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Titanic
Ballando mentre la nave affonda
SOCIETA'
31 gennaio 2016
Linguaggio, tumori e battaglie vinte (o perse)

Diceva McLuhan: “Il medium è il messaggio”. Frase cult di tutti quelli che si occupano di comunicazione. E nella comunicazione è insito il pericolo dell’inganno (Le parole ci ingannano). L’inganno è subdolo perché non ce ne rendiamo conto. Quando il linguaggio, ed il sistema comunicativo in generale, diventa di dominio comune, perde un po’ del so significato originario, dell’essenza concettuale e si trasforma in una espressione assiomatica, addomesticata dall’uso popolare, che diamo per vera e scontata ed usiamo senza più chiederci il vero significato di una parola, una frase, espressione idiomatica. Così assimiliamo il linguaggio e le sue regole, senza chiederci se quel modo di esprimersi, quel termine, quella espressione, siano corretti ed esprimano il vero significato di ciò che vogliamo comunicare, oppure contengano una piccola o grande mistificazione, un inganno che travisa il senso del messaggio. Il linguaggio non è solo il mezzo per esprimere idee, sentimenti, sensazioni e comunicare informazioni e messaggi; è esso stesso informazione e messaggio. Allora forse bisognerebbe prestare più attenzione alla comunicazione nel suo complesso, sia al medium che al messaggio di McLuhan, perché l’inganno può essere duplice. Facciamo dei piccoli esempi.

Nel mondo della comunicazione è normale usare termini che sono propri di specifiche discipline, ma che, usate frequentemente anche al di fuori del loro contesto originario, diventano di uso comune. Un esempio ricorrente è quello dell’uso della parola “bagnasciuga” (termine prettamente navale, che indica quel tratto dello scafo che, secondo la pesantezza del carico, può trovarsi sopra o sotto il livello dell’acqua; bagnato o non bagnato), al posto di “battigia”, che indica il tratto della costa sul quale si infrangono le onde. E’ abitudine dei cronisti, specie di quelli sportivi, usare anche un linguaggio volutamente esagerato, iperbolico, per  esaltare ed ingigantire azioni di gioco o imprese individuali. E’ un linguaggio usato in prevalenza sulla stampa per richiamare l’attenzione e la curiosità dei lettori; ma poi lo stesso linguaggio, di estrazione militaresca, viene usato anche nelle cronache in radio e TV. Così se un attaccante tira in porta con particolare potenza, non basta dire che ha tirato, no, bisogna esagerare ed allora quel tiro diventa “una staffilata, una fucilata, una rasoiata, una cannonata, una bomba…”. Infatti il calciatore che segna più reti si chiama “bomber“.  In compenso, nel linguaggio non sportivo, per indicare un intervento particolarmente scorretto, brutale o aggressivo (in un dibattito, una contesa verbale, una polemica), si usa un termine calcistico “entrare a gamba tesa“. Ecco un classico esempio di mistificazione metaforica. E così siamo pari.

Lo stesso inganno avviene quando i politici, quelli che stanno distruggendo l’Italia, affermano di “lavorare per il bene del Paese”, frase che fa un uso opinabile, se non improprio, di due concetti: il termine “lavorare” che richiama alla mente le pesanti fatiche del lavoro fisico dei campi, delle fabbriche, delle miniere, e che riferito ai politici suona quasi sarcastico, ed il termine “bene del Paese” che lascia aperti tutti i dubbi e le interpretazioni possibili su cosa si intenda per “bene del Paese“.  Visti i risultati, viene spontaneo pensare che sarebbe meglio se lavorassero meno; farebbero meno danni. Stesso uso disinvolto del linguaggio lo si fa nel mondo dello spettacolo:  chiunque salga su un palco e si esibisca cantando, ballando, recitando, è sempre bravissimo, fantastico, eccezionale, meraviglioso, straordinario. Uno semplicemente bravo non esiste. Sono tutti bravissimi, “superlativi assoluti”, anche quando non fanno niente, basta la presenza.

Sembra di sentire Petrolini quando, nelle vesti di Nerone, arringava la folla inferocita che lo accusava di aver provocato l’incendio della  città. Per tacitare la protesta prometteva la ricostruzione assicurando che  ”Roma rinascerà più bella e più superba che pria“, riscuotendo l’applauso della folla, evidentemente affascinata dalla parola “pria“; ”quando il popolo sente le parole difficili, si affeziona”, dice. E visto che continuavano ad applaudire ogni volta che ripeteva la frase e perfino anche solo all’accenno della pronuncia della parola, concludeva: “Lo vedi, il popolo quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo“. Appunto. Così se un attore o un artista in passato ha avuto il suo momento di gloria, grazie ad un successo momentaneo, più o meno grande, quel successo se lo porta dietro tutta la vita, anche se poi non fa nient’altro di decente. La bravura si dà per acquisita e valida vita natural durante. Questo fatto è facilmente riscontrabile con le comparsate e ospitate televisive di personaggi dello sport o vecchie glorie dello spettacolo, i quali magari non fanno niente, nessuna esibizione, ma vengono osannati semplicemente per la presenza, perché sono ospiti per dieci minuti, dicono quattro fregnacce di circostanza, fanno i complimenti alla trasmissione ed ai conduttori, ringraziano e salutano il “pubblico meraviglioso”, incassano l’assegno e via.

Nel linguaggio giornalistico l’iperbole è il sale della comunicazione; lo spargono a piene mani  dappertutto. Qualunque avvenimento, anche quello più insignificante, viene sempre raccontato come qualcosa di straordinario. Ecco perché leggiamo spesso titoli come “L’Italia sotto choc…”, o “Tutti pazzi per…”, o ancora “La rete impazzisce per…”, o “La Francia piange le vittime dell’attentato…”, “Pubblico in delirio…”. Sono evidentissime esagerazioni: non tutta l’Italia è sotto choc, ovviamente, come non tutta la Francia piange (anzi, qualcuno ha esultato e festeggiato), e non è vero che tutta la rete è impazzita per un certo video ((qualche migliaio di cretini che si esaltano per un video idiota non sono “tutta la rete”), ed il pubblico al massimo sarà molto contento e soddisfatto, ma non è mai “in delirio”, che è una grave forma di alterazione mentale, uno stato patologico.

Ma allora perché usano questo linguaggio? Lo fanno perché per attirare l’attenzione del pubblico bisogna urlare ed esaltare ciò che si vuole vendere. L’immagine simbolo è il mercante ciarlatano da fiera paesana che urlava per attirare l’attenzione dei villici e vendere le proprie cianfrusaglie, o lo strillone di una volta che, per vendere i quotidiani, andava in giro urlando le notizie più importanti della giornata. Ma oggi si usa lo stesso sistema. Gli strilloni hanno solo cambiato luogo di lavoro. Ora strillano in televisione per vendere materassi, pentole, vasche da bagno e diete miracolose che in breve tempo trasformano corpi flaccidi e grassi in modelle perfette come statue greche (quelle che copriamo per non urtare la sensibilità del presidente iraniano).  Bisogna urlare, esagerare, usare le iperboli più fantasiose per rendere il prodotto che si propone più interessante di quanto sia in realtà (qualunque esso sia; un video, una notizia di cronaca, un detersivo, un evento sportivo o un materasso; il principio è lo stesso) . E’ lo stesso principio del mercante o dell’oste che decantano la qualità di ciò che vendono: stessa strategia applicata ai mezzi di comunicazione.

Lo stesso inganno avviene anche quando si parla di argomenti che non dovrebbero essere soggetti a questi piccoli trucchi. Per esempio quando si parla di argomenti seri e gravi, come malattie o drammi personali. Eppure si usa lo stesso meccanismo. Lo usano i media, ma lo usa anche la gente comune, perché ormai ha acquisito lo stesso linguaggio usato dai media e, quindi, senza rendersene conto, perpetua l’inganno.

Quando si tratta di personaggi più o meno celebri che, per loro sfortuna si trovano ad affrontare un tumore, finiscono sempre in prima pagina, con tanto di foto, e dichiarano di combattere la loro battaglia perché non bisogna arrendersi e perché alla fine vinceranno (quando e se vincono).  Ne siamo felici per loro. Ne parlavo di recente (Tumori e pudori) e temo che, leggendo quel post, qualcuno possa aver pensare che sia stato insensibile, cinico o peggio, nei confronti di chi soffre. Ed ecco l’ultimo caso, proprio una settimana fa (Fausto, modello dopo la chemio “Ricomincio senza capelli“); un altro che “ha combattuto la sua battaglia” ed ha lottato contro la malattia, perché bisogna andare avanti, non lasciarsi abbattere, perché “ha voglia di vivere” (lui ha voglia di vivere, gli altri, invece, sono tutti aspiranti suicidi schifati dalla vita!).

E’ un modo di manipolare la realtà, di adattarla, trasformarla, mascherarla, mistificarla, adulterarla, con l’uso improprio, superficiale e disinvolto del linguaggio. La metafora prende il posto del significato reale. Realtà e rappresentazione diventano una cosa unica, così come per il medium ed il messaggio di McLuhan.  Anzi la vera realtà è la sua rappresentazione, quella raccontata dai media, stampa, televisione, internet. Se qualcosa non passa in TV viene il sospetto che non esista. E se riescono a confondere le idee parlando di argomenti seri e gravi come le malattie, figuriamoci cosa riescono a fare con argomenti frivoli. Dovremmo chiedercelo spesso, se vogliamo capire quale sia l’enorme potere dei mezzi di comunicazione (Realtà e fiction).

Allora, per evitare equivoci e giudizi errati, forse è bene che mi spieghi meglio. Se tu hai un tumore, tutto quello che puoi fare è affidarti alle cure mediche, seguire la terapia, qualunque essa sia, e sperare che funzioni e che guarisca. E le malattie si affrontano in silenzio, con pudore e senza clamori mediatici. Punto. Tutto il corollario che ci si ricama intorno a base di “lotta contro la malattia… combattere la mia battaglia…non lasciarsi andare…voglia di vivere…etc…”, e immancabile foto della testa pelata, è solo un mucchio di stronzate inutili e senza senso che servono solo per imbastire un articolo e riempire le pagine. Ed è un modo di esprimersi assimilato, pari pari, dal linguaggio usato da quei rincoglioniti cronisti che per far passare come interessante la notizia del tumore al personaggio più o meno famoso (evitiamo di fare nomi per carità cristiana) devono ingigantirla e parlare di “battaglia vinta” contro la malattia. Ed ecco, per tornare a quanto accennavo all’inizio, un altro esempio di uso improprio del linguaggio. Non c’è nessuna battaglia, come non c’è nessuna vittoria, non ci sono scontri epici e nemmeno duelli o giostre a cavallo, non c’è nemmeno un accenno di competizione. Una malattia non è una gara di atletica o un torneo di calcetto fra scapoli ed ammogliati, con vincitori e vinti. A meno che a qualcuno non venga in mente di stilare una graduatoria anche dei malati di tumore per vedere chi è più motivato, chi combatte meglio, chi ha più voglia di vivere, chi vince e chi perde, con i servizi “esclusivi” degli inviati nei vari reparti oncologici d’Italia, con tanto di classifica finale ed assegnazione al più combattivo, del premio per il vincitore: “La flebo d’oro“.

Non ci sono battaglie e non si vince niente, non è una lotteria. Se si guarisce è solo perché è  andata bene, contrariamente ad altri meno fortunati. Quindi bisogna ringraziare il cielo, tacere e godersi la vita, finché si è vivi. Quello che questi “terroristi” mediatici del linguaggio non capiscono (ma non lo capiscono perché sono cretini ed i cretini sono tali perché non sanno di esserlo), è che affermando che qualcuno “ha combattuto contro la malattia ed ha vinto la battaglia  perché non si è lasciato andare ed ha voglia di vivere…”, stanno dicendo, pari pari, che tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di guarire sono morti perché non sono stati bravi, non hanno lottato, non si sono impegnati abbastanza e non avevano voglia di vivere. Questo è il significato. Un po’ come si diceva a scuola per i ragazzi un po’ svogliati: è intelligente, ma non si applica. Per i malati di tumore è come se si dicesse che…è malato, ma non vuol guarire.

State dicendo questo? Che i morti di tumore sono morti perché non si sono “applicati” abbastanza? Steve Jobs, David Bowie o Virna Lisi (che, a causa di un tumore, se n’è andata nel giro di un mese), per fare i primi nomi che mi vengono in mente, sono morti di cancro perché non hanno lottato e non avevano voglia di vivere? E come loro tantissime persone sono morte, nonostante si siano sottoposte a tutte le cure possibili. Tutta gente che è morta perché non ha lottato e non aveva voglia di vivere? Sì, il significato delle vostre parole è proprio questo; anche se forse non ve ne rendete conto. Sono io cinico? No, siete voi rincoglioniti.

POLITICA
29 gennaio 2016
Migranti e costi

Ancora sbarchi di algerini. Tre giorni fa, nel post “Varia umanità“, a proposito degli ultimi sbarchi di algerini sulla costa sud occidentale della Sardegna, dicevo che non avremmo aspettato molto per assistere ad un altro arrivo. Non mio sbagliavo, ecco l’ultima di due giorni fa: “Altri sbarchi di migranti nel Sulcis: 58 a Sant’Antioco, Teulada e Porto Pino”. Dall’inizio dell’anno ne sono già sbarcati 120, in maggioranza algerini. L’anno scorso, complessivamente, ne sono arrivati 5.000, da accogliere ed assistere a spese nostre, in un’isola che è fra le regioni più povere d’Italia. Due province, Medio Campidano e Iglesias-Carbonia, sono addirittura le ultime, le province più povere d’Italia. La crisi economica non accenna a migliorare, la sanità è a pezzi, disoccupazione e precariato sono piaghe endemiche, ma noi accogliamo migliaia di migranti perché, dicono le anime belle, abbiamo il dovere di accogliere chi scappa dalla guerra e dalla fame.

Ecco un articolo che ci informa del fatto che “Iglesias è una città multietnica“. Da dove provengono gli stranieri? Questi citati nel pezzo sono romeni, pakistani, cinesi, senegalesi. Ma ogni giorno si aggiungono quelli che arrivano su barchette di pochi metri, soprattutto algerini.  Ci sono guerre in questi paesi? No. Allora vuol dire che quelli che continuano a giustificare gli arrivi con la balla della guerra stanno ingannando gli italiani. E lo fanno per precisi interessi politici ed economici: il Partito democratico e la sinistra sperano di raccoglierne i voti quando riusciranno a dargli la cittadinanza ed il diritto di voto, le Cooperative e associazioni che gestiscono i centri di assistenza con gli immigrati ci fanno i milioni. Punto.

Allora facciamo un po’ di conti per i più distratti. Se ogni immigrato ci costa 35 euro al giorno (ma i minori anche di più) ed in Sardegna ne sono arrivati 5.000, basta fare una piccola operazione:  35 x 5000 = 175.000 euro al giorno = 5.250.000 al mese = 63.000.000 all’anno = circa 120 miliardi di vecchie lire all’anno. Più quelli che arriveranno quest’anno; perché arriveranno, eccome se arriveranno, algerini, tunisini, egiziani, senegalesi, marocchini. Vengono nel paese del Bengodi: sistemazione in hotel 3 stelle con tutti i confort, vitto, alloggio, biancheria, abbigliamento, carte telefoniche, Wi-Fi (è un diritto, dicono) paghetta settimanale, assistenza sanitaria, sindacale e legale. E sfido io che arrivano. Sì, ci costa un sacco di soldi, ma vuoi vedere la figura che facciamo davanti al mondo; l’ospitalità dell’Italia sta diventando proverbiale. Fra poco i turisti si faranno scaricare su barchette d’occasione vicino alla costa, si spacciano per profughi e si fanno un mesetto di vacanze in hotel. E naturalmente paghiamo noi, di tasca nostra. Quindi pazienza se poi non ci sono soldi per le strade, per l’assistenza sanitaria, per i trasporti, per rilanciare l’economia e per gli eterni problemi della Sardegna: prima gli immigrati, poi, se avanzano soldi, pensiamo ai sardi.

In campo nazionale ormai siamo al dramma. L’hanno capito anche i sassi che aprire le porte all’immigrazione ci sta portando al disastro totale. Ma i buonisti della sinistra continuano imperterriti a sostenere la loro scellerata ideologia accoglientista e terzomondista; ciechi e sordi anche davanti all’evidenza di una situazione tragica ed insostenibile.  Li vediamo ogni giorno in televisione, sempre le stesse facce che ripetono a memoria la storiellina umanitaria e raccontano balle alle quali non crede più nessuno; ma loro insistono, convinti che gli italiani siano davvero più scemi di quanto si pensi. Anche l’Europa sembra essersi svegliata, finalmente, e cerca di rimediare, finché si è in tempo. Si innalzano muri e barriere di filo spinato, si schierano le forze do polizia e l’esercito, si chiudono le frontiere, si accrescono i controlli, si propone di sospendere l’accordo di Schengen sulla libera circolazione e si annunciano espulsioni di clandestini (Svezia e Finlandia, stop agli immigrati clandestini: pronte 100.000 espulsioni).  Tutti chiudono le porte, noi le apriamo; anzi prepariamo l’accoglienza con festoni, la banda, autorità con la fascia tricolore, spari di razzi e granate, triccheballacche, mandolini, tarallucci e vino.

L’unica vera soluzione, in considerazione di eventi straordinari e di un flusso inarrestabile di migranti che costituiscono un serio pericolo per la stabilità politica, economica e sociale dell’occidente,  sarebbe modificare il famigerato articolo 10 della Costituzione sul diritto d’asilo e gli accordi internazionali su profughi e rifugiati; ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Ora, però,  si rendono conto che non si tratta di accogliere pochi perseguitati ma ci si trova di fronte ad una vera e propria migrazione di massa, un’invasione della quale, forse, non abbiamo la dovuta percezione perché avviene a piccoli gruppi e nel corso di anni. Ma l’effetto è devastante. E nonostante ormai sia chiaro che il mito della società multiculturale e dell’integrazione siano un fallimento completo, noi siamo gli unici che, invece che porre un freno all’accoglienza e potenziare i controlli ai confini, non solo non li fermiamo, ma facciamo di tutto per attirarli, promettendo accoglienza, assistenza, diritti civili, cittadinanza, ius soli, abolizione del reato di immigrazione clandestina e continuiamo ad andare a prenderli direttamente sulle coste libiche: pazzi e incoscienti. Manca solo che stampiamo volantini pubblicitari decantando l’accoglienza e l’ospitalità italiana, e distribuirli in Africa agli aspiranti migranti invitandoli a venire da noi. E’ una politica scellerata ed irresponsabile che ci sta portando dritti dritti alla catastrofe. Mi auguro che un giorno qualcuno abbia il coraggio di allestire un altro processo come quello di Norimberga, contro tutti coloro che, a vario titolo e responsabilità, hanno consentito l’invasione del territorio nazionale consegnando l’Italia agli invasori. Non è una questione di ideologia o di scelte politiche e non ha niente a che vedere con la solidarietà, i diritti umani, le attività umanitarie, il messaggio evangelico. Il criminale atteggiamento di chi apre le porte della città al nemico ha un solo nome: si chiama tradimento della patria.

Ora, proprio a seguito delle restrizione adottate in vari paesi, si paventa il rischio che questo flusso incontenibile modifichi il percorso d’ingresso in Europa e si riversi in Italia: “In Europa tornano le frontiere: 400.000 migranti verso l’Italia“. Un disastro, il colpo fatale per un’Italia già disastrata. Ma sono certo che qualcuno, invece, davanti ad una simile prospettiva, esulta. Una pacchia per cooperative e albergatori che guadagneranno milioni (Mafia capitale).  Ma quando capiranno gli italiani che dietro la politica di accoglienza dei buonisti ipocriti si nascondono interessi politici ed economici? Facciamo un calcolo veloce, come abbiamo fatto per la Sardegna.  Dunque, vediamo: 400.000 x 35 euro al giorno fanno 14.000.000 al giorno, che all’anno sono = 5.110.000.000, circa 10 mila miliardi delle vecchie lire. Quasi una finanziaria. Ma qual è l’azienda italiana che può vantare un fatturato simile? Aveva ragione Buzzi; compagni, con gli immigrati si guadagna più che con la droga. Chiaro?

E non sembrino valutazioni eccessive fatte su numeri fasulli. Questi costi li stiamo sostenendo già oggi. Ricordiamoci che solo negli ultimi due anni, 2014 e 2015, gli immigrati via mare sono stati più di 300.000, grazie alla sciagurata operazione “Mare nostrum“. Aggiungete quelli arrivati negli anni precedenti e siamo già ben oltre i 500.000 immigrati giunti in Italia ed assistiti a spese nostre. Ed inoltre, teniamo anche conto che gli immigrati che arrivano via mare, secondo dati ufficiali, sono solo una minima parte degli immigrati che entrano in Italia. Prepariamoci, quindi, a sopportare questa spesa che graverà sulle nostre tasche ed aggraverà ulteriormente la nostra già disastrata economia. Altro che investimenti per la crescita e per superare la crisi. Finiremo col culo per terra, tutti. Ma continuate pure a dar credito a Renzi, Boldrini, il Papa, la Caritas, le varie associazioni umanitarie. Gli italiani capiranno troppo tardi quale sia stato l’inganno. Dice un vecchio adagio “Del senno di poi son piene le fosse“. Cominciate a scavare.

Vedi

- C’è un limite all’immigrazione?

- Immigrati, c’è un limite?

- Italiani brava gente

- Bassotti romani

CULTURA
28 gennaio 2016
Crimini e talenti (nel giorno della memoria)

Giorno della memoria, occasione per ricordi veri, tragici e dolorosi, dei pochi sopravvissuti, dei loro figli, nipoti e parenti i quali però, per ricordare quella tragedia, non hanno bisogno di giornate particolari decretate per legge: essi lo portano appresso da una vita; il giorno della memoria per chi ha vissuto la shoah è tutti i giorni. Ma è anche giorno di cerimonie, visite ai luoghi dello sterminio, discorsi ufficiali  e aria mesta e contrita di circostanza  che si indossa per l’occasione come si faceva una volta con il vestito buono della festa: commozione spesso finta e forzata a favore di telecamere. Chissà perché nutro una profonda diffidenza nei confronti delle cerimonie ufficiali, di corone deposte, di minuti di silenzio, di facce tristi ed espressioni pensierose di circostanza, di autorità che leggono discorsi scritti da altri, di applausi da claque.  In genere, fatte le debite eccezioni, sono una esemplare rassegna dell’ipocrisia umana.

Per usare un’espressione ormai abusata e buona per tutte le circostanze, oggi “Siamo tutti ebrei“, come un anno fa eravamo tutti pronti a dichiarare “Je suis Charlie“. Poi, sarà anche vero che “mai più“, che “non bisogna dimenticare“, ma sapete com’è, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara, e ci sono tante cose a cui pensare: insomma, la giornata della memoria la dimentichiamo già il giorno dopo. E’ un esempio di “memoria” corta, labile, svanisce presto senza lasciare traccia, come gli auguri alle feste o le condoglianze ai funerali. Ma non ci dimentichiamo della shoah, la ricorderemo ancora: fra un anno. Dieci anni fa, su questo blog, scrissi qualcosa, a proposito della shoah e di un aspetto di quella tragedia, che è sempre valido. Tanto vale, invece che cercare di inventare parole nuove per una storia vecchia, riproporlo.

Crimini e talenti (13 giugno 2006)

Una volta tanto farò un discorso serio, molto serio, più serio di quanto possa sembrare a prima vista. E siccome non ho altra possibilità di comunicarlo, lo farò attraverso le poche righe scritte in un blog che leggeranno in pochi, e subito dimenticheranno. E forse è meglio così. Lo farò prendendo spunto dalle parole di Simon Wiesenthal, tratte da una sua intervista rilasciata alla TV svizzera nel 1990.

L’olocausto lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto, non termina i suoi effetti nefasti con la Liberazione. Uno continua ad esserci dentro, non si riesce mai più a provare una vera gioia. Mi ricordo che una volta, a Los Angeles, il mio amico Zubin Metha, il famoso direttore d’orchestra, mi invitò ad un concerto. Suonò un giovane pianista, bravissimo, e suonò Rachmaninov, il mio compositore preferito. Suonò in modo così meraviglioso che ad un tratto, durante il concerto, il pubblico si alzò in piedi ad applaudirlo. Anch’io feci come gli altri, ma poi mi risedetti. Non potevo continuare ad applaudire. Lo raccontai poi a Metha che mi chiese: “Perché, cosa è successo, che cosa ti opprimeva?”. Io risposi: “Mi opprimeva il pensiero di quanti giovani talenti come lui, persone meravigliose, che potevano dare gioia all’umanità, sono stati sterminati, senza essersi resi colpevoli di nulla”. E questo mi ha offuscato la gioia: ho pensato a quelli che sono stati sterminati.” .

Provo da molto tempo lo stesso senso di oppressione, che mi impedisce di applaudire alla vita. Il motivo è la netta sensazione che si stia consumando un crimine, sotto gli occhi di tutti, e non meno grave di quello consumato ad Auschwitz. Un crimine atroce che persegue lo “sterminio” dei giovani talenti, impedendone la completa realizzazione. I giovani ed i loro talenti si possono sterminare in vari modi, non solo con i forni crematori. Ci sono sistemi molto sofisticati che non producono fumo, ma sono altrettanto efficaci. Ogni uomo, in quanto appartenente alla specie umana, prima ancora che avere dei diritti, ha un preciso dovere: mettere i propri talenti, di qualunque genere siano, a disposizione dell’umanità per garantire il proseguimento della specie ed il suo progresso.

Il compito primo e fondamentale della società, quindi, non è quello di perseguire una utopistica ed irrealizzabile uguaglianza, contraria a qualunque legge di natura, ma quello di creare le condizioni favorevoli atte ad individuare e valorizzare i talenti individuali nell’interesse primo e supremo della specie umana, oltreché garantire la piena realizzazione delle potenzialità personali. Solo la realizzazione pratica del potenziale intellettuale di ciascun individuo genera l’appagamento delle aspirazioni esistenziali e consente una armoniosa convivenza sociale. Qualunque sistema limiti, blocchi ed emargini questi talenti e ne impedisca la piena realizzazione genera inevitabilmente nell’individuo conflitti psichici che possono diventare patologici. L’interazione e lo scontro fra questi conflitti personali genera, a sua volta, attriti e conflitti sociali con conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.

La vera giustizia in natura non è l’uguaglianza, ma la diversità delle specie e la loro diversa funzione. Così, all’interno della specie umana, la giustizia non è rendere e considerare tutti uguali, ma valorizzare al massimo le diversità e le potenzialità individuali in maniera tale che ogni individuo si senta appagato, realizzato ed in perfetta armonia con il resto della comunità umana. Un sistema, quindi, che persegua prioritariamente l’uguaglianza, invece che la valorizzazione dei talenti individuali, è un sistema contro natura che crea motivi di conflitto, spreca irresponsabilmente i talenti umani e, come tale, non è altro che un “crimine contro l’umanità”.

Vedi

- Shoah e buoni ideali

- Shoah: El Mole Rachamim

Wladyslaw Szpilman (il musicista polacco che ha ispirato il film “Il pianista” di Roman Polanski), suona Chopin, Notturno n° 20 in Do diesis minore.

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Scena dal film: Chopin, Ballata n° 1 in Sol minore op.23

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SOCIETA'
25 gennaio 2016
Varia umanità: siccità, sbarchi algerini, cannibali e pazzi in Antartide.
Crisi idrica.

In Sardegna, a causa delle scarse piogge autunnali, la crisi idrica si aggrava; già da tempo, specie nel nord dell’isola, si ricorre al razionamento ed alla chiusura notturna della distribuzione. Si verifica così una curiosa e bizzarra situazione:  i sardi sono “con l’acqua alla gola” per mancanza d’acqua. Stranezze acquatiche.

Eppure, incredibile, ma vero, “l’acqua finisce in mare“. Possibile? Certo che è possibile, quando siamo amministrati da incoscienti, incompetenti, incapaci. Succede perché, nonostante i 40 bacini presenti nell’isola arrivino ad essere quasi pieni e potrebbero garantire l’approvvigionamento per l’intera isola senza problemi, gran parte delle riserve accumulate vengono scaricate in mare. La ragione è che molti degli invasi non sono mai stati collaudati, quindi, per ragioni di sicurezza, non possono essere riempiti fino al loro livello massimo di capienza. Così, quando si raggiunge il livello di guardia, l’eccesso viene scaricato in mare. Geniali, vero?

E così siamo già alla crisi idrica; a gennaio, in pieno inverno.  Avete idea di cosa succederà in piena estate, quando, oltre ai sardi, saranno presenti milioni di turisti che affolleranno spiagge ed alberghi, ai quali bisogna assicurare l’approvvigionamento idrico per lavarsi e togliersi dalla pelle quella fastidiosa salsedine marina? Come si spiega una simile idiozia?  Semplice, con l’idiozia. Non c’è altra spiegazione. Le cause, come riportava ieri il quotidiano regionale L’Unione sarda (ma non scopriamo niente, è noto da decenni), sono da ricercare nel conflitto di competenze fra le varie amministrazioni, enti locali Enti ed aziende interessate, e grazie alle lungaggini burocratiche che bloccano i collaudi e tengono l’isola in una situazione di crisi perenne ormai da sempre.

Ora, davanti alla gravissima crisi idrica che si annuncia (ed in futuro può solo peggiorare) bisognerebbe chiedersi chi è il responsabile di tutti questi intoppi burocratici che, mentre i campi sono asciutti, le coltivazioni sono in pericolo, uomini e animali soffrono per la mancanza d’acqua, stanno ancora discutendo di chi sia la competenza e chi debba intervenire, come e quando. Di chi è la colpa? La colpa è di chi ha inventato questa burocrazia soffocante che blocca tutte le attività.   Ed il responsabile non può che essere un idiota; un deleterio, devastante, mortale, perfetto idiota. Si annunciano tempi duri per i sardi e l’abbondanza di acqua sarà un ricordo amaro. A proposito, sapete come si chiama l’amministratore unico di Abbanoa, l’azienda che gestisce l’acqua in Sardegna? Si chiama Alessandro Ramazzotti; già, proprio come l’amaro.

Arrivano le preziose risorse (così le chiamano).

Visto che ci siamo, restiamo in Sardegna, terra notoriamente celebre per la sua proverbiale ospitalità. Durante tutta la bella stagione si sono succeduti gli sbarchi di immigrati africani (soprattutto algerini, tunisini, marocchini ed egiziani), oltre a quelli raccolti dalle navi al largo delle coste libiche ed accompagnati a Cagliari. Arrivano a piccoli gruppi, in genere una decina o poco più, su piccole imbarcazioni ed approdano nella costa sud occidentale dell’isola. Tempo fa, quando stabilirono le quote migranti da distribuire nelle varie regioni, dissero che la Sardegna avrebbe dovuto ospitarne circa 2.500. Bene, ne sono arrivati più di 5.000, ma noi accogliamo tutti perché “siamo ospitali“.

Ieri, dunque, nella località “Coequaddus” (Coda di cavallo) a Sant’Antioco, ne sono sbarcati 14 (ma oggi il numero è stato aggiornato a 19), tutti algerini; e sono stati subito accompagnati in un albergo, il 4 Mori di Cagliari, dove potranno trattenersi come ospiti, con vitto e alloggio a spese nostre.  Per i più curiosi, l’hotel Tre stelle (vedi qui foto interni Hotel 4 Mori) si trova al centro di Cagliari, a due passi dal porto e dalla stazione, ha una quarantina di camere con aria condizionata, TV, Wi-Fi, bagno privato e minibar. Ragazzi, questa è la proverbiale ospitalità sarda. Resta un dubbio su come abbiano fatto ad arrivare dall’Algeria su una barchetta di sei metri; roba che al massimo ci si può andare in 3 o 4 persone e non allontanarsi molto dalla costa. Non vi viene qualche sospetto? A me sì. Ma non approfondiamo, altrimenti ci accusano di xenofobia, e pure di razzismo.

Ci conviene non allontanarci troppo dal luogo dello sbarco di ieri. Da Sant’Antioco ci spostiamo di poco, a Sant’Anna Arresi, località “Is pillonis” (gli uccelli) dove oggi ne sono arrivati altri 10, sempre algerini, su un barchino  andato alla deriva e non rintracciato. Anche questi li ospiteremo all’hotel 4 Mori? Ma se vogliamo restare informati sugli sbarchi ci conviene restare in zona. Tanto domani o dopo, ci potete scommettere, ci sarà un altro sbarco. E siamo in pieno inverno; aspettiamo la bella stagione e vedremo che gli sbarchi si moltiplicheranno. Così, se vogliamo seguire tutti gli sbarchi minuto per minuto, come si faceva con il calcio di una volta, troviamo alloggio in un alberghetto 3 stelle sulla costa e aspettiamo fiduciosi il prossimo barchino con le “preziose risorse“. Tenete presente, però, che noi il soggiorno lo dobbiamo pagare, e pure il ristorante. Gratis è solo per gli algerini. Beh, siamo ospitali; no?

Vedi: “Scusi dov’è la guerra?”, I sardi sono ospitali“, “I sardi sono poveri“, “Medio Campidano, la provincia più povera d’Italia“.

Cose da pazzi

C’è chi ama la vita tranquilla e chi ama l’avventura. Questione di predisposizione. E c’è chi non solo ama l’avventura, ma predilige le situazioni estreme, a rischio. Se non mettono in pericolo la loro vita non si sentono realizzati. Qualcuno dice che in queste esperienze al limite dell’umano cerca le emozioni forti, la scarica di adrenalina. Se per questo, basta darsi una martellata sulle dita; vedrai che scarica di adrenalina. Ecco perché c’è gente che pratica attività pericolose, sport estremi, imprese al limite delle capacità umane. Hanno bisogno di mettersi continuamente alla prova, di dimostrare qualità particolari, di sentirsi eroi, di sfidare il destino. Contenti loro! Ecco uno di questi eroi in cerca di gloria. E’  Henry Worsley, esploratore britannico, che ha deciso di attraversare da solo l’Antartide. Dopo 71 giorno e 900 chilometri percorsi, però, non ha dato più segnali di vita. I soccorritori lo hanno trovato, dicono le cronache, “morto di stenti“.

Su questa impresa si possono esprimere molti commenti, secondo le proprie tendenze, simpatie, visione della vita e più o meno spiccata predisposizione all’avventura ed al rischio. A parte le personali valutazioni, però, non provo mai né ammirazione, né particolare rispetto per questo tipo di imprese. E non solo perché non amo particolarmente le avventure pericolose, ma perché trovo inutile e stupido rischiare la vita per qualcosa che non porta alcun beneficio né a se stessi, né all’umanità. L’istinto naturale dell’uomo, ma anche degli animali, non è quello di cercare il pericolo, ma di evitarlo. Quindi qualsiasi giustificazione di attività pericolose è del tutto infondata. Se si ama il pericolo c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel cervelletto. Punto.

E’ di pochi giorni fa la notizia (Turisti rapiti dai cannibali) di una coppia di turisti, anche questi in cerca di avventure, che si sono inoltrati nella foresta della Papua Nuova Guinea, sono stati catturati dagli indigeni (nella foto a lato alcuni esemplari della specie) ed hanno rischiato seriamente di essere cucinati in un pentolone, come nelle classiche vignette sui cannibali, ed essere mangiati. L’hanno scampata per miracolo. Sai che scarica di adrenalina! Ma per la ricerca dell’avventura si fa questo ed altro. Così avranno da raccontare per anni a figli, nipoti e pronipoti, la loro incredibile avventura nella foresta.

In quanto al nostro esploratore solitario, se fosse rimasto a casa sarebbe ancora vivo (come direbbe monsieur de Lapalisse). Se uno cerca di attraversare da solo l’Antartide, proprio normale non è. Anzi, direi che deve essere un po’ matto; ma non si può dire. Allora, invece che dire che è morto perché un po’ matto, e forse  anche un po’ stronzo, diciamo che è morto “per gli stenti“. Basta trovare le parole giuste ed anche le pazzie umane diventano imprese eroiche.

POLITICA
23 gennaio 2016
Sgarbi, le unioni civili e l'art. 21

Ogni volta che si discutono proposte di legge che tocchino temi etici e religiosi, e che incidano fortemente sulla società, l’Italia si divide in due fazioni opposte. E’ nella nostra storia, nel DNA, ci siamo sempre divisi, tra Guelfi e Ghibellini, tra monarchici e repubblicani, tra Verdi e Puccini, Bartali e Coppi, Callas e Tebaldi. Così è stato nel recente passato per il divorzio e per l’eutanasia. Oggi tocca alle unioni civili il compito di dividere gli italiani tra favorevoli e contrari. Fin qui niente di male, tutto nella norma. Però, in questi casi, si assiste ad una strana interpretazione della libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Non che sia vietato esprimere la propria opinione, ma sembra che la verità sia sempre e solo da una parte, che quindi ha pieno diritto di esprimersi, mentre chi non è d’accordo è sempre bollato con epiteti irriguardosi, offese e perfino minacce.

Anche i media, che in teoria dovrebbero imparziali, più o meno apertamente fanno sempre il tifo per una parte dei contendenti. E guarda caso quella parte è sempre quella che si riconosce nell’ideologia della sinistra. La sensazione, che viene confermata quotidianamente, è che solo il pensiero unico omologato all’ideologia sinistra abbia diritto di esprimersi liberamente; gli altri, quelli contrari, a malapena vengono sopportati, ma si tenta in ogni modo di limitarne la visibilità ed il diritto di esprimersi. Ed ecco l’ennesima dimostrazione del fatto che in Italia il principio della libertà di espressione è un concetto variabile; si applica, non si applica, si limita o si sospende in relazione al soggetto interessato. Abbiamo la libertà variabile, come il tempo.

Insulti e minacce di morte a Vittorio Sgarbi, per un messaggio su facebook in merito alle “Unioni civili“. Curiosa la libertà di espressione in Italia; è garantita dall’art. 21 della Costituzione, ma è valida solo se sei di sinistra. Se sei in linea con il pensiero unico della sinistra politicamente corretta puoi esprimerti liberamente, altrimenti l’art.21 è momentaneamente sospeso e ti minacciano di morte. Eppure ha detto solo una cosa tanto ovvia, logica e scontata da essere perfino banale. Ecco il suo messaggio: ”La famiglia è un padre ed una madre. E una madre non può essere uno con la barba o i baffi.”. Semplice e chiaro.

CULTURA
22 gennaio 2016
Sgarbi, capre, animalisti e bestialità varie
Animalisti contro Vittorio Sgarbi. Lorenzo Croce, presidente dell’AIDA (Associazione italiana difesa animali e ambiente: questa ci mancava, vero?) ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Ferrara, chiedendo di “verificare se l’uso spregiativo del termine ‘capra’, che lo stesso critico d’arte usa a sproposito, non sia un incitamento al maltrattamento di animali”.

Certo anche questo è uno dei gravi problemi che affliggono gli italiani ed è urgente dare una risposta. Chissà quanti disoccupati, precari e pensionati si svegliano al mattino ponendosi questa angosciante domanda: dare della capra a qualcuno può indurre ad atti di violenza nei confronti dell’animale? Strano che di un problema così grave non se ne siano ancora occupati Renzi, Mattarella, l’Unione europea, l’ONU, il WWF, Pannella e Bonino (quelli si occupano di tutto, specie delle cose di cui alla gente non interessa un tubo).

In effetti se qualcuno presenta un esposto significa che ci sono fondati motivi, e magari anche le prove, che ogni volta che Sgarbi usa apostrofare qualcuno in televisione con l’epiteto di “capra”, si registrino reazioni incontrollate da parte della gente e si vedano cittadini apparentemente normali, colti da improvviso ed irresistibile raptus, andare per prati e pascoli di montagna alla ricerca di capre da violentare. Ironia a parte, si vede proprio che c’è gente che a questo mondo non ha un cazzo da fare e si inventa la prima stronzata che gli viene in mente giusto per avere un po’ di visibilità e 5 minuti di notorietà sui media.

Il motivo per cui Sgarbi usa il termine “capra” nel senso di ignorante, imbecille, idiota e sinonimi vari, è semplicemente per evitare querele per insulti, calunnie, diffamazione ed offese personali. Pare che, nel corso della sua ormai pluridecennale carriera di personaggio pubblico, abbia collezionato circa 470 querele per questi motivi; il che comporta anche un notevole esborso economico, sia per spese legali, sia per i danni morali pagati alle persone offese. La prima querela la ricevette da un’insegnante che, in una puntata del Maurizio Costanzo show nel 1989, lesse una sua poesia,  giudicata subito negativamente da Sgarbi. Alle rimostranze della poetessa che lo definì “Un asino poetico”, Sgarbi rispose “E lei è una stronza”. Gli costò 60 milioni di risarcimento danni. Ecco perché ad un certo punto ha ritenuto più conveniente, e meno dispendioso, sostituire termini come ignorante, incapace, idiota, e sinonimi dello stesso tenore, con un meno offensivo “capra”. Ne fece un tormentone, tanto che anni fa, nel corso di un programma su Rai1 che lo vedeva come conduttore (e che fu un flop, durò solo una puntata), portò una capra in televisione. Solo pochi giorni fa, per sua fortuna, l’insulto è stato depenalizzato. Quindi ora Sgarbi può tornate ad usare, al posto di capra,  termini ed insulti più precisi.

Però è curioso che questi animalisti si siano sentiti in dovere di mettere sotto accusa Sgarbi per l’uso di quel termine e non si siano mai preoccupati di altre espressioni ben più gravi nei confronti degli animali. Per esempio, non è più preoccupante dire “In culo alla balena”?  Cosa ha fatto di male la povera balena per essere oltraggiata in quel modo? Oppure sentire usare comunemente “Tagliare la testa al toro”, per indicare la necessità di prendere una decisione drastica e risolutiva. Questa sì è una espressione forte che incita esplicitamente ad un atto di violenza estrema nei confronti del povero toro, auspicandone la morte per decapitazione. E poi, perché mai per superare una situazione di stallo e di incertezza, spesso a causa dell’incapacità umana di assumere decisioni,  ci deve andare di mezzo un toro che non c’entra niente con la discussione e non ha alcuna responsabilità? Nessuno ha mai presentato un esposto per vietare l’uso di questa espressione popolare.

Ma le azioni irrispettose nei confronti degli animali hanno radici antiche. Perfino nel Vangelo si racconta che, per festeggiare il ritorno del figliuol prodigo, si ammazza il vitello grasso. Cosa c’entra il vitello grasso? E’ colpa sua se quel ragazzino scavezzacollo in cerca di avventure ha abbandonato la casa paterna per andare in giro per il mondo? E’ colpa sua se poi è tornato? No, il vitello non se ne preoccupava minimamente; pensava solo a pascolare, trovare le sue erbe preferite, mangiare in santa pace e ruminare con calma (perché “prima digestio fit in ore”) e ingrassare. Ecco l’errore, essere grasso. Avesse mangiato di meno, sarebbe rimasto magro e l’avrebbe scampata. Ma allora, purtroppo per lui, non c’era la televisione, né riviste specializzate, e non c’erano tutti quei dietologi e nutrizionisti che ad ogni ora invitano a mangiare con moderazione e, per combattere l’obesità, consigliano esercizio fisico e diete stravaganti. Nessuno allora avvertiva i vitelli del pericolo di ingrassare (specie se c’era il pericolo che un figlio giramondo tornasse a casa all’improvviso) .

Ci sono poi espressioni usate comunemente che, anche se non proprio violente, sono almeno poco rispettose. Pensiamo a “menare il can per l’aia”. Si può intendere che si accompagni il cane a fare una tranquilla passeggiata per l’aia. Ma “menarlo” lascia intendere un’azione che potrebbe non essere gradita all’animale. E se il cane non avesse voglia di farsi menare per l’aia? Non sarebbe un atto violento? E se così fosse, perché gli animalisti non lo hanno mai denunciato? Due pesi e due misure: capre sì e cani no?

Che dire poi della frase “Il bue che dice cornuto all’asino”. E’ altamente offensiva per entrambi gli animali. Per il bue che, dando del cornuto all’asino, passa per ipocrita, falso, bugiardo ed in malafede, lanciando un’accusa infondata e attribuendo all’asino i propri difetti. Ed anche per l’asino che, sentendosi dare del cornuto, può pensare di essere tradito dall’asinella dai facili costumi. Ed ancora del detto “Fare come lo struzzo… che nasconde la testa sotto terra”. Ma voi avete mai visto uno struzzo comportarsi in quel modo stupido? No, è un’invenzione senza riscontro; pura cattiveria.  Ed ancora “Lavare la testa all’asino”, o  “Dare le perle ai porci”, per dire di azioni inutili. Come dire che questi animali sono ignoranti e irriconoscenti, perché non conoscono il valore delle cose e delle azioni.

Usiamo dire di qualcuno che “è imbufalito”, o che “è matto come un cavallo”. Ma sia bufali che cavalli non sono matti, non vanno in escandescenze; sono gli umani che impazziscono senza motivo. E perché per identificare un’associazione malavitosa e criminale come la mafia dobbiamo usare il termine “piovra”? Le piovre non fanno pagare pizzi ai gamberetti, non chiedono tangenti sul plancton, non fanno niente che può essere assimilato alla cattiveria umana. Perché per definire delle ragazze prive di senno e cultura le chiamiamo “oche” o galline? Considerate nel loro ambiente, e confrontate con gli altri animali, oche e galline sono meno stupide di quanto si pensi e di quanto lo siano, paragonate ai loro simili della specie umana, certe ochette dalle sembianze femminili che starnazzano nei salotti televisivi (ma ci sono anche polli e capponi in sembianza maschile).  E sono anche più utili all’umanità (oche e galline).

C’è, infine, un’espressione che non ho mai usato perché non ne ho mai capito il senso. La sentiamo spesso, ogni volta che dobbiamo augurare a qualcuno il buon esito di una prova, un’impresa o un esame. Qual è l’espressione più usata? E’ questa: “In bocca al lupo”. L’immancabile risposta è “Crepi”.  E guai a dire semplicemente “Auguri”, porta male; a noi. Invece a noi porta bene quello che porta male al lupo. Sentendo questo strano modo di augurare fortuna mi chiedevo sempre, fin da piccolo, che senso avesse quella frase, e perché mai per assicurare qualcosa di positivo dovesse crepare un povero lupo che non c’entra niente con le nostre vicende personali. Così immaginavo che, di colpo, in qualche bosco, un lupo si accasciasse improvvisamente ogni volta che qualcuno ne augurava la morte. Una strage di lupi. Ecco perché ho sempre evitato di usare quello strano augurio, anzi credo proprio di non averlo mai usato, proprio per evitare di sentirmi rispondere “crepi”. Questione di sensibilità personale, anche quando ancora non c’era la Brambilla, il WWF, l’AIDA, Croce, gli animalisti e quelli che pensano che usare il termine capra possa invogliare all’uso della violenza. “Più conosco gli uomini, più amo i cani”, diceva Heinrich Heine. Oggi potrei aggiornare quella frase e dire che più conosco certi uomini, più amo le capre (ed anche i cani); sono più intelligenti di quanto sembrino, le capre (ed anche i cani).

Le vere oche sono quelle della TV, ed i polli sono quelli che le guardano. Punto.

CULTURA
21 gennaio 2016
Uomini a confronto; ieri e oggi
Passa il tempo. e tutto cambia, anche gli uomini. Esempio di evoluzione della specie negli ultimi 100 anni: dalla Grande Guerra del 1916, alla Moda uomo Milano del 2016.

Uomini del 1916

Francesco Baracca



 

 

 Bersaglieri

 

Uomini 2016

 

 

 

 

 

Come andrà a finire…

CULTURA
19 gennaio 2016
Psicologia applicata: cani e pulci
Se il mondo non vi piace curatevi. Quando si ha una visione della realtà diversa da quella comunemente accettata dalla collettività, si vive male, in perenne contrasto con il mondo. E non è detto che sia l’individuo ad essere sbagliato e debba sentirsi in colpa: può essere che sia sbagliato il mondo. O almeno è così quando non ci siano situazioni patologiche che, a causa di malformazioni o traumi, impediscano o limitino la funzionalità mentale. Se così non fosse vivremmo in un mondo perfetto, ideale e unanimemente riconosciuto come tale;  “il migliore dei mondi possibili”, diceva Leibniz. Ma il mondo proprio perfetto non è; anzi, la percezione comune è di un mondo profondamente ingiusto e ben lontano dalla perfezione. Allora significa che non esiste un mondo perfetto in cui vivono degli esseri umani sbagliati che non sanno o non vogliono adeguarsi, ma esistono degli individui “giusti” in un mondo sbagliato. E sono quelli che pagano più alto il prezzo dell’esistenza, perché gli idioti ed i matti, non avendo consapevolezza della loro condizione, sono quasi felici, come pure gli ipocriti che fanno finta che il mondo vada bene com’è perché ci campano, ingannando e sfruttando l’ingenuità della gente (una categoria a caso: i politici).

Eppure la cultura dominante sembra volerci convincere del contrario. Così, invece che cercare di migliorare il mondo per renderlo più vivibile ed a misura dell’uomo, si cerca di cambiare l’uomo per adeguarlo alla realtà, e se non vi adeguate siete condannati a vivere in uno stato di continua conflittualità. Se avete dei problemi esistenziali, provate insofferenza verso le ingiustizie del mondo, trovate insopportabile la cattiveria e la stupidità umana, e ciò vi procura degli stati di depressione o altri problemi nei rapporti sociali, lavorativi ed affettivi, ne pagate le conseguenze anche pesanti; ne risente la vostra serenità, l’autostima, possono scatenarsi reazioni anche patologiche, sia mentali che fisiche, e vanno in crisi le vostre relazioni familiari, affettive  e sociali. In questa condizione si può facilmente cadere nella trappola dei guru mediatici che propongono terapie miracolose per tutte le patologie; una sorta di “specifico”, come quello di Dulcamara, che cura tutti i mali, dai calli al mal d’amore.

Spopolano in TV e sui media gli esperti vari che dispensano rimedi e consigli per tutti gli usi. Specie per i problemi di carattere psicologico, difficili da identificare, difficili da curare, ed altrettanto difficili da considerare guarite. Una terra di nessuno in cui facilmente possono celarsi imbroglioni e truffatori. Ma è anche il terreno in cui operano con autorevolezza e professionalità gli psicologi che imperversano sulla stampa, in rete, in televisione; si giocano la visibilità mediatica alla pari con politici, giornalisti e cuochi. Non c’è programma che non abbia lo psicologo come ospite, non c’è rivista che non abbia pagine e pagine dedicate a problemi di psicologia, l’angolo dei consigli dell’esperto o la rubrica di consulenza che risponde alle domande dei lettori e fornisce risposte e consigli. Perfino il tuttologo Maurizio Costanzo,  oltre a tutti i suoi impegni e presenze in radio e televisione, aveva, e forse ce l’ha ancora, una rubrica su un quotidiano nazionale, in cui rispondeva alle lettere dei lettori (ma più spesso lettrici; chissà perché) su argomenti vari, dalla ricetta dell’amatriciana ai problemi di coppia.  Infatti, quello che si trova più spesso su stampa, rete e televisione sono consigli di psicologia e ricette gastronomiche.

Insomma, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Esiste uno stuolo di esperti (sociologi, psicologi, psicanalisti, e strizzacervelli di varia scuola) che ci tempestano ogni giorno da tutti i mezzi di comunicazione, e vogliono farci credere che se abbiamo problemi di compatibilità con il mondo e questo ci procura stress, ansia, nevrosi, paure, conflitti della personalità e problemini vari,  è perché soffriamo di qualche forma di nevrosi che è la conseguenza di un complesso di fattori che interessano in vario modo la personalità individuale, la nostra formazione culturale, l’educazione e le esperienze di vita (gli addetti ai lavori tutto questo lo chiamano “vissuto”). Ma non è grave; basta consultare un esperto, sottoporsi ad un ciclo di sedute, ed il problema si risolve facilmente. Se sentite qualcuno che parla di “vissuto” state in guardia; o sono psicologi o sono persone in cura da strizzacervelli (gli americani li chiamano così e non ne hanno una grande stima). Avere a che fare con loro comporta sempre un’attenzione particolare e bisognerebbe seguire le avvertenze, come si fa con certi farmaci: “tenere lontano dalla portata dei bambini, seguire attentamente le istruzioni  e maneggiare con cura”.

A sentire loro, (non tutti, per fortuna), la conflittualità dell’individuo con la società, ha una causa patologica. E come tale si può e si deve curare. Secondo questa teoria bisognerebbe mandare in terapia quasi tutti gli artisti, i poeti, i filosofi, scienziati. La storia del pensiero umano è la storia di pazzi, esaltati, complessati, nevrotici e psichicamente instabili. Quasi quasi, viene da pensare che se la gente non sopporta più la classe politica corrotta, non è colpa dei politici corrotti, ma è colpa dei cittadini che sono incontentabili. Se non vi piacciono le oche starnazzanti nei salotti televisivi, non è perché in TV ci sono i pollai, ma perché avete gusti difficili; curatevi. Andate da uno psicologo e nel giro di qualche anno, con lunghe e costose sedute, magari riuscite a guarire, cambiare gusti e trovate appassionanti i pollai televisivi, gli oroscopi, Maria De Filippi, la Vita in diretta, Storie maledette, Forum, Don Matteo, Montalbano e via spazzaturando. Basta curarsi.

Non me ne vogliano gli psicologi, hanno tutta la mia stima; in molti casi il loro aiuto è prezioso e determinante per risolvere situazioni conflittuali o di disagio. Ma non sempre, specie oggi che si ricorre allo psicologo con troppa leggerezza, anche quando non sarebbe necessario, anche per normalissimi problemini affettivi e sentimentali da adolescenti, come se si andasse dalla parrucchiera. Ho sempre avuto una certa diffidenza nei confronti di certe teorie, scuole e terapie; oggi ancora di più. E continuo a pensare che la psicologia è quella “scienza” che cerca di convincervi che l’insofferenza verso la stupidità del mondo, che causa il vostro malessere esistenziale, sia una forma di psicopatologia e vi convince della necessità, per curarla, di sottoporvi a lunghe e costose terapie. Raramente risolve il problema perché, invece che affrontare la causa del male (esterna al paziente, nel mondo, quindi ineliminabile), cerca di curare gli effetti e alleviare i sintomi; il mondo resta stupido tale e quale, e voi vi tenete il malessere. Come dire che se voglio riprendere un bel paesaggio bucolico e fotografo una discarica di rifiuti puzzolenti, ottenendo una foto orribile, invece che cambiare il soggetto, cambio la macchina fotografica. Come dire che se un cane ha le pulci, invece che eliminarle, si cerca di convincerlo a convivere con le pulci e sopportarle pazientemente. Non sempre, ma talvolta è così!

POLITICA
16 gennaio 2016
Origano, assorbenti e IVA
Questi geniacci di politici una ne fanno e cento ne pensano. Giorno e notte si spremono le meningi e lavorano sodo per migliorare l’esistenza dei cittadini. Ecco l’ultima fresca fresca di pochi giorni fa: ce la propone Pippo Civati, ex deputato del Partito democratico, che ha abbandonato il PD forse perché non aveva abbastanza spazio per esprimere tutta la sua creatività. Dopo lunga e profonda riflessione, ha scoperto uno dei motivi per cui l’Italia continua ad essere in crisi. ed ha comunicato il risultato della sua lunga ricerca in un programma radiofonico “Un giorno da pecora“, dove, contrariamente al nome, oltre alle pecore, partecipano tutti, cani e porci; ed anche gli asini. Ed ecco la geniale soluzione di Civati: “Abbassiamo l’Iva sugli assorbenti“. Ecco  perché l’economia ristagna, la disoccupazione è sempre alta, la crisi non accenna a finire: tutto a causa dell’Iva sugli assorbenti. perché nessuno ci aveva pensato prima? Beh, perché non tutti sono parlamentari. Queste genialate vengono solo a loro, non è roba per gente normale. Infatti, ecco il nostro Pippo sorridente e soddisfatto  per la propria scoperta.

Può essere orgoglioso del suo lavoro: queste sono cose che cambiano il corso della storia. “Questa campagna  ha già avuto risultati in Francia e ne sta discutendo mezza Europa, è una questione di dignità.”, afferma con decisione. Adesso è chiaro perché l’Europa sembra assente dal panorama politico internazionale, incapace di affrontare i gravi problemi che riguardano l’economia, il pericolo del terrorismo islamico, l’invasione degli immigrati: ovvio, sono tutti occupatissimi a pensare all’IVA sugli assorbenti. Lo dice Civati. Mi ricorda un’altra grande idea di altre due parlamentari, anche queste del PD (sarà un caso?). Ne avevo parlato circa un anno fa nel post “Geniale scoperta e fine della crisi”. Aveva a che fare con l’origano e, altra coincidenza, con l’Iva (sembra proprio che nel Partito democratico abbiano una passione per le tasse, e per l’IVA in particolare). Tanto vale riproporlo, a dimostrazione della genialità dei nostri parlamentari.

L’origano e l’IVA. (dicembre 2014)

La crisi ci opprime da anni, cambiano i governi, ma la crisi non accenna a fermarsi; chiudono le aziende, fabbriche, negozi, aumentano i disoccupati, i precari, i cassintegrati, la povertà è in continua crescita, l’Italia è allo stremo e nessuno sa come uscirne, nessuno trova la soluzione, nemmeno il premier “so tutto io, faccio tutto io, esisto solo io”, quel Matteo Del Grillo (ma essendo fiorentino, forse è più intonato Del Grullo) che ha sempre l’aria di pensare “perché io so’ io e voi non siete un cazzo“, quel Renzi che dice di voler cambiare il mondo.

Poi è successo il miracolo, è venuto fuori tutto il genio italico ed ecco la soluzione arrivare proprio da quel luogo dove non ti aspetteresti che qualcuno abbia in funzione il cervello: il Parlamento. Già, incredibile a dirsi, l’idea è venuta dopo profonde riflessioni e accurate ricerche in lungo e in largo, su e giù e pure di lato, grazie a quei parlamentari strapagati e stramaledetti dal popolo, che sembra non facciano niente, se non chiacchiere. Invece poi arriva la smentita a zittire le malelingue. Lavorano, eccome se lavorano. Si spremono le meningi, si arrovellano, studiano, si impegnano e lavorano per il bene dell’Italia. Ecco perché sono pagati tanto e godono di un sacco di privilegi; perché pensano per noi e trovano sempre le soluzioni giuste al momento giusto per facilitare la vita ai cittadini. Mentre noi siamo impegnati a lavorare in fabbrica, negli uffici, negozi, laboratori, e non abbiamo tempo per pensare, essi pensano al nostro posto. E’ una bella fortuna, no?

Pensano e lavorano, lavorano e pensano, giorno e notte, senza concedersi tregua, se non qualche sobrio spuntino alla buvette del Palazzo,  si lambiccano il cervello per il bene del popolo. Lambiccarsi il cervello è un’attività molto impegnativa, necessita di molta preparazione, esercizio, allenamento e, naturalmente, di grandi capacità e competenze. Ecco perché solo i nostri parlamentari, dotati di poteri sovrumani, possono lambiccarsi il cervello e sono pagati profumatamente per farlo. Il popolino ignorante, non conoscendo il significato del termine, non potrebbe mai lambiccarsi. Ovvio, no? Quindi, come dicono quelli che in televisione presentano numeri audaci e pericolosi, non provate a farlo voi a casa. Lambiccarsi il cervello, se non siete “onorevoli” potrebbe essere molto pericoloso.

Ma la scoperta non è da attribuire ad una sola persona; sarebbe stata impresa impossibile, il cervello umano ha dei limiti, anche quello dei parlamentari. Ci si sono messe in due a lavorare per scoprire la causa della nostra profonda crisi. E finalmente ecco il risultato dell’immane sforzo mentale. Lo dobbiamo a due donne: Leana Pignedoli e Venera Padua, senatrici Pd. Grazie alla loro scoperta lo spread non ci farà più paura, le fabbriche riapriranno i battenti, la produzione raggiungerà livelli da boom economico e le esportazioni cresceranno a dismisura. Fine della crisi. Ma qual era la ragione che bloccava l’economia italiana? Semplice, eccola: l’aliquota IVA sull’origano.

Ecco la radice dei nostri guai, l’origano. Maggiori informazioni e dettagli qui: “Battaglia per l’origano: tassato più del basilico e del rosmarino”.  Altro che rilanciare l’edilizia, l’industria pesante, i cantieri navali,  il commercio, l’elettronica, il terzo settore, le aziende metalmeccaniche o manifatturiere. Niente di tutto questo, il vero problema, la causa prima della crisi, con gravi conseguenze anche sugli equilibri mondiali, la primavera araba, il terrorismo ed i conflitti nel mondo, era solo una: l’origano!

Pare che anche i militanti dell’Isis non stiano combattendo, come dice la propaganda occidentale (per nascondere la vera causa del conflitto), per realizzare lo Stato islamico, ma per imporre una diversa regolamentazione dell’uso dell’origano nella dieta del bravo musulmano, secondo gli insegnamenti del Corano. Per esempio, nella pizza ci va o non ci va l’origano? That’s the question! Ora basta adeguare l’IVA dell’origano a quella del basilico e del rosmarino e siamo a posto. Forse alle nostre senatrici verrà assegnato uno speciale Nobel per la scoperta del nesso fra la crisi globale, la primavera araba  e le erbe aromatiche, con particolare riferimento all’uso dell’origano nella dieta mediterranea.

Sembrerebbe una storiella umoristica, invece è tutto drammaticamente vero.

CULTURA
14 gennaio 2016
Pippo Baudo ed il bacio negato
 

Pippo Baudo a Ballarò, per dimostrare quanto è di mente aperta e politicamente corretto, cerca di baciare una ragazza musulmana ospite in studio; ma gli va buca, la ragazza rifiuta. Ormai sembra che in televisione  non si possa fare un programma se non c’è ospite un immigrato, un musulmano, un imam  qualunque a caso (va bene anche l’imam di Pompu), una ragazza convertita all’islam con velo d’ordinanza, un deputato PD che difende gli immigrati (meglio se marocchino) e una delle renzine di rappresentanza che spopolano ad ogni ora su tutti i canali, che  ripete a memoria la storiella che il governo sta lavorando bene, che ha diminuito le tasse, che l’Italia riparte grazie alle riforme e che tutto va ben madama la marchesa. Si vedono più musulmani nella televisione italiana che su Al Jazeera.

A proposito, sarà un caso, ma da qualche tempo (da quando è iniziata l’era renziana) in televisione succede sempre più spesso di sentire ospiti, esperti, opinionisti, conduttori, giornalisti, perfino cuochi e casalinghe, con un forte accento toscano. Anche ieri a Ballarò, Lady Fisco (così viene indicata, ma non ricordo il nome) intervistata su tasse ed evasione, parlava con uno spiccato accento toscano. Poco dopo intervistano una signora anziana che è in attesa di andare in pensione ed anche lei parla con accento toscano. Qualche giorno fa una ragazza ospite in uno di quei pollai pomeridiani, non ricordo a che titolo, pure con accento toscano. Non sto esagerando, fateci caso e noterete che da quando il fanfarone toscano ex boy scout si è insediato a Palazzo Chigi, in televisione (ma credo anche in altri settori) c’è un’invasione di toscani. Sarà un caso? Eccheccasoooo…direbbe Greggio!

In quanto al nostro Baudo nazional-popolare, non si rassegna proprio a starsene buono a casa e godersi il meritato risposo. No, deve essere sempre in primo piano sotto i riflettori. Non potendo avere un programma suo, si accontenta di fare l’ospite, il giudice, una comparsata, insomma, tutto va bene purché ci sia una telecamera che lo inquadra. Per questi personaggi  la visibilità mediatica è essenziale, come l’aria. Se non vanno in TV sono morti. Ed assumono sempre quell’aria di superiorità, di distacco, di super partes, da vecchi saggi, pronti a dispensare preziosissimi consigli su tutto. Anche ieri, Baudo, poteva starsene tranquillo ed in silenzio (o stare a casa, ancora meglio), invece deve sempre rubare la scena, essere al centro dell’attenzione, dimostrare quanto lui sia di larghe vedute, a favore dell’immigrazione, dell’integrazione, dell’uguaglianza, del rispetto delle diversità etniche, culturali, razziali e religiose. Deve mettersi in mostra. E per farlo, dopo aver dichiarato “Io sono per l’integrazione“, si alza e si avvicina alla ragazza musulmana con l’intenzione di baciarla. Ma la ragazza rifiuta decisamente; non è nella cultura islamica concedere baci ad un uomo pubblicamente.

Ben ti sta, caro Baudo. Succede questo quando, per fare i buonisti e per mostrare ipocritamente vicinanza e solidarietà con questa gente, si tenta di farlo con modi che essi non accettano e che non fanno parte delle loro tradizioni. Non si può baciare una persona che non vuole essere baciata e non considera il bacio come un semplice gesto di stima, come riteniamo noi, ma quasi un oltraggio, un’offesa. E Baudo, da tuttologo, dovrebbe saperlo. Islam e Occidente sono due mondi inconciliabili, non c’è possibilità di dialogo, né di integrazione. Ovunque hanno tentato di realizzare la società multietnica, e multi religiosa, è stato un fallimento. Lo stanno scoprendo a loro spese, anche se in ritardo, nazioni come l’Olanda, l’Inghilterra, la Francia e pure la Germania (vedi i recenti fatti di Colonia). Solo gli idioti e quelli in malafede, o gli sciacalli che sull’accoglienza fanno milioni (Buzzi docet),  pensano di poter dialogare ed instaurare una convivenza pacifica con i musulmani, i quali possono anche sembrare moderati e disposti ad accettare la cultura e le tradizioni occidentali, ma non abbandoneranno mai la loro cultura e le imposizioni del Corano per tentare l’integrazione nella nostra società; troppa differenza (la cronaca riferisce ogni giorno di fatti di violenze subite dalle donne musulmane che tentano di condurre uno stile di vita occidentale). Non si può imporre l’integrazione a chi non vuole integrarsi. Un pacifista simbolo della non violenza, Gandhi, diceva che non si può stringere la mano di chi ti porge il pugno chiuso. Chi vuole intendere in tenda; gli altri in sacco a pelo.

Ecco perché la ragazza ha rifiutato un semplice bacio che da noi è solo un segno di affetto, di stima, di vicinanza, di simpatia. Per loro è qualcosa di molto diverso. Tentare di baciare in pubblico una donna musulmana è come offrire ad un musulmano un piatto di prosciutto o mortadella. Come regalare un film porno ad una suora di clausura. Come regalare le sinfonie di Beethoven ad un sordo. Come… come Baudo che cerca di baciare una ragazza musulmana pubblicamente in televisione. E’ da idioti.

 

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