiani...Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto…Brutti come la fame…volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie…Dalla politica alla religione, dal sociale alla cultura, siete delle nullità…marci siete e marci rimarrete …coglioni…i vostri deputati e senatori sono delle merde tali e quali a voi…quelli all’opposizione, quelli che si sono arricchiti con anni di Arci, Opere Nomadi, Sindacati Confederali…Un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti…schiavi dentro come lo siete voi, feccia umana…zecche e pulci come voi…quei maiali dei vostri vecchi…cani bastardi…italiani bastardi, italiani di merda.”. Non male, in confronto a questa Belpietro è un santo.  Ma siccome la “signora” era di sinistra, questi non sono insulti, sono solo un accorato sfogo personale contro la società corrotta. Amen.

Ma non finisce qui. Sarà bene riportare anche un altro esempio di come le reazioni siano diverse rispetto agli insulti e la fonte da cui provengono. E qui bisogna citare anche il Papa. Subito dopo  l’altra strage parigina dei redattori di Charlie Hebdo, disse: “Se offendete la mia mamma aspettatevi un pugno in faccia.” (Papa, pugni e kalashnikov). Più chiaro di così non poteva essere; se tu mi offendi è naturale che io risponda all’offesa, anche con la violenza (perché un pugno non è una carezza). E se è naturale è giusto; lo dice il Papa. Quindi, considerato che le vignette offendevano l’islam, la reazione violenta è giustificata, a costo di fare una dozzina di morti. Ho detto spesso che questo Papa parla troppo, spesso a sproposito e forse non si rende conto di quello che dice, degli effetti delle sue parole e di come possano essere interpretate o travisate. Ma una cosa è chiara, non si possono offendere i musulmani, né con affermazioni, né con vignette che possono recare offesa al profeta, ai suoi seguaci, e provocare reazioni violente. Bene, abbiamo capito, i musulmani sono molto sensibili, suscettibili, meglio non provocarli perché per un nonnulla si scaldano e prendono fuoco; o fanno fuoco, è lo stesso. Ai cristiani, invece, gli si può fare di tutto; porgono sempre l’altra guancia.

Ed ora vediamo quest’altra vignetta, ancora da Charlie Hebdo. Raffigura la Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Non precisamente rappresentate secondo l’iconografia classica. Se dovessimo prendere alla lettera ciò che dice il Papa, da buoni cristiani dovremmo sentirci offesi da questa vignetta blasfema. E, sempre secondo le indicazioni papali, dovremmo reagire con un pugno. Invece non è successo niente. Nessuno ha protestato per questo “insulto”, nessuno ha preso le armi, nessuno ha denunciato i vignettisti; nemmeno il Papa. Ora, il solito pignolo potrebbe osservare che il Papa ha detto che reagisce se offendono la sua mamma, ma questa vignetta non prende di mira la madre, ma il Padre. Ergo, non è da considerare offensiva ed ecco perché il Papa non si sente offeso e non reagisce. Sì, deve essere questa la spiegazione. Ecco perché i cristiani si possono insultare in ogni modo possibile, si possono ammazzare, incendiare le chiese (meglio se con i cristiani dentro), si possono fare vignette blasfeme di ogni genere, tanto non ci offendiamo, anzi, le consideriamo espressione della libertà di stampa; sono satira. Ma guai ad accennare anche lontanamente a qualcosa che riguardi i musulmani. Ecco perché questa vignetta sulla Trinità è “satira”, ma quelle su Maometto sono un insulto. Ecco perché Valiant può dire “italiani bastardi, italiani di merda” e non succede niente, ma se Belpietro titola “bastardi islamici” succede il finimondo, lo denunciano e chiedono pure i danni morali e materiali. Quali siano poi questi danni morali e materiali non è chiaro, ma sono certo che ci sarà un giudice che saprà individuarli.

Non è un titolo come quello di Libero che istiga all’odio. E’ come accusare qualcuno per nascondere le proprie magagne. Se in Italia c’è qualcuno che istiga all’odio, e lo fa da sempre, è proprio la sinistra che si nutre di odio nei confronti degli avversari che considera nemici da combattere, da abbattere, da eliminare. La principale fonte di odio è quel Partito comunista che ha sempre fondato la propria battaglia politica e propagandistica sulla lotta di classe che, tradotta in pratica, significa odio di classe; l’odio è connaturato all’ideologia marxista. E su quest’odio hanno sempre diviso l’Italia e gli italiani. Una volta il nemico da combattere era la DC, era Moro, era Andreotti, i fascisti poi è stato Berlusconi, Bossi, Salvini o quei pochi giornalisti che non fanno parte del coro della stampa di regime che canta all’unisono le litanie del pensiero unico della sinistra.

Ma l’odio e la violenza non sono prerogative proprie della lotta politica. L’istigazione all’odio e alla violenza noi la riceviamo quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, internet. E qui bisognerebbe aprire un altro triste e tragico capitolo; quello degli effetti devastanti dei mass media sulla società. Altro che “Bastardi islamici”. Gli insulti gravi sono altri  e ben più dannosi del titolo di un quotidiano. Senza tornare troppo indietro, solo una settimana fa, prima della strage di Parigi, a proposito di un altro insulto che ha fatto scalpore e suscitato polemiche, il termine “ebreaccio” detto da Tavecchio (che animi sensibili abbiamo in Italia, si offendono per un niente, per una parola, una battuta anche ironica, specie se riguarda ebrei, musulmani, gay o zingari). dicevo che gli insulti che fanno male non sono quelli, sono altri, ben più gravi: “Razzismo, ebrei e censura“. Altri post sull’argomento sono riportati nella colonna a destra sotto la voce “Mass media, società e violenza“.

Vedi:

- Popper: Tv e violenza (video intervista)

- Ti odio, ti ammazzo

- AdolesceMenza

- Il mondo visto dalle mutande

- Il Papa ha ragione

- Pane, sesso e violenza

- Quando i bambini fanno “Ahi”

- Manicomio Italia

POLITICA
16 novembre 2015
Parigi, day after bis (ma tanto non imparano mai)
           

Come scrivevo due giorni fa nel post “Parigi e le stalle chiuse“,  da due giorni non si parla d’altro che della strage di Parigi. Praticamente i canali televisivi trasmettono, mattina pomeriggio e sera.,  lo stesso talk show a reti quasi unificate, e si ha l’impressione che gli ospiti (più o meno sempre le stesse facce che saltano da uno studio all’altro) praticamente bivacchino negli studi televisivi. E se ne sentono di tutti i colori. Analizzare i loro discorsi sarebbe lungo e noioso, visto che si ripetono come messaggi da segreteria telefonica. Ormai fanno più pena che rabbia. Ma ciò che lascia stupiti è il fatto che queste tragiche circostanze diano la possibilità a chiunque di esprimersi e di dire le sciocchezze più mastodontiche (e spesso autentiche cazzate madornali, tanto per usare un eufemismo), condite con una buona dose di ipocrisia e rispettose della disciplina di partito, di sagrestia o di moschea, e che tutto sia giustificato dal pluralismo e dalla libertà di espressione. Allora mi viene in mente un post di gennaio scorso, subito dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Tanto vale riproporlo per intero, senza cambiare una virgola, perché si adatta perfettamente, purtroppo, anche a questo secondo  ”day after” parigino. Da “Je suis Charlie” a “Je suis Paris“, non è cambiato quasi niente: cambia  solo lo slogan ed i nomi dei morti. Ma la Francia e l’Europa, sembrano non rendersi conto della gravità della situazione. Dopo ogni tragedia, come la strage di Charlie Hebdo o l’esplosione di violenza devastatrice nelle banlieue parigine,  si fanno dichiarazioni di circostanza, cortei, fiaccolate, solita passerella di autorità che esprimono solidarietà e posano per la foto di gruppo, e poi tutto procede come prima. Lo ricordava anche di recente, il 26 ottobre scorso, quasi come un tragico presagio di ciò che stava per succedere, questo articolo del Corriere.it: “Francia, le banlieue 10 anni dopo la crisi: non è cambiato niente.“.

Voltaire e l’islam (19 gennaio 2015)

La libertà di espressione deve essere garantita sempre e comunque, oppure ci sono casi in cui si possono porre dei limiti alla libertà? Ci sono argomenti tabù o  personaggi intoccabili? Ed è giusto, come affermano convintamente gli strenui difensori del famoso motto di Voltaire, battersi fino alla morte per garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee? Questo è uno dei punti oscuri ed ancora irrisolti delle solenni dichiarazioni di principi, più o meno universali, che sono alla base della democrazia e della società moderna.  Sinceramente, qualche dubbio l’ho sempre avuto.

Bisogna garantire la libertà di espressione anche al nemico ed a chi, con le sue idee,  può mettere a rischio lo stesso principio di libertà, minare la democrazia e limitare o vietare la libera espressione del pensiero?    E’ giusto garantire la libertà di espressione a chi quella libertà non la riconosce e vuole negarla? Bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte, perché se ci sono casi in cui quella libertà è limitata o sospesa, allora bisognerebbe dirlo chiaro e tondo, senza fraintendimenti, ambiguità e distinguo di comodo, e stabilire inequivocabilmente quali sono questi limiti. Ma soprattutto bisognerebbe, per evitare equivoci, rivedere, correggere ed integrare il famoso motto di cui vanno tanto fieri i liberi pensatori. Ricordo che quando lessi per la prima volta quel pensiero di Voltaire, rimasi perplesso e, storcendo il naso, pensai che vi era qualcosa di contorto e contradditorio  in quell’affermazione. E perfino di pericoloso, sia per il significato, sia per le conseguenze della sua applicazione pratica. E’ una bella frase ad effetto. Ma non sempre le belle frasi sono anche giuste, vere e condivisibili. Spesso sono solo belle.

Altrimenti, se non si chiarisce molto bene il concetto e tutte le sue possibili implicazioni, possono crearsi spiacevoli  fraintendimenti con conseguenze poco piacevoli. Per esempio, giusto pochi giorni fa, nella Francia culla dell’illuminismo e del genio nazionale Voltaire,  milioni di francesi, con in testa  il presidente Hollande (ma il corteo era a debita distanza: vedi “Satira e cortei, fra ipocrisia e inganno“),  sono scesi in piazza per protestare contro il terrorismo e per riaffermare il diritto alla completa libertà di espressione e di satira. Non avevano ancora finito di sfilare che  il comico Dieudonné, già sotto osservazione per antisemitismo, lancia un tweet in cui, contrariamente allo slogan “Je suis Charlie“, simbolo della manifestazione parigina, scrive “Je suis Coulibaly“.  In barba alla sbandierata libertà di satira, è stato subito fermato dalla polizia, arrestato e poi rilasciato in attesa del processo. Ma non è il solo, migliaia di altri messaggi simili sono comparsi sui social network di vari paesi, specie musulmani, inneggiando ai terroristi ed alla strage. A Milano un musulmano, intervistato sulla strage del giornale francese definisce “12 cani” le vittime (intervista mostrata nell’ultima puntata di Quinta colonna). E sono convinto che non sia il solo a festeggiare per l’attentato. Magari non lo dicono apertamente per paura di conseguenze, ma di certo lo pensano. E non succede nulla.

Nei paesi musulmani più che attestati di condanna per l’attentato, a parte qualche dichiarazione ufficiale di facciata, si leggono  messaggi contro Charlie Hebdo e dichiarazioni di solidarietà e di ammirazione verso i terroristi.   La stessa televisione araba Al Jazeera, per salvaguardare l’immagine dell’islam,  ha dato disposizione ai giornalisti di minimizzare la strage (Lo slogan “Je suis Charlie” è alienante). Ma in diversi paesi musulmani (Pakistan Algeria, Siria, Giordania, Nigeria, Yemen) ci sono state vere manifestazioni di protesta non contro la strage ed il terrorismo, ma contro Charlie Hebdo, con scontri violenti e feriti, bruciando le bandiere francesi ed esponendo cartelli di solidarietà ai terroristi, come quello a lato.

In Niger le violente proteste contro Charlie Hebdo hanno causato una decina di morti, sono state incendiate 45 chiese, una scuola cristiana ed un orfanotrofio (le vittime erano all’interno delle chiese o nei locali vicini dati alle fiamme), sono state assaltate sedi della polizia e si contano un centinaio di feriti (Niger, a fuoco le chiese). Ad Istanbul, in Turchia, un centinaio di manifestanti sono scesi in piazza a sostegno dei terroristi, al grido di “Siamo tutti Kouachi“, A Grozny, in Cecenia, sono scese in piazza a protestare contro le vignette francesi 800.000 persone (il 60% della popolazione). Il Parlamento del Pakistan ha condannato la pubblicazione delle nuove vignette pubblicate nell’ultimo numero del settimanale ed il senato ha proposto di portare il caso a Bruxelles e di considerare l’islamofobia come reato. Mentre il ministro per gli affari religiosi ha chiesto ai paesi arabi di condannare le vignette blasfeme (VediLa rabbia dei musulmani, bandiere bruciate e scontri“).

Chiaro? Non manifestano contro il terrorismo, gli attentati e la strage, ma contro il settimanale satirico, contro le vignette e, in pratica, contro la tanto cara (a noi e a Voltaire) libertà di espressione. Allora è evidente che quella che noi consideriamo una conquista irrinunciabile della nostra cultura ed uno dei principi fondamentali della democrazia, non è un principio universale, visto che i paesi musulmani non lo condividono affatto, anzi lo considerano un reato. E ancora non abbiamo capito che islam e mondo occidentale sono incompatibili ed inconciliabili? Ma cosa devono fare e dire ancora per farcelo capire?

Eppure sono fatti che dovrebbero essere noti. Ne accennavo già 9 anni fa in un post del 10 agosto 2006 (Islam e diritti umani), in cui ricordavo come i paesi islamici non abbiano mai sottoscritto la tanto decantata “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948. Tanto universale non è, se più di un miliardo di persone nel mondo non la riconoscono. Infatti, solo nel 1981 è nata la “Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo” che, ispirandosi alla legge islamica, differisce in maniera sostanziale dalla “Carta” del 1948. Ma non soddisfatti, nel 1990 hanno voluto ribadire il concetto, per i “dummies” che ancora non avessero capito, ed hanno messo a punto una definitiva “Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’islam“, sostanzialmente basata sulla Sharia, l’unica legge riconosciuta dai musulmani.

E’ evidente che gli islamici hanno dei “diritti umani“, e della libertà di espressione,  una concezione diversa da quella riconosciuta dagli altri Paesi. Allora, quando parliamo di diritti umani, di quali diritti stiamo parlando? Dei diritti come li intendiamo noi o come li intendono loro? E come si fa a dialogare con chi ha un diverso concetto dei diritti? Come si fa a mettere sullo stesso piano il nostro concetto di “diritti umani” e quello di chi i “diritti umani” li vede solo ed esclusivamente subordinati alla legge islamica? Come si fa a mettere sullo stesso piano milioni di persone che sfilano a Parigi a sostegno della libertà di espressione e milioni di persone che manifestano nei paesi musulmani contro quella libertà? Ma davvero siamo così ciechi da non vedere la completa e totale inconciliabilità delle posizioni?

E cosa direbbe oggi Voltaire? Sarebbe pronto, a costo della vita, a difendere il diritto dei musulmani a bruciare le bandiere francesi ed inneggiare ai terroristi che fanno una strage perché si sentono offesi dalla satira?  Ne dubito, come ho sempre dubitato della validità di quel motto (e gli ultimi tragici eventi confermano tutti i miei dubbi di allora). Anzi, credo che, male interpretato, mal digerito e male applicato,  quel pensiero abbia procurato più danni che benefici. E’ un paradosso, un “bug di sistema” che mina alla radice la democrazia: non si può consentire libertà di espressione a chi opera per abolire quella libertà e crea presupposti che mettono a rischio la sicurezza e la convivenza sociale. Questo è il problema irrisolto della nostra democrazia. La sciagurata idea secondo la quale, per alcuni, “libertà” significa che tutti sono liberi di  fare tutto non è nemmeno anarchia, come potrebbe sembrare, è idiozia pura.

Per concludere mi permetto due citazioni. La prima è una battuta di  Jacques Prévert, presa da “L’amore e altro“, una raccolta di “aforismi per una vita libera“, perfettamente in tema e che sembra una risposta proprio al celebre motto del suo conterraneo Voltaire. Eccola, sembra ironica, ma c’è al fondo una logica inattaccabile : “Tutte le opinioni sono rispettabili. Benissimo. E’ lei a dirlo. Io, invece, dico il contrario. E’ la mia opinione: la rispetti, dunque.”

La seconda citazione è di un autore quasi sconosciuto ai più, purtroppo, Andrea Emo Capodilista, scrittore e filosofo, scomparso nel 1983. Quasi sconosciuto perché non inquadrato nel novero degli intellettuali organici al sistema, alla cultura, al  regime ed al pensiero unico dominante; colpa gravissima che ne determina l’oscuramento culturale.  Per ironia della sorte, venne “scoperto” e rivalutato proprio da un filosofo “di sinistra”, Massimo Cacciari. Alcuni suoi pensieri sono stati pubblicati di recente qui: “Quando il popolo è massa chiunque può essere duce“.

Ecco un suo pensiero sulla libertà di espressione: “Teorie liberali – Io devo lottare perché il mio vicino possa esprimere, cioè far valere, un’opinione diversa dalla mia. Ma, poiché nel caso della lotta politica, la diversità di opinioni si riferisce all’essenza delle cose, alle radici, ai fondamenti, io devo lottare perché il mio vicino possa far valere un’opinione radicalmente diversa dalla mia. Cioè, posso far valere l’opinione che egli non ammette che altri possa avere un’opinione diversa dalla sua. Pertanto, se io lotto perché egli possa far valere un’opinione di questo genere, io suicido me e suicido le mie idee; cioè, in questo caso, il mio liberalismo. E allora, per far valere le mie opinioni liberali, devo combattere, cioè abbattere il mio vicino che ha delle opinioni illiberali (cioè opinioni diverse dalla mia). E anche in questo caso io uccido (cioè suicido) il mio liberalismo. Quindi, in ogni modo, il paradosso liberale, se sviluppato, arriva allo scacco matto.”.

Chiaro? Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

 

POLITICA
14 novembre 2015
Parigi, Hollande e le stalle chiuse
           

Parigi sotto attacco, almeno 150 morti. Il presidente Hollande dichiara lo stato di emergenza e chiude le frontiere.

Dice che chiude le frontiere per evitare l’ingresso di terroristi. Se non si trattasse di una tragedia, quest’uomo farebbe quasi tenerezza, per l’ingenuità, l’incoscienza, l’irresponsabilità, l’inconsapevolezza che lo anima; qualità che si possono scusare in un bambino, non in un capo di Stato. Chiude le frontiere per evitare che entrino terroristi? Hollande, guardi che i terroristi sono già entrati, ce li ha già in casa. Doveva chiuderle prima le frontiere.  Doveva pensarci prima, lei e tutta la schiera di governanti euroidioti che da decenni, sotto la bandiera ipocrita della solidarietà e dell’operazione umanitaria, sta favorendo l’invasione dell’Europa da parte di disperati afro/arabo/asiatici in gran parte musulmani che covano odio, rancore e volontà di rivalsa e vendetta nei confronti dell’Europa e dei cristiani. Lepanto è un’onta da lavare col sangue. Ma il Papa dice che sono nostri fratelli e che dobbiamo accogliere tutti. Anzi, i vescovi ed i preti dicono di accoglierli direttamente in casa nostra. Come dire “Adotta un terrorista“. Poi, quando gli scoppia la bomba sotto il culo, fingono sorpresa e tentano maldestramente di correre ai ripari. Da noi si dice “Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati“. Hollande chiude le frontiere quando i terroristi sono già entrati. Geniale, ecco perché lui è presidente e voi no. Ed ecco perché l’Europa è destinata a soccombere al jihad, alla guerra santa; perché siamo in mano a gentaglia simile, che vuole adattare il mondo alla propria ideologia nefasta, allo scellerato buonismo masochista, e si accorge del danno quando è ormai tardi per rimediare.

Intanto, come di consueto in simili circostanze drammatiche, parte la passerella di dichiarazioni ufficiali di solidarietà e vicinanza alla popolazione parigina colpita dall’attacco terrorista. Dopo “Je suis Charlie“, ora il motto è “Je suis Paris“. A gridarlo sono gli stessi terzomondisti che sostengono l’immigrazione e l’accoglienza senza limiti e controlli, continuano a sognare l’integrazione (che è già ampiamente fallita ovunque, ma questi fingono di non saperlo) e che, grazie ai loro residuati ideologici di un socialismo storicamente fallimentare, sono responsabili della progressiva islamizzazione dell’Europa.  Mai che gli venga in mente di gridare l’unico motto che gli si addice: “Je suis idiot“.

Il presidente Obama, appena ha avuto notizia della strage, ha dichiarato: “E’ un attacco non solo al popolo francese ma a tutta l’umanità e ai valori che condividiamo. I valori di liberté, egalité e fraternité non sono solo condivisi dal popolo francese, ma anche da noi.”. Che parole toccanti, che originalità, che profondità di pensiero. Solo i grandi presidenti, specie se americani, possono fare dichiarazioni così dense di significato. Anche Hillary Clinton si è affrettata a commentare: “Le notizie che giungono da Parigi sono strazianti. Prego per la città e le famiglie delle vittime.”. Ha fatto bene a precisarlo, perché la gente comune magari pensava che la notizia della strage fosse rassicurante e di buon auspicio: no, è straziante; lo dice la Clinton. Ma i  parigini possono dormire sonni tranquilli perché Hillary Clinton prega per loro.

Anche i servizi segreti americani, quelli che  parlavano di armi chimiche inesistenti di Saddam (con cui giustificarono l’intervento in Iraq, del quale si pagano ancora le conseguenze) e che di recente hanno riconosciuto di aver sbagliato tutto sulla strategia militare per combattere l’Isis, hanno rilasciato la loro bella dichiarazione sugli attentati a Parigi: “Appaiono chiaramente come una serie di attacchi coordinati.”. Ma va, “Cosa mi dici maaiii…”, direbbe Topo Gigio. Roba da non credere, tutti avrebbero pensato che tre attacchi a Parigi, avvenuti contemporaneamente, fossero del tutto casuali. Invece erano “coordinati“, lo dicono i servizi per la sicurezza USA.

E non finisce qui, perché tra oggi e domani assisteremo alla solita rassegna di dichiarazioni di circostanza banali, scontate, di facciata ed un po’ ipocrite, sentite mille volte. Bisognerebbe raccoglierle e stamparle in un opuscolo (magari esiste davvero) a disposizione di capi di Sato, commentatori, opinionisti, intellettuali: da tenere sempre a portata di mano, buone per ogni occasione. Che tempi, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni.

Ma non è che l’inizio, il bello deve ancora venire. Lo dice l’Isis, e quelli mica scherzano, non hanno un grande senso dell’umorismo. “Ora tocca a Roma“, dicono. Ma sono certo che il ministro Alfano, quello che continua a sciorinare dati Istat per dire che i reati stanno diminuendo (e magari ci crede davvero), ci dirà che è tutto sotto controllo, che non ci sono pericoli per l’Italia (è quello che ripete ogni volta che qualcuno lancia l’allarme su possibili azioni terroristiche sul territorio nazionale e sulla presenza di terroristi fra gli immigrati). E poi, per male che vada, se proprio dovesse esserci un attacco, dichiariamo lo stato di emergenza e, se necessario, chiudiamo anche le frontiere.  In ogni caso, in previsione di un possibile attentato in casa nostra (è solo questione di tempo) è bene cominciare a pensare qualche bella frase ad effetto da pronunciare con aria afflitta davanti alle telecamere e da rilanciare sui media. Potrebbero andar bene, per esempio “Chi è causa del suo mal pianga se stesso“, o “Del senno di poi son piene le fosse“, o…beh, lasciamo spazio alla fantasia, quella non ci manca.

consumi
12 novembre 2015
Olio extravergine, molto olio e poco vergine
           

Ennesimo scandalo alimentare: l’olio vergine non è vergine.

Ultimissime: “L’olio d’oliva non era extravergine: 7 aziende indagate per frode“. Niente è più come prima, la genuinità non esiste più, tutto è contraffatto, adulterato, addizionato, manipolato, camuffato, mistificato. Così anche il nostro pregiatissimo olio extravergine d’oliva, prodotto di eccellenza dell’agricoltura italiana non è quello che sembra e grandi marchi storici sono sotto accusa per aver commercializzato come extravergine un olio che non lo è. Ma in fondo, perché tanto scandalo e clamore? E’ vergine, non è vergine; è solo un concetto anacronistico, distinzioni superate da tempo. Lo sanno tutti ormai che essere vergini non è più un valore. No?

CULTURA
7 novembre 2015
Razzismo, ebrei e censura
           

Il razzismo sta diventando come il prezzemolo; lo mettono dappertutto. Basta uno sguardo infastidito verso l’ambulante troppo insistente o verso la centesima zingarella che ti chiede l’elemosina in strada, basta un accenno di protesta o semplice preoccupazione per la presenza sempre più numerosa di immigrati sul territorio, basta una semplice allusione a banane e oranghi, e sei marchiato a fuoco: razzista. Pochi giorni fa il solito Tavecchio è finito di nuovo in prima pagina perché avrebbe espresso un gravissimo insulto razzista verso gli ebrei: (Tavecchio nella bufera; insulti a ebrei e omosessuali).

Ecco la frase incriminata: “La sede della Lega Nazionale Dilettanti? Comprata da quell’ebreaccio di Anticoli.”. Ebreaccio è un insulto? Lo è per quella desinenza in “accio” che di solito ha un significato spregiativo? Quindi anche toscanaccio e romanaccio, termini usati normalmente senza alcun intento offensivo, sono insulti razzisti? Allora perché nessuno denuncia come razzista chi li usa? Ma allora “polpaccio” è un grave insulto ai cefalopodi? E brogliaccio, carpaccio, Ajaccio, poveraccio, ghiaccio, laccio, braccio, castagnaccio, pagliaccio, sono tutti insulti? Chiamare Boccaccio e Masaccio per nome era un’offesa?

Anche il grande Gino Bartali veniva chiamato non solo “toscanaccio” per le sue vena polemica, ma era soprannominato “Ginettaccio” (doppio insulto, quindi), e così lo chiamavano tutti anche sulla stampa (La Gazzetta dello sport: “Ginettaccio, l’uomo di ferro che spianava le montagne“). Era un gravissimo insulto razzista? E se così era perché  né Bartali, né altri, hanno mai denunciato la Gazzetta e tutti gli altri giornali che usavano quell’insulto razzista?  Ed il quartiere romano di Testaccio è un insulto alle teste di…? Sì, forse alle teste di certi giornalisti e moralisti di borgata.

A proposito di teste ecco un altro titolo, nello stesso quotidiano, nel quale compare proprio il termine “toscanacci“: “Una testa di legno, ma di buon senso.”. A rigore, se “ebreaccio” è un insulto agli ebrei, questo dovrebbe essere  un insulto ai toscani.  Ma nessuno ha accusato Mascheroni di insulto razzista per quell’articolo. Infatti, nell’uso comune del termine, non è un epiteto offensivo, anzi è un’espressione gergale usata bonariamente quasi con simpatia nei confronti della  gente toscana per indicare il loro spirito polemico e  la battuta sempre pronta, caustica, salace, arguta e spesso sarcastica. Tanto è vero che, mentre i media accusano Tavecchio per il suo “ebreaccio”, nessuno crocifigge Mascheroni o altri per l’uso di “toscanacci”.

Non sono questi gli insulti verso gli ebrei, e non sono nemmeno razzismo, che è tutt’altra cosa. Insulto agli ebrei è quello di chi brucia le bandiere di Israele durante i cortei “pacifisti”. Insulto è quello di chi, qualche anno fa, contestava ed organizzava la protesta in piazza contro la presenza di Israele al Salone del libro di Torino. Insulto è aver venduto gli ebrei in cambio dell’assicurazione da parte del terrorismo palestinese dell’OLP di Arafat che non ci sarebbero stati attentati in Italia (Vedi “Venduti gli ebrei, ora vendiamo gli italiani“ - “Vi abbiamo venduti” –  ”Mani libere a noi palestinesi“, e “Cossiga, Moro e i misteri d’Italia“). Insulto è aver spedito in Libano la missione Unifil che parteggiava spudoratamente per Hezbollah a danno di Israele (vedi “Amenità libanesi“) Insulto è quello di chi, come la COOP, boicottava i prodotti israeliani, col pretesto che provenissero dai territori occupati dai coloni. Insulto è quello dell’Unione europea che, col pretesto di fornire aiuti per lo sviluppo di Gaza, versa miliardi di euro (450 milioni solo per il 2015) ad una organizzazione terroristica come Hamas,  che nel proprio statuto afferma esplicitamente di avere come fine la distruzione totale di Israele, che poi usa quei fondi per acquistare armi, esplosivi e razzi da lanciare verso Israele.

Insulto agli ebrei è quello di D’Alema il quale, arrivando in Israele in visita ufficiale come ministro degli esteri, a chi lo riceveva all’aeroporto salutandolo con “Benvenuto in Israele“, rispose correggendolo “In Palestina…”. Lo stesso D’Alema che non perde occasione per dichiarare la sua simpatia e vicinanza alla causa palestinese (vedi “Il baffetto velista ha strambato“). Insulto agli ebrei è ancora quello dello stesso D’Alema che, sempre in qualità di ministro degli esteri, volava in Libano e  dichiarava di essere orgoglioso di andare a passeggio a Beirut tenendosi a braccetto con i capi di Hezbollah e di andare a cena con loro, e subito dopo andava ad abbracciare i capi di Hamas a Gaza; tutta gente che ha come scopo dichiarato la distruzione di Israele. (vedi “L’equivicinanza secondo D’Alemhamas“)  Insulto agli ebrei è quello di Prodi, allora capo del governo, che al palazzo dell’Onu correva ad abbracciare affettuosamente Ahmadinejad, lo scravattato capo dell’Iran, il quale dichiarava un giorno sì e l’altro pure che avrebbe cambiato la carta geografica, facendo scomparire Israele dalla faccia della Terra. Insulto è la politica della sinistra italiana, sempre spudoratamente a favore della Palestina, contro Israele (vedi “Mi ricordo, sì, io mi ricordo“). Quelli sono i veri insulti, e non chiamare qualcuno ironicamente “ebreaccio”; quelli sono insulti che fanno davvero male agli ebrei ed all’intelligenza umana.

Ennesima dimostrazione (come sostengo da anni) del fatto che, specie sui mass media, i concetti di etica, estetica, giustizia, deontologia professionale, sono molto elastici e variano secondo le circostanze e la convenienza (di chi scrive). Ecco perché un’affermazione o una battuta che in altri tempi sarebbe stata del tutto normale e sarebbe passata inosservata, e sulla quale lo stesso Anticoli avrebbe sorriso, oggi diventa un insulto razzista. E ci si chiede perché “ebreaccio” sia un insulto e “toscanaccio” non lo sia. Perché? Semplice, è la quotidiana dimostrazione che esiste una doppia morale; quella ormai consolidata dei sinistri detentori della “superiorità morale” che hanno l’esclusiva di questa sorta di morale a tempo e che  la tirano fuori e la usano a loro piacimento e la applicano secondo la convenienza per condannare gli avversari, delegittimare chi  non la pensa come loro ed emarginare, bollando pretestuosamente con l’infamia del “razzista”, chi  non è allineato al pensiero unico dominante. E’ lo stesso principio caro a certa magistratura per cui la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. Per questi ipocriti moralisti col timer, morale e giustizia diventano micidiali armi improprie da usare per demolire gli avversari.

Censura (attenzione, post scurrile)

Ora vediamo un altro esempio di criteri molto elastici, applicati alla censura dei commenti sui forum e quotidiani.

Di recente, commentando un pezzo sulla revoca delle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, e l’immediata reazione di 26 consiglieri che, dimettendosi, lo hanno mandato a casa, (Per Marino è finita: 26 consiglieri si dimettono) scrissi questo breve commento: “Avrebbe fatto meglio a mantenere le dimissioni. E’ stata proprio una sceneggiata ridicola che conferma la pochezza di quest’uomo. Come direbbero a Striscia citando la famosa espressione del direttore Fede. “Marino, che figura di merda!”.  Ma quando il commento viene pubblicato quel termine finale diventa “mxxxa“.  Non so dire con certezza se la correzione sia opera di un solerte censore, oppure di un correttore automatico che non gradisce certi termini e sostituisce alcune lettere con delle X o degli asterischi. I termini più censurati, oltre a merda, sono culo, stronzo e stronzate, cazzate, cazzo, fica, etc…

Non dico che il turpiloquio debba essere libero, e nemmeno che debba essere censurato. Dico che ancora una volta di applicano due pesi e due misure; è questo che è incomprensibile ed intollerabile. Ciò che lascia perplessi è che quei termini vengono usati tranquillamente in televisione, a tutte le ore del giorno, senza che nessuno intervenga o si scandalizzi. Per esempio, quella espressione ormai mitica di Emilio Fede, la sentiamo e risentiamo a Striscia la notizia, ogni volta che c’è qualche figuraccia da evidenziare; invariabilmente, a chiusura del servizio,  parte il video originale con l’esclamazione “Che figura di merda…”. Ormai è un classico, come la mitica  ”La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca…” del ragionier Fantozzi..

Basta poi sentire il linguaggio di certi personaggi in televisione, con Maurizio Crozza in testa seguito da uno stuolo di comici, meno comici e personaggi assortiti anche tragici, e si sentono “cazzi e culi” volare come farfalle. Allora è ovvio chiedersi come mai certe parole si possono usare tranquillamente in televisione, davanti a milioni di spettatori, in prima serata, in fascia protetta e in orari di massimo ascolto, e se invece  vengono scritte in un commento che leggono in pochissimi, all’interno di un articolo di un quotidiano in rete, viene censurato. Perché? Non sto dicendo che il linguaggio scurrile sia o non sia consentito in pubblico. Mi chiedo solo perché si applica la solita doppia morale; questo è insopportabile. E’ il sintomo della completa confusione culturale e morale di una società che ha smarrito tutti i riferimenti e, in mancanza di criteri precisi, decide di volta in volta e secondo le circostanze, ciò che è o non è permesso, ciò che è o non è consentito e legittimo. E con lo stesso principio molto elastico decide anche ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato, bene o male.  Abbiamo adottato una nuova morale; usa e getta, come la carta igienica.

Ma torniamo al commento censurato. Visto che la parola “merda” viene sostituita con le X, se ne deduce che sul Giornale, attentissimo a non usare termini scurrili, quella parolina non si possa usare. Giusto? No, sbagliato. Infatti, negli stessi giorni, leggendo la stessa prima pagina, bastava spostare lo sguardo sulla colonna laterale riservata ai blog dei giornalisti, per vedere in bella evidenza (è rimasto lì per almeno 15 giorni) questo titolo a lato in cui figura proprio la parolina proibita (vedi “Troppo merda, Caritas“).  Ed ecco che ci troviamo di fronte, per l’ennesima volta, ad un principio ballerino. Si può usare la parola “merda” sul Giornale? Dipende; i giornalisti sì, i lettori no.  Perché Enrico Galletti può scriverlo in prima pagina ed io non posso farlo in un commento? Perché? Come James Bond aveva la licenza di uccidere, Galletti ha una speciale “licenza di merda” negata ai comuni mortali?

Questa strana applicazione dei criteri di ciò che è corretto o non lo è, di ciò che si può o non si può dire o scrivere, è un dilemma che pongo da anni in rete ed al quale nessuno ancora ha risposto. Ed ogni volta che mi ritrovo di fronte a simili casi di morale ballerina e ipocrisia mediatica (il che, leggendo le notizie sui vari quotidiani, capita tutti i giorni) è come un pugno nello stomaco. Ne parlavo anche sei anni fa nel post “Si può dire culo?”. Sono le cose incomprensibili della vita; come i balletti di Don Lurio o gli occhiali neri a mezzanotte. Sono quelle incongruenze e contraddizioni di una strana morale elastica che si applica secondo criteri che non hanno alcuna spiegazione logica e razionale. Eppure, prima o poi, qualcuno dovrebbe spiegarci la ragione di questa curiosa doppia morale. Perché Crozza può parlare tranquillamente di cazzi in prima serata TV e noi no?  Spiegatecelo, cazzo!

Vedi:

- Si può dire culo?

- Bavagli e querele

- Satira libera: dipende

- Cossiga e il tonno

Vedi qui altri post su “Censura, trucchi e inganni mediatici e morale ballerina“.

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